Pd. Assemblea nazionale tra sedie vuote, delegati arrabbiati, fischi. Non si decide. Le correnti in guerra rinviano a luglio congresso e segretario

Pd. Assemblea nazionale tra sedie vuote, delegati arrabbiati, fischi. Non si decide. Le correnti in guerra rinviano a luglio congresso e segretario

Il Pd decide di non decidere: Maurizio Martina viene confermato reggente, ma di congresso e nuovo segretario si parlerà a luglio. Nell’assemblea convocata all’Hotel Ergife di Roma per definire il percorso da seguire per rinnovare il vertice del partito passa a maggioranza la linea dei renziani di rinviare il nodo alla prossima seduta. Con fischi all’indirizzo del presidente Matteo Orfini, ma anche con le minoranze divise sulla modifica dell’ordine del giorno che sposta la discussione sulla situazione politica del Paese. L’assemblea convocata alle 10.30 inizia con un’ora e mezzo di ritardo. Tra le parti, nonostante i contatti dei giorni scorsi, ci sono distanze profonde.

Sedie vuote, delegati arrabbiati, fischi, proteste

Il Pd dunque riunisce l’assemblea della riscossa e scopre che la base è sfiduciata. Di più, esausta. I numeri lo dimostrano meglio di ogni ragionamento. Dei 1021 aventi diritto all’Ergife si presentano in 829 registrati e con facoltà di voto. E’ il record di presenze, per questa platea congressuale. Ma arrivano alla fine solo in 302. I delegati che si perdono lungo le 5 ore di assemblea sono 527 e 205 non votano neppure alla prima votazione, quella in apertura di riunione, sullo slittamento dell’ordine del giorno, alla quale partecipano 624 delegati (397 a favore, 221 contro, 6 astenuti). Cinque ore dopo, alla seconda votazione, quella sulla relazione di Martina, mancano all’appello altri 322 delegati. La relazione viene votata da 302 delegati, 294 a favore e 8 astenuti. Una parte degli assenti sono certamente renziani. Nell’area dell’ex segretario in molti attendevano l’intervento del leader, annunciato dallo stesso Renzi. Ma quando, dopo un’ora di trattativa in extremis, viene raggiunta l’intesa tra le correnti sul sostanziale rinvio della discussione sul segretario, molti renziani abbandonano i lavori, infastiditi. A dire il vero poi i renziani, con Marcucci dal palco, tornano sulla decisione e annunciano il voto a favore. Ma tanti, ormai, sono andati via comunque. E a dimostrarlo ci sono le sedie vuote, in particolare quelle della destra dell’emiciclo. Perché nel Pd post-4 marzo, le correnti si siedono anche in aree diverse, come dimostra plasticamente la sala congressi dell’Ergife. A destra la maggioranza di Renzi e Orfini. Alla sinistra, la sinistra di Orlando, Emiliano e Cuperlo. Uniti oggi dalla convenienza più che dalla convinzione. Meglio non dividersi, quando gli altri si uniscono.

Le fratture e la finta ricomposizione delle correnti

I sostenitori di Maurizio Martina hanno pronto un ordine del giorno per eleggerlo segretario, i renziani fanno sapere di aver raccolto 398 firme su 701 accreditati per chiedere subito il congresso. I big del partito cercano, fino all’ultimo, di trovare una mediazione per evitare la conta. Che alla fine c’è, ma sul rinvio, non sul segretario. Orfini presenta la proposta di “cambiare la natura dell’assemblea per dedicarla a una discussione politica a fronte di quello che sta accadendo nel Paese, alla possibile nascita di un governo M5s-Lega”. Un risultato accolto da fischi e “no” urlati da una parte della platea. In prevalenza si tratta degli orlandiani e dell’area di Emiliano. “Non sono d’accordo – ha spiegato Andrea Orlando – credo che si doveva comunque dare un segnale formale”. A favore, invece, l’area di Dario Franceschini, soddisfatto perchè è stato ribadito che le dimissioni dell’ex segretario sono “irrevocabili”.

Il segretario reggente Martina: “se tocca a me, tocca a me”. Una minoranza gli vota la relazione, ma la frattura si fa sempre più profonda

Dal palco, nella sua relazione, Martina traccia il quadro della situazione, attacca il governo “della restaurazione e non del cambiamento” su cui lavorano Lega e M5s e chiede di poter portare il partito al congresso anticipato, “un congresso molto importante”, in “maniera unitaria e forte”, ma senza doversi difendere dagli attacchi interni. “Se ci si dà fiducia, in particolare in questa fase, se tocca a me, anche se sono poche settimane, tocca a me. Ve lo chiedo con il massimo della sincerità”, conclude, mentre una parte dell’assemblea scandisce il coro: “Segretario, segretario”. Renzi lo ascolta, poi lascia l’Egife, così come fanno, tra gli altri, il premier Paolo Gentiloni e il ministro Marco Minniti. La relazione di Martina non piace però a molti dei renziani, che minacciano di votare contro o di far mancare il numero legale. Dal palco Orlando, Piero Fassino (Areadem), Francesco Boccia (Frontedem) tentano di evitare la spaccatura e lanciano un appello per un voto unitario a favore del reggente. E anche lo stesso Renzi fa sapere di essere “contento” perché “unità” e “pace” garantite dall’intesa sono un “risultato importante”, senza rinunciare a rivendicare (mentre la minoranza parla di “fine dell’era Renzi”) che “ha vinto la linea” sua e di chi, “come Gentiloni e Minniti”, chiedevano di “congelare il dibattito interno”. Alla fine gli appelli sortiscono l’effetto desiderato e i renziani votano, senza grande entusiasmo, a favore. Martina incassa il via libera dell’assemblea (294 a favore, 8 astenuti) e resta reggente fino alla prossima assemblea, probabilmente a luglio.  Alle 13,30 gli accreditati con diritto di voto all’Assemblea nazionale del Pd erano 829. Alla fine dell’Assemblea hanno votato la relazione 294 persone: questo significa che senza i voti dei renziani la relazione del segretario reggente Maurizio Martina non sarebbe passata. E’ quanto viene sottolineato da fonti Pd vicine all’ex segretario Matteo Renzi.

La pax democratica è fragilissima, lascia nuovi pesanti strascichi ed è destinata a durare poco.

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