Processo d’appello sul Ruby Bis: pene ridotte per Fede (4 anni 7 mesi) e Minetti (2 anni e 10 mesi)

Processo d’appello sul Ruby Bis: pene ridotte per Fede (4 anni 7 mesi) e Minetti (2 anni e 10 mesi)

Pene ridotte per Emilio Fede e Nicole Minetti nel secondo processo d’appello sul cosiddetto Ruby bis. I giudici della IV Corte d’appello di Milano hanno condannato l’ex direttore del Tg4 a 4 anni e 7 mesi di carcere (con uno sconto di 3 mesi rispetto al primo processo d’appello che si era chiuso con una pena di 4 anni e 10 mesi) e l’ex consigliera lombarda del Pdl a 2 anni e 10 mesi (contro i 3 anni del primo processo di secondo grado). Il sostituto procuratore generale di Milano, Daniela Meliota, aveva chiesto la conferma delle condanne disposte nel primo processo d’appello la cui sentenza è stata poi annullata con rinvio dalla Cassazione per un “vuoto” nelle motivazioni. Le difese avevano invece chiesto l’assoluzione dei due imputati sollecitando – in subordine – l’invio degli atti processuali alla Consulta dove sollevare un eccezione di legittimità costituzionale sui reati di favoreggiamento e induzione alla prostituzione, così come già deciso dai giudici del Tribunale di Bari nel processo contro Giampaolo Tarantini. L’istanza delle difese non è stata tuttavia accolta dai giudici.

Il collegio presieduto dal giudice Marina Caroselli ha tuttavia riqualificato alcuni episodi contestati nel capo di imputazione, assolvendo i due imputati da alcune condotte. Fede, ad esempio, è stato assolto “per non aver commesso il fatto” dal reato di favoreggiamento della prostituzione nei confronti dell’allora minorenne Ruby, tranne che per l’episodio del 14 febbraio 2010, giorno in cui la giovane marocchina varcò per la prima volta i cancelli di Villa San Martino accompagnata, appunto, dall’allora direttore del Tg4. Resta invece in piedi l’accusa di induzione alla prostituzione di tre ragazze (Imane Fadil, Ambra Battilana e Chiara Danese) portate ad Arcore. Anche Nicole Minetti ha incassato l’assoluzione per alcuni episodi di favoreggiamento della prostituzione di alcune “olgettine” ospitate a Villa San Martino per le serate del “bunga bunga”. Da qui lo “sconto” di pena operato dai giudici a favore dei due imputati rispetto al primo processo d’appello. Ma l’impianto accusatorio ha complessivamente retto al giudizio della Corte d’Appello di Milano.

A Fede e Minetti non resta dunque che sperare in un ribaltamento del verdetto da parte della Suprema Corte. “Ricorreremo in Cassazione che per fortuna è Roma e non a Milano”, è stato il commento dell’avvocato Paolo Righi, uno dei difensori di Nicole Minetti. “Molto sorpreso” anche il suo collega Pasquale Pantano che aveva puntato la sua arringa difensiva sulle analogie con tra la vicenda Minetti e il caso di Dj Fabo: “Come Marco Cappato ha aiutato Fabiano Antoniani a esercitare il suo diritto a essere libero di morire, così Minetti ha agevolato il diritto delle ragazze all’esercizio della libertà nella loro sfera sessuale”, erano state le sue parole. Ma la sua richiesta di sollevare davanti alla Consulta una questione di legittimità costituzionale sul reato di favoreggiamento della prostituzione (proprio perché in contrasto con il principio della libertà di autodeterminazione nelle sfera sessuale degli individui) è stata respinta dai giudici di Milano. Perchè? “E’ un mistero”, ha osservato il legale convinto che la Corte d’Appello di Milano avrebbe dovuto scegliere la stessa strada imboccata dai giudici del Tribunale di Bari nel processo a carico di Giampaolo Tarantini. E se dopo la “mossa” delle toghe baresi, si è chiesto l’avvocato Pantano, “la Corte Costituzionale decide che non il favoreggiamento della prostituzione non è un reato? Cosa di fa?”. Secondo l’avvocato Maurizio Paniz, difensore di Fede insieme al collega Salvatore Pino, con la sentenza di oggi c’è stata “un’ulteriore assoluzione di Fede per moltissime vicende”. Già il primo processo d’appello si era infatti concluso con una notevole riduzione di pena rispetto al primo grado di giudizio: 4 anni e 10 mesi contro 7 anni. “A questo punto – ha aggiunto l’avvocato Paniz – resta un altro gradino” per arrivare a un’assoluzione piena.

Share