Il 30% degli iscritti M5S, al 94%, dicono sì al contratto di governo. Nel week end i gazebo della Lega dove ci si potrà esprimere. Il Pd esausto e diviso all’Assemblea nazionale. Renzi ha ancora in mano il partito?

Il 30% degli iscritti M5S, al 94%, dicono sì al contratto di governo. Nel week end i gazebo della Lega dove ci si potrà esprimere. Il Pd esausto e diviso all’Assemblea nazionale. Renzi ha ancora in mano il partito?

Al termine dello “scrutinio”, scrive un esultante Luigi Di Maio su Facebook, “hanno votato 44.796 persone, di queste hanno votato a favore 42.274, più del 94% degli iscritti”. Naturalmente, “è un grandissimo risultato – aggiunge Di Maio – un plebiscito di fiducia e di entusiasmo che ci mette sulla strada giusta per questo governo. Con questa votazione diamo il via alla firma del contratto di governo. Siamo a pochi passi da realizzare i punti del nostro programma. Sono molto orgoglioso”. Come sempre accade quando si ha a che fare con una piattaforma, la Rousseau, che non ha nulla di trasparente e di pubblicamente dimostrabile, dobbiamo credere a quanto ci racconta Luigi Di Maio. Insomma, su undici milioni di elettori del Movimento, e su più di 130mila iscritti, decidono solo 42mila iscritti, poco meno di un terzo. E gli altri? Quanti sono coloro che invece di votare no hanno preferito evitare di esprimersi? Chissà. Ne prendiamo atto, come ne prenderà atto anche Matteo Salvini, che ha convocato per questo week end gli elettori leghisti a votare nei gazebo. Il risultato, anche in questo caso, è scontato. Ma i problemi veri sono altri e sono stati discussi altrove. E sono relativi al nome del futuro premier, colui che dovrà fare il notaio del contratto appena confermato dai grillini, al di là di ogni rispetto della Costituzione. Ed è qui che casca l’asino.

Le strategie di Matteo Salvini in casa leghista: no a Di Maio premier, nome terzo, e incarichi di governo pesanti per la Lega

La Lega infatti insiste sulla necessità di affidare Palazzo Chigi a una figura ‘terza’ rispetto ai partiti, anche se “promossa da M5s”, e punta a ottenere in cambio ministeri di ‘peso’ nella composizione del futuro governo ‘pentaleghista’. La scelta emerge al termine della riunione del consiglio federale che ha dato “mandato pieno e unanime” a Matteo Salvini “affinché si parta col governo del cambiamento”. Nella riunione con i dirigenti del suo partito, Salvini non avrebbe – secondo quanto si apprende da chi vi ha partecipato – fatto un nome specifico per l’incarico di presidente del Consiglio. Ma avrebbe messo in chiaro che l’idea sarebbe di affidare l’incarico a una “figura terza, di alto profilo e con un cursus politico, promossa dai 5 stelle e in seguito condivisa”. Stando a quanto riferiscono fonti M5s, il Movimento di Luigi Di Maio avrebbe avanzato ai ‘lumbard’ una “rosa di cinque nomi”. In questa ‘rosa’ – viene spiegato da fonti di entrambi i partiti – non vi sarebbero solo nomi di figure ‘terze’ ma anche esponenti dei 5 stelle, con questi ultimi che continuerebbero a rivendicare Palazzo Chigi per un proprio parlamentare. Massimo riserbo sui nomi proposti, anche se fonti leghiste spiegano che nella rosa figurano, per quanto riguarda la ‘quota’ 5 stelle, alcuni dei nomi emersi già nei giorni scorsi (tra questi Emilio Carelli, Vincenzo Spadafora, Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro e Vito Crimi). Nessuna indicazione, al momento, sul nome o i nomi proposti come ‘figura terza’ ai due partiti.  In merito alla squadra di governo, durante il federale, Salvini sarebbe stato chiaro nel garantire ai compagni di partito che per la Lega otterrà “ministeri di peso”. Tra i vari dicasteri – Salvini lo ha detto pubblicamente nei giorni scorsi – il segretario leghista vorrebbe Agricoltura e Interni. Ma potrebbero andare al partito di via Bellerio anche Sviluppo economico o addirittura il Tesoro. Per quest’ultima poltrona, se dovesse essere un leghista, la scelta andrebbe su Giancarlo Giorgetti. Mentre non e’ un mistero che i ‘desiderata’ di Salvini riguarderebbero il Viminale. Infine, alcune fonti parlamentari di Forza Italia hanno riferito di una telefonata ‘accesa’ tra Silvio Berlusconi e Salvini, dopo le dichiarazioni del primo che, ad Aosta, aveva preso le distanze dal percorso di dialogo avviato dal secondo coi 5 stelle. La telefonata è stata smentita dagli staff di entrambi i leader. E’ però un fatto che le nuove rivendicazioni di Berlusconi su un’eventuale premiership di centrodestra non sono state per nulla gradite in via Bellerio.

