Governo M5S-Lega. Dopo 71 giorni di attesa, il nulla. Lo stallo crea imbarazzo perfino al Quirinale. E nel Pd si litiga sul congresso…

Governo M5S-Lega. Dopo 71 giorni di attesa, il nulla. Lo stallo crea imbarazzo perfino al Quirinale. E nel Pd si litiga sul congresso…

Settantuno giorni dopo le elezioni, non siamo al punto di partenza ma addirittura peggio, molto peggio. Perché dopo settimane di trattative e di incontri più o meno segreti, di grandi manovre e piccoli scarti, di veti e di vati, Movimento 5 Stelle e Lega non hanno saputo trovare una convergenza sul programma e un nome condiviso per Palazzo Chigi, con la constatazione amara che o si parte in fretta o ci si saluta. La battuta precisa è di Matteo Salvini: “Spero di rivederci il prima possibile, o perché si comincia o perché ci si saluta”, il cui significato è evidente, finora non hanno nemmeno cominciato. Ma allora cosa diavolo hanno portato al Presidente Mattarella, che tipo di “aggiornamento”?

Stanno fiaccando la pazienza degli italiani, che attendono scelte decisive per il loro presente 

Il fatto è che in quasi due mesi e mezzo la situazione generale si è aggrovigliata ancora di più tra astensioni benevole (Fi) e opposizioni durissime (Pd), fiaccando la pazienza degli italiani e si stanno pericolosamente avvicinando scadenze internazionali importanti per il destino del Paese e sembra che nessuno se ne accorga e chi se ne accorge fa pure spallucce. Settantuno giorno dopo, Sergio Mattarella si è sentito rosicchiare altro tempo per completare ‘l’opera’ e tenere a battesimo un governo così complicato da risultare quasi impossibile. Non è questione di nomi (o non solo) ma di programmi. Ovvero, va ancora trovata la quadratura del cerchio. E siamo a un nuovo stallo. Se non ci fosse di mezzo il destino dell’Italia, verrebbe persino da sorridere di fronte alla tragicomicità di una congiuntura politica inedita, alle tante Penelope che tessono e disfano la tela di un’alleanza delicatissima, alla necessità di sottoporre il raggiungimento dell’eventuale intesa a referendum interni, poco importa se utilizzando piattaforme web o piazze.

La richiesta di tempo per sondare i due elettorati è uno sfregio alla Costituzione e mette in imbarazzo Parlamento e Colle

Pure questo un inedito, pure questo è qualcosa che scartavetra la prassi costituzionale, ormai messa sotto i piedi, insieme col rispetto che si deve al Parlamento e al Presidente della Repubblica. E se la base non dovesse gradire? Che si fa, si ricomincia? Intanto, l’Europa ci guarda, la stessa Europa che non piace al signor Matteo e, forse, nemmeno al signor Luigi. Di Maio ha chiesto giorni, Salvini ore. Ma ci si batte e ci si sbatte. Anzi, si lotta: contro il tempo, contro le distanze che dividono partiti diversi tra loro. E’ un po’ come cuocere nella stessa pentola pasta e riso: si può? Ma no che non si può. Infatti, il nodo da sciogliere non è solo quello del nome terzo, ma anche – ed è più grave – dell’unità di intenti sulle cose da cambiare, proprio perché il Movimento e la Lega muovono da posizioni troppo diverse, a volte opposte. Siccome di intese “un tanto al chilo” Salvini non ne vuole parlare, e immaginiamo Di Maio neppure, ecco che settantuno giorni non bastano. Però avanzano. Ce ne vanno altri, almeno un paio, ammesso che il Capo dello Stato non perda la pazienza e non faccia lui.

Mentre Atene piange, Sparta non ride. Nel Pd si litiga sul congresso

E mentre Atene piange, Sparta di certo non ride. Fummo facili profeti ieri nell’immaginare una settimana di fuoco anche per il Partito democratico. Una settimana che ha inizio lunedì con polemiche feroci sul congresso. Congresso subito e ‘chiavi del partito al presidente’; oppure elezione del segretario in assemblea e “fase costituente” prima del congresso: tra queste due ipotesi oscilla il pendolo del Partito Democratico in queste ore. I renziani premono perché non si attenda oltre e l’assemblea convochi il congresso nei tempi previsti dallo statuto, con la fase conclusiva delle primarie che si celebrerebbe ad ottobre o a novembre. Per Ettore Rosato, renzianissimo vice presidente della Camera, il congresso è lo strumento principe per individuare la strada che il Pd deve imboccare: sul tavolo, ricorda Rosato, c’è infatti il rapporto con Liberi e Uguali e l’ipotesi di un’alleanza che guardi a sinistra del Pd. Quale luogo migliore per discuterne? “A me sembra ragionevole che chi si voglia candidare a segretario lo faccia con il congresso”, dice l’esponente dem. Sulla carta, tuttavia, l’assemblea del 19 maggio deve scegliere se eleggere immediatamente il segretario, una volta preso atto delle dimissioni di Matteo Renzi, oppure sciogliere tutti gli organi del partito aprendo così la fase congressuale.

Segretario o congresso, tertium non datur” dicono quelli vicini a Martina. Anzi no, una fase costituente

Una fase che, secondo i renziani, vedrebbe nel presidente Matteo Orfini il facente funzione di segretario. Una interpretazione, questa, contestata dall’area vicina al segretario reggente per la quale “lo statuto non prevede nulla del genere”.  Sarebbe dunque il nuovo segretario, con pieni poteri, a gestire la fase congressuale e sempre a lui – non al presidente – spetterebbe l’eventuale stesura delle liste elettorali, unica vera chiave per accedere alla plancia di comando del Pd.  Il segretario reggente ha fatto sapere di essere in campo per proseguire sulla linea della collegialità inaugurata il 5 marzo. Ma a fare il traghettatore, il segretario a tempo, non ci sta: “o segretario o congresso, tertium non datur”, è la linea veicolata da parlamentari a lui vicini. Congresso. Sì. Ma nei tempi giusti. Perché, ricordano le stesse fonti, è ancora vivo il congresso del 2017 quando tutto si risolse in 40 giorni senza nemmeno poter abbozzare uno straccio di confronto interno. Di qui l’idea di Martina: far precedere il congresso da una fase costituente e preparatoria. Tutti sono per il Congresso, è il ragionamento che viene fatto tra gli esponenti vicini al segretario reggente, ma c’è modo e modo di farlo.

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