Cold case. Si riapre tra le nebbie del ferrarese il delitto del 18enne Willy Branchi. Dopo 30 anni l’ombra della pedofilia

Cold case. Si riapre tra le nebbie del ferrarese il delitto del 18enne Willy Branchi. Dopo 30 anni l’ombra della pedofilia

Si riapre il caso di Willy Branchi, il ragazzo 18enne di Goro (Ferrara) assassinato il 30 settembre del 1988, in circostanze mai chiarite, nonostante indagini che riguardarono anche un giro di pedofilia. A 30 anni di distanza, il gip di Ferrara, Carlo Negri, ha infatti accolto l’opposizione dei familiari all’archiviazione presentata dalla Procura.

Willy Branchi venne trovato morto, con il volto completamente devastato, probabilmente dal colpo di una pistola da macello. Il cadavere del ragazzo era stato lasciato lungo l’argine del fiume Po, alle porte del paese di Goro (Ferrara), senza alcun indumento indosso.

Per l’omicidio venne indagato Valeriano Forzati, detto il colonnello, poiché fu visto con lui quella sera, ma poi venne prosciolto dal giudice istruttore l’anno dopo. Successivamente l’uomo assassinò quattro persone per poi fuggire in sud america. Ma di questo scriveremo dopo.

Ad opporsi all’archiviazione del fascicolo del delitto del giovane Willy, è stata la stessa famiglia del ragazzo, assistita dall’avvocato Simone Bianchi.

Nell’ordinanza, il gip spiega che “è indispensabile svolgere ulteriori approfondimenti” e sollecita la procura “a iscrivere nel registro indagati coloro che si rendessero responsabili di falsa testimonianza e favoreggiamento”: un riferimento all’omertà che ha fatto da sfondo all’indagine riaperta una prima volta nel 2014.

E’ indicata la possibilità che venga di nuovo ascoltato don Tiziano Bruscagin, parroco di Goro all’epoca dei fatti e che oggi vive nel Padovano. Il sacerdote fu indagato ma la sua posizione venne archiviata, per una sua parziale ritrattazione. Qualora opponesse ai magistrati il segreto confessorio su fatti e persone legate all’omicidio, il gip segnala di valutare di interpellare le autorità ecclesiastiche per informarle di eventuali violazioni del Diritto canonico.

 Il fratello di Willy: “Siamo vicini alla verità” – “Sono quasi 30 anni che attendo risposte da molte istituzioni senza mai averle avute e credo che ora si sia sempre più vicini alla verità. Posso dire che finché avrò cuore e gambe per combattere non mi fermerò di certo, per la memoria di mio fratello Willy. Ucciso, come dice anche il giudice, in modo orrendo”. Luca Branchi, il fratello più grande di Willy, reagisce così dopo l’ordinanza del Gip che ha ordinato nuove indagini sull’omicidio.

Il legale della famiglia: “Speriamo venga fatta piena luce” – “Estremamente soddisfatto” della decisione del giudice è Simone Bianchi, legale della famiglia, perché l’ordinanza “apre una nuova fase dell’indagine che porterà a mio avviso a scoprire l’autore dell’omicidio di Willy e tutti coloro che hanno coperto in 30 anni, a Goro, i responsabili. Ora speriamo venga fatta piena luce”.

Un capitolo a parte, in questa storia che si snoda tra le nebbie del ferrarese, merita la figura di Valeriano Forzati, l’uomo che in un primo momento fu coinvolto nel delitto del giovane Willy. Per lui una latitanza di 396 giorni: dalla notte del 2 febbraio 1989 quando in maniera spietata fece strage al Night Club Laguna Blu di Bosco Mesola. Sotto i suoi colpi cadono i fratelli Franco ed Ennio Massimo, che gestivano il locale e la ragazza di quest’ultimo, Ada Marzia Turri. Punta la pistola anche contro altri dipendenti e clienti, ma li grazia all’ultimo momento. Durante la concitata esecuzione, Forzati fa fuoco anche contro una ballerina, Concetta Quadro, ma Dino Govoni, abituale frequentatore del Laguna Blu si mette di mezzo e viene ferito di striscio ad una gamba. Forzati obbligherà poi Govoni a seguirlo facendolo salire nell’auto del cliente, un’Alfa 164 e poi si dilegua nella notte. La corsa dei due prosegue per 70 chilometri. Giunto nelle campagne di Poggio Renatico, non distante dall’abitazione di Govoni, il killer uccide anche il cliente del night, sparandogli a bruciapelo. Poi l’uomo, come detto, dopo una lunga latitanza ricompare il 6 marzo 1990, quando dopo una telefonata ai carabinieri di Mesola dalla stanza 506 dell’hotel Esmeralda Palace di Buenos Aires dove alloggiava con il falso nome di Mario D’Alessio, Forzati forse non più sicuro della propria latitanza chiama dall’Argentina la caserma di Bosco Mesola si costituisce e si fa arrestare dall’Interpol argentina. Nel carcere di Baires dopo qualche mese uccide un agente di guardia. Sul delitto del giovane Willy, l’uomo non potrà più dire nulla visto che fu ucciso in carcere in Argentina, anche in questo caso, in circostanze misteriose.

 

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