Clan dei Casamonica, il necessario segnale

Clan dei Casamonica, il necessario segnale

Si tratta di una “famiglia” i cui vincoli affondano e sono cementati non solo sul sangue, ma sul malaffare. E per capirci: si sta parlando di un clan, quello dei Casamonica che nasce dalla “unione” di due “famiglie”: i Casamonica appunto; e i Di Silvio: famiglie di  sinti stanziali originarie dell’Abruzzo e del Molise, giunte a Roma agli inizi degli anni Settanta.  Il clan poi si è allargato con matrimoni e imparentamenti con altre “famiglie”: i Cena, i De Rosa, i Di Guglielmo, i Di Rocco, i Ciarelli, i Di Lauro, i Laudicino, gli Zini, gli Spada e gli Spinelli… I capisaldi tradizionali del clan mafioso sono le zone poste nella periferia sud-est di Roma: Romanina, Anagnina, Porta Furba, Tuscolano. Spinaceto, e ancora più a Sud, fino a Frascati e Montecompatri. Secondo la Direzione Investigativa Antimafia è la struttura criminale più potente e radicata del Lazio, un patrimonio stimato di 90 milioni di euro, e un migliaio di affiliati.

Questa la premessa.  Ha fatto giustamente scalpore la sconcertante e avvilente vicenda di alcuni affiliati al clan, protagonisti della vigliacca aggressione a una disabile che si è opposta alle loro arroganze e prepotenze e la devastazione di un bar il cui gestore che non si è piegato ai loro voleri. In tanti hanno chiesto, chiedono da parte delle istituzioni un “segnale” chiaro e forte. Hanno ragione: serve un segnale.  C’è da chiedersi perché questo segnale ci sia necessità di chiederlo; perché non sia venuto da tempo. Chi siano, cosa facciano, di cosa siano responsabili i Casamonica, lo si sa da tempo, da anni. Lo sa la popolazione di quei quartieri, lo sanno le forze dell’ordine, lo sanno i politici, lo sanno tutti. E quando si dice tutti, significa tutti. Se si riavvolge il nastro della memoria, fece scalpore quel funerale così pomposo che aveva un chiaro significato: “Il padrino è morto, il padrino è vivo. Il potere lo abbiamo sempre noi, non dimenticatelo”. Qualcuno volle vedere in quell’episodio del folclore tutto sommato simpatico; e si imbambolò davanti a quel carro funebre così bello e raffinato. Ben altro era il messaggio, come già allora era di tutta evidenza. Siamo ora al raid nel bar. Anche quello un chiaro messaggio.

E allora la risposta: sappiamo, è documentato da mille inchieste non solo giornalistiche, che molte delle sontuose abitazioni dei Casamonica sono abusive. Ecco: un suggerimento al ministro dell’Interno. Telefoni al suo omologo, il ministro della Difesa, e gli dia appuntamento in quelle vie dove sorgono quegli edifici abusivi; entrambi, accompagnati dal genio delle forze armate: e facciano saltare per aria quegli edifici abusivi. Un sogno, un delirio? Ebbene: era il 1992, e il XIII municipio di Roma veniva commissariato per uno scandalo di tangenti. Per salvare le sorti del municipio romano, l’unico ad affacciarsi sul litorale, venne chiamato a ricoprire la carica di Presidente lo storico leader radicale Marco Pannella, che per soli 100 giorni portò avanti l’unica esperienza amministrativa della sua lunga carriera politica e del suo partito. Nei cento giorni di amministrazione radicale Ostia e tutto il suo municipio venne chiamato con l’ardito termine giornalistico di “Pannellopoli” per il carisma e i provvedimenti di efficienza amministrativa posti in essere dal Presidente che nei suoi tre mesi di gestione aveva avviato battaglie serrate contro l’abusivismo edilizio e l’applicazione concreta delle leggi sugli enti locali, per creare come dichiarava all’epoca sulla stampa “una voglia di fare presto e bene” per contagiare tutta l’Italia.

Il primo grande intervento di Pannella fu la lotta all’abusivismo edilizio nell’entroterra di Ostia, attanagliato da decenni dalla speculazione immobiliare. Fu il primo caso in Italia in cui si applicò l’art. 4 della 47/85 sul condono edilizio accendendo durissime reazioni degli abusivi con tafferugli, caroselli della polizia, decine di denunce per resistenza. La magistratura sospese le operazioni di abbattimento “per motivi di ordine pubblico”. Pannella rilanciò con l’utilizzo delle ruspe abbattendo gli immobili illegali e chiedendo addirittura l’intervento dell’esercito. Pannella aveva un’unica grande convinzione, come si legge nell’archivio di Radio Radicale: “Il territorio circoscrizionale era a suo avviso in parte controllato da organizzazioni di tipo mafioso che avevano promosso un micro-abusivismo nuovo, di massa e di mafia, cercando di legare a questo fenomeno, con la violenza, l’intero popolo degli abusivi”. Per questo iniziò l’abbattimento degli edifici che sorgevano su aree con vincolo archeologico e paesistico accusando anche la magistratura di non intervenire con le sanzioni previste dalla legge. Si trattava, è vero, di Pannella; e trovò una solida sponda nel ministro della difesa di allora, il socialista Fabio Fabbri. Questo per dire che se si vuole dare un segnale concreto, lo si può dare; se lo si può dare, si deve darlo. Senza “se”. Senza “ma”.

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