Altro appuntamento importante sabato: l’Assemblea nazionale del Pd. Giunto il momento chiave per decidere? Chissà. Renzi ha ancora la proprietà del partito?

E’ ancora stallo nel Partito democratico, le trattative e le offerte di mediazione arrivate da una parte e dall’altra non sono finora bastate a far raggiungere un’intesa tra il fronte renziano e l’area che sostiene il reggente Maurizio Martina e a questo punto il rischio di una conta per l’elezione del nuovo segretario in assemblea è concreto. Matteo Renzi aveva dato la sua disponibilità a non intervenire in apertura dei lavori e a confermare Martina nel ruolo di reggente, senza però un vero e proprio voto e rimandando alla prossima assemblea la convocazione del congresso. Dal fronte-Martina è arrivata però una ulteriore controproposta: si voti la relazione del segretario reggente, con l’impegno a convocare il congresso entro l’anno e, soprattutto, con la conferma ufficiale del ruolo di guida per Martina, in quanto vice-segretario di Renzi all’ultimo congresso. Per Orlando e Franceschini la conferma di Martina deve essere ufficiale, deve avvenire con un voto e non solo attraverso una “mancata sfiducia”. Su questo, secondo fonti del fronte-Martina, sarebbe arrivata la disponibilità di Graziano Delrio e Lorenzo Guerini, ma Renzi avrebbe stoppato tutto. Sull’altro fronte, quello renziano, si dà ovviamente una lettura opposta: “Noi abbiamo fatto una proposta, alcuni di loro erano disposti ad accettarla, altri no. Ma confidiamo che alla fine si possa trovare un’intesa che eviti conte che in questo momento non hanno senso”. Dall’area Martina, invece, si sostiene che i renziani vogliono evitare il voto “perché sanno che non avrebbero più la maggioranza uscita dal congresso e, forse, non avrebbero proprio la maggioranza. Stanno persino chiedendo di far votare tutti i parlamentari, che avrebbero diritto di partecipare ma non di votare su queste questioni. Vogliono farli votare perché pensano di controllarne molti…”.

E’ Piero Fassino a lanciare un’ultima proposta di compromesso, nel quale si parla di “confermare Martina” ma non si chiede esplicitamente un voto: “Un esito unitario della Assemblea del Pd è possibile se sabato si compiono tre scelte: rendere visibile il nostro profilo di intransigente opposizione a tutela degli interessi del Paese; dare una manifestazione di coesione che corrisponda alla domanda di unità della nostra gente; confermare Maurizio Martina nell’incarico di ‘reggente’, conferendogli un mandato politico forte”. Un “mandato forte” si limita a dire Fassino. Da Areadem, l’area di Franceschini e Fassino che si è riunita nel pomeriggio, si commenta così il comunicato dell’ex sindaco di Torino: “Se ci sarà un’ulteriore chiusura di Renzi anche sulla proposta avanzata da Fassino a nome di tutta l’area Martina, allora si voterà sui candidati”. Uno, appunto, sarebbe proprio Martina, l’altro potrebbe essere Lorenzo Guerini. Ma ci sono ancora molte ore per trattare. E domani è un altro giorno.

 

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