Addio al grande, irriverente, trasgressivo, straordinario Philip Roth, coscienza critica della società americana, e non solo

Addio al grande, irriverente, trasgressivo, straordinario Philip Roth, coscienza critica della società americana, e non solo

“Mattina dopo mattina per cinquant’anni, ho affrontato la pagina a venire senza difese e impreparato. L’ostinazione, non il talento, ha salvato la mia vita”. Philip Roth si è spento all’età di 85 anni in un ospedale di New York per insufficienza cardiaca. L’autore di “Lamento di Portnoy” (1969) e “Pastorale Americana” (1997) è stato l’enfant terrible della narrativa ebraico-americana, mantenendo il ruolo di coscienza critica nella letteratura d’oltreoceano contemporanea, estendendo la sua satira corrosiva e dissacrante dalla comunità di origine all’intera società statunitense. Nato nel 1933 a Newark, nel New Jersey, Roth cresce in una famiglia ebraica della piccola borghesia: studente brillante, consegue la laurea in Letteratura inglese, insegnando per un breve periodo presso l’università di Chicago. Alla fine degli anni Cinquanta abbandona la carriera universitaria, esordendo con “Goodbye, Columbus”, volume di racconti ambientati in una comunità ebraica contemporanea in cui affiorano segni di decadimento. Il successo arriva con “Portnoy’s complaint”, commedia dissacrante e grottesca che gli aliena per un lungo periodo le simpatie della comunità ebraica. Nelle opere successive lo scrittore estende il suo sguardo satirico ad altri aspetti della società statunitense, progressivamente spostando la sua attenzione sulla figura dello scrittore contemporaneo, in una saga caratterizzata da forti spunti autobiografici. Con “American Pastoral” vince il Premio Pulitzer nel 1998, mentre pur essendo nella lista dei candidati da anni non è mai stato premiato con il Nobel per la letteratura dall’Accademia svedese. Troppo politicamente scorretto, forse, troppo irriverente.

“Raccontare storie, questa cosa che è stata così importante per tutta la mia esistenza, non è più il cuore della mia vita”, ha spiegato al quotidiano francese Liberation. “E’ strano, non avrei mai immaginato che una cosa del genere potesse accadermi”. Premiato quasi regolarmente, (nel 1998 il Pulitzer per “Pastorale americana”; il National Book Award nel 1960 per “Goodbye, Columbus” e nel 1995 per “Sabbath Theatre”) è stato più volte tra i favoriti per il Nobel senza mai ottenerlo e se ne è andato proprio nell’anno in cui il premio è stato sospeso per le denunce relative a presunte molestie sessuali. Un ragazzo moro e dai capelli scuri, nipote di immigrati ebrei dall’Europa orientale, Philip Roth ha scritto 31 romanzi: racconti provocatori dei costumi della piccola borghesia ebraica americana, satire politiche, riflessioni sul peso della storia o sull’invecchiamento. Le sue opere sono quasi sempre tra autobiografia e finzione. La sua penna esigente e la sua implacabile lucidità sulla società americana lo hanno reso una figura chiave nella letteratura del dopoguerra. E’ l’unico scrittore vivente il cui lavoro è stato pubblicato dalla Library of America. In Francia è stato inserito nella prestigiosa collezione La Pleiade.

Nel 2012, annunciò di aver rinunciato alla scrittura e spiegò che “Nemesis”, pubblicato nel 2010, sarebbe stato il suo ultimo romanzo. “Non ho più l’energia per sopportare la frustrazione. Scrivere è una frustrazione quotidiana, e non parlo dell’umiliazione”, spiegò al New York Times. “Non posso passare giorni a scrivere cinque pagine, e poi buttarle via”. Nel 2014, raccontò al quotidiano svedese Svenska Dagbladet di aver riletto i suoi 31 libri per “scoprire se avevo perso il mio tempo. Non si può mai esserne certi, sapete”. Il genio letterario, senza figli, ha aggiunto di provare un enorme sollievo: “l’esperienza quasi sublime di non avere più nulla di cui preoccuparsi se non della morte”.

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