Gianluigi Buffon, una vita sportiva di record, lascia Juve e Nazionale, ma prende tempo sul futuro. Proposte stimolanti

Gianluigi Buffon, una vita sportiva di record, lascia Juve e Nazionale, ma prende tempo sul futuro. Proposte stimolanti

Una carriera di oltre vent’anni, iniziata a Parma, con cui vinse una Coppa Uefa e una Coppa Italia nel 1999, e poi proseguita alla Juventus, un connubio durato 17 stagioni fatte di record e trofei, in un palmares in cui figura anche un Mondiale e un campionato di Serie B. Come annunciato dal presidente Andrea Agnelli nel giorno dell’addio di Gianluigi Buffon, che sabato vestirà per l’ultima volta la maglia bianconera, sono i numeri più che le parole a descrivere ciò che sia stato il portiere di Carrara per il mondo Juve e più in generale per il calcio italiano. 5 le vittorie in Coppa Italia, 4 in bianconero e una con il Parma. 6 i successi in Supercoppa Italiana, primato condiviso con Dejan Stankovic. 9 gli scudetti conquistati, tutti con la maglia della Juventus, senza contare quelli del 2004/05 (revocato) e del 2005/06 (non assegnato). 19 i trofei ottenuti con la maglia della Juventus. Nessuno ha fatto meglio di lui in bianconero. 25 i trofei vinti complessivamente tra Nazionale, Parma e Juventus. 17 Anni e 295 giorni il giorno dell’esordio in Serie A in Parma-Milan. 117 i ‘gettoni’ collezionati in Champions League, record per un giocatore italiano e secondo per un portiere dietro a Ikeer Casillas. 176 le volte in cui ha indossato la maglia della Nazionale, record assoluto, di cui 80 da capitano. L’esordio è datato 29 ottobre 1997, all’età di 19 anni e 274 giorni. 639 le presenze complessive in Serie A, solo otto in meno dall’attuale record detenuto da Paolo Maldini (647). 974 il record di minuti di imbattibilità per un portiere nella massima serie, realizzato nel marzo 2016.

Sabato sarà la sua ultima in bianconero, nel giorno della festa tricolore dell’Allianz Stadium. Ma per il ‘dopo’, tutto è ancora da decidere. La conferenza stampa che avrebbe dovuto sciogliere i dubbi sul futuro di Gigi Buffon regala in realtà una sola certezza, l’addio alla Juve, e lascia aperte diverse porte: la maglia di un altro club (rigorosamente “non in Italia”), un incarico societario (preceduto da un congruo periodo di formazione) o sei mesi di sabbatico (“non mi farebbero male”). Giacca grigia, camicia bianca e sorriso tirato dall’emozione, Buffon inizia ringraziando il presidente Andrea Agnelli, che gli siede al fianco (“in questi anni si è sviluppato con lui un rapporto di vicinanza, di condivisione e di amicizia”) e la Juventus (“un club con un approccio al lavoro unico al mondo, una filosofia che ho fatto mia e che cercherò di usare anche fuori dal calcio: se sono diventato quello che sono è merito loro”) ma ammette di avere bisogno ancora di tempo, “di due o tre giorni di riflessione”, per scegliere se andarsi a mettere tra i pali di un’altra porta o cominciare a studiare da uomo società.

Un altro anno da vice di Szczesny, il suo erede designato? “Mai pensato – risponde – Lui è un portiere eccelso, del mio stesso valore, ha 27 anni e non merita paragoni inutili, che non servono a niente e a nessuno e che metterebbero a disagio sia lui che me. E poi sono fermamente convinto che la Juve, da società seria qual è, debba programmare il futuro: io che sono stato giocatore per quasi 20 anni e capitano per 7 o 8 sono il primo a pensare sia giusto così”. Un capitolo sicuramente chiuso è quello azzurro. “Non sarò in campo per Italia-Olanda il 4 giugno”, conferma. “Se ero diventato un problema tre mesi fa – dice amaro – non oso pensare quello che potrebbe essere tre mesi dopo, diventerebbe qualcosa di estremamente complicato da gestire e voglio tenermene lontano: penso di non meritarlo, e poi ci sono giovani grandi portieri che hanno bisogno di fare le loro esperienze. La nazionale è un’altra parentesi che ha caratterizzato il mio percorso e la mia vita calcistica ma compagni e dirigenti mi hanno dato quello che dovevano darmi mentre giocavo, mentre ci battevamo assieme per raggiungere certi traguardi. Non ho bisogno di altri attestati di stima”. C’è anche lo spazio, e il tempo, per rievocare i passaggi chiave di una stagione segnata dal settimo scudetto consecutivo e da una nuova Coppa Italia, ma anche dalla notte del Bernabeu, del rigore al 93′ costato l’eliminazione nei quarti di finale: “La squalifica per quello che ho detto potrebbe essere giusta – ammette Buffon – ma non ho ancora capito il perché dell’espulsione. Dopo ho trasceso, è vero, mi dispiace di aver offeso l’arbitro, ma se l’avessi incontrato due giorni dopo l’avrei abbracciato. Non porto mai rancore”. L’ultima domanda si trasforma in un assist involontario. “Paura per quello che sarà? No, solo quella giusta, quella che può avere chiunque davanti a un cambio così radicale di vita e di abitudini. Ma io vivo di questo, per tirarmi fuori da zone di comfort e andarmi a misurare con avventure complicate: è un modo per pesarsi, per formarsi. E poi non importa se una sfida la vinci o la perdi, importante è battersi”.

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