Il governo Gentiloni approva la riforma della Giustizia in zona Cesarini. Vittoria del buon diritto, del diritto buono, e soprattutto della radicale Rita Bernardini

Il governo Gentiloni approva la riforma della Giustizia in zona Cesarini. Vittoria del buon diritto, del diritto buono, e soprattutto della radicale Rita Bernardini

È il caso di dirlo: il governo si “salva” in zona Cesarini. Come la mitica mezz’ala della Juventus che realizzava i suoi gol nei minuti finali della partita, l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni, dopo mesi e mesi di “melina”, finalmente è giunto in rete, per quel che riguarda i sospirati decreti relativi alla riforma della giustizia penale. Il Consiglio dei ministri, riunitosi appunto in “zona Cesarini”, su proposta del ministro della Giustizia Andrea Orlando ha approvato, in secondo esame preliminare, un decreto legislativo che attua la legge sulla riforma della giustizia penale, e introduce disposizioni che riformano e innovano l’ordinamento penitenziario. Il provvedimento si prefigge l’obiettivo di rendere più attuale l’ordinamento penitenziario previsto dalla riforma del 1975; lo adegua ai numerosi orientamenti della giurisprudenza di Corte Costituzionale, Corte di Cassazione e Corti europee.

In sostanza:

  1. a) riduce il ricorso al carcere in favore di soluzioni che, senza indebolire la sicurezza della collettività, riportino al centro del sistema la finalità rieducativa della pena indicata dall’art. 27 della Costituzione;
  2. b) razionalizza le attività degli uffici preposti alla gestione del settore penitenziario, restituendo efficienza al sistema, riducendo i tempi procedimentali e risparmiando sui costi;
  3. c) diminuisce il sovraffollamento, sia assegnando formalmente la priorità del sistema penitenziario italiano alle misure alternative al carcere, sia potenziando il trattamento del detenuto e il suo reinserimento sociale in modo da arginare il fenomeno della recidiva; – valorizzare il ruolo della Polizia Penitenziaria, ampliando lo spettro delle sue competenze.

Un provvedimento suddiviso in sei parti corrispondenti ad altrettanti capi, dedicate alla riforma dell’assistenza sanitaria, alla semplificazione dei procedimenti, all’eliminazione di automatismi e preclusioni nel trattamento penitenziario, alle misure alternative, al volontariato e alla vita penitenziaria. Finalmente, vien da dire. Era un provvedimento lungamente atteso. Un provvedimento di “buon diritto e di diritto buono”, di ragionevolezza; e che ci pone, finalmente, in condizione di poter guardare senza vergogna, noi che siamo la patria di Cesare Beccaria e di Piero Calamandrei, gli altri paesi di “liberale” tradizione giuridica.

Un provvedimento che ha avuto un iter tormentato

Demagoghi di destra e di sinistra (e anche demagoghi senza etichetta, ovviamente) lo hanno contrastato con ogni mezzo, facendo ricordo a ogni tipo di fake news; e anche il Governo e le forze della ormai vecchia maggioranza, a lungo sono state timorose e titubanti: come cantava Lucio Dalla viviamo tempi dove la cosa “eccezionale è essere normali”. La “normalità” di questo decreto che restituisce al mondo del diritto (e in particolare le carceri e tutti coloro che a vario titolo le “abitano”) si è avuto per mesi paura. Una colpevole paura, coniugata con l’indifferenza di troppi che nulla hanno fatto, e tanto invece avrebbero dovuto fare.

Quella dell’ordinamento penitenziario è semplicemente una riforma organica dell’esecuzione penale con la quale, dopo oltre quaranta anni, si torna a porre la finalità rieducativa e il reinserimento sociale del condannato al centro della legislazione penale nella luce dei principi affermati dall’articolo 27 della Costituzione. Gli stati generali dell’esecuzione penale voluti a suo tempo dal ministro della Giustizia per riunire l’“accademia”, l’avvocatura e la magistratura, attorno alla attuazione della delega, hanno prodotto una riforma che pone ancora una volta l’Italia all’avanguardia nella elaborazione dei più avanzati strumenti di recupero e di trattamento penitenziario.

La riforma – il caso fa bene le cose – cade proprio nel giorno in cui le Brigate Rosse sequestravano, quarant’anni fa, Aldo Moro. Che proprio in occasione di questo anniversario sia stata approvata la riforma, acquista un significato che non occorre sottolineare. Valgano, per tutte le parole di Agnese Moro, una delle figlie del leader democristiano. Ferita in uno dei suoi affetti più cari, avrebbe avuto tutto il diritto di mostrare il volto arcigno che non concede perdono e misericordia. Invece si fa interprete di un “sentire” improntato a pacata ragione e meditata consapevolezza: «A volte sembra che la nostra vita pubblica assomigli alla storia di Penelope, che tesseva di giorno e di notte disfaceva il lavoro fatto. È quello che rischia di succedere alla riforma penitenziaria su cui governo, Parlamento, studiosi, operatori, addetti ai lavori, volontariato e società hanno lavorato intensamente negli ultimi anni».

Alla vigilia del Consiglio dei ministri è stato diffuso un appello che merita riflessione

Un appello sottoscritto dall’Associazione italiana dei professori di diritto penale; dall’Associazione tra gli studiosi del processo penale; dall’Unione Camere Penali Italiane e il Consiglio Nazionale Forense; e ancora: Magistratura Democratica, Area democratica per la giustizia, Antigone, la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia; il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito e Nessuno Tocchi Caino. Scorrono poi le firme di: Edmondo Bruti Liberati; Fabio Cavalli; Adolfo Ceretti; Paolo Di Paolo; Emilio Dolcini; Elvio Fassone; Giovanni Fiandaca; Luca Formenton; Carlo Federico Grosso; Vittorio Lingiardi; Franco Lorenzoni; Ernesto Lupo; Sergio Moccia; Tomaso Montanari; Valerio Onida; Padre Laurent Mazas; Francesco Palazzo; Mauro Palma; Sandra Petrignani; Armando Punzo; Andrea Pugiotto; Domenico Pulitanò; Gaetano Silvestri; Marco Ruotolo; Delfino Siracusano; Armando Spataro; Donatella Stasio; Vladimiro Zagrebelsky.

Nell’appello si osserva che la riforma «rappresenta niente più che il rifiuto, ideale prima ancora che giuridico, di presunzioni legali di irrecuperabilità sociale, dal momento che nessuna pena deve rimanere per sempre indifferente all’evoluzione personale del condannato, ed affida alla magistratura, cui per legge è assegnata istituzionalmente la realizzazione del finalismo rieducativo dell’art. 27 della Costituzione – la magistratura di sorveglianza – la piena valutazione sulla meritevolezza delle misure alternative e il bilanciamento degli interessