Liberi e Uguali. L’Assemblea di Roma, tra millennials che non s’arrendono e un convitato di pietra

Liberi e Uguali. L’Assemblea di Roma, tra millennials che non s’arrendono e un convitato di pietra
Ci credono, ci sperano, si dicono fiduciosi. L’ex presidente del Senato, nonché ex candidato alla presidenza del Consiglio di LeU, Pietro Grasso, li ha anche citati nel suo discorso introduttivo: sono Roberto, Leonardo e Ygnazia, tre ragazzi che vivono e studiano in Veneto, autori di un documento che hanno avuto il coraggio di redigere ed inviare alla dirigenza del partito nel quale si riconoscono. Non hanno ancora vent’anni, questo è l’incredibile, e in un sabato di fine maggio che induce più ad andare al mare che ad occuparsi di politica hanno scelto di essere a Roma per prendere parte all’assemblea di un soggetto politico di cui è tuttora a rischio la sopravvivenza.
Millennials di sinistra che non s’arrendono
Eppure non si arrendono. Con l’irruenza tipica dei vent’anni, nella hall del Marriot Park Hotel, nel quartiere di Magliana, Roberto mi illustra la sua visione del mondo. È fiducioso, parla di ricostruzione della sinistra, cita esperienze personali e mi racconta di come ha coinvolto i suoi compagni d’avventura. Ygnazia ha diciott’anni, sta terminando il liceo e mi sembra incredibile che una ragazza in gamba come lei possa credere ancora nella politica, in questa politica, ma per fortuna è così. Guarda all’Europa senza scetticismo, la ama, appartiene alla generazione Erasmus e la vuole rilanciare. Certo, ne comprende pienamente i limiti ma non per questo non ne vede i meriti e le potenzialità straordinarie.
Quanto a Leonardo, ha lo sguardo vispo, è timido ma non timoroso, si confronta, dice la sua, ribatte colpo su colpo e fa tutto questo con garbo e pacatezza. Dei tre sembra il più saggio o, quanto meno, il più posato: una sorta di riserva della Repubblica in pectore, in un contesto di sfacelo generale in cui questi tre ragazzi costituiscono per noi adulti una boccata d’ossigeno e un’opportunità di scoprire le nuove generazioni, confrontandoci con esse senza pregiudizi.  Luca parla dal palco e anche lui dice la sua: ha diciassette anni, contesta il percorso seguito sinora, a tratti risulta anche un po’ saccente ma non dice cose sbagliate e, soprattutto, denota una piena comprensione della complessità del momento che stiamo attraversando, il che è davvero notevole se si considera la depoliticizzazione in cui è immersa la nostra società e, in particolare, coloro che sono nati a cavallo tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila.
E poi c’è Fabio, classe ’90, più grande, più maturo, più esperto, figlio di una sindacalista della CGIL e da sempre immerso nella battaglia politica. Fabio si sofferma a lungo sull’Europa e si attesta sulle posizioni di Fassina: rilancia il patriottismo costituzionale, sostiene la necessità del Piano B e del battere i pugni sul tavolo per rivedere i trattati europei e rendere sostenibile la moneta unica; arriva addirittura a dire che, senza una seria discussione su questo aspetto della questione, ogni discorso relativo alle vicende nazionali e locali è privo di senso. Non solo: si sfoga e denuncia anche l’inadeguatezza della sede della riunione, sostenendo che sia il simbolo del distacco tra la sinistra e il popolo e parlando di disorganizzazione e autoreferenzialità, il tutto condito da una discreta competenza e da analisi geo-politiche e strategiche non prive di fondamento. Federico, invece, è siciliano, classe ’94, e anche lui si interroga sul futuro di un’esperienza che oggi è stata faticosamente rilanciata ma sulla quale aleggia ancora più di un dubbio.
Un convitato di pietra all’assemblea di LeU: Paolo Savona
Senza dimenticare il convitato di pietra di quest’afosa giornata di tarda primavera, quasi estate, con le temperature prossime ai trenta gradi, le camicie sbottonate, le fronti madide di sudore e una stanchezza visibile sui volti dei paetecipanti: la formazione o meno del governo a guida pentaleghista. Cosa farà Salvini? Accetterà un nome diverso da quello di Savona per il dicastero dell’Economia o si spingerà fino al punto di consumare uno strappo istituzionale senza precedenti nei confronti del Quirinale, facendo sprofondare il Paese nel baratro di nuove elezioni, con i mercati impazziti, la Borsa al collasso e lo spread in corsa verso vette devastanti? L’impressione è che siano saltati tutti i freni, che siano venuti meno tutti i corpi intermedi, per non parlare del mondo della cultura, del buonsenso e del senso delle istituzioni; pertanto può succedere qualunque cosa, come se fossimo sull’ottovolante, in uno scenario inedito e pericolosissimo della storia repubblicana, per giunta in un tornante della vicenda globale fra i più incerti e rischiosi di sempre.
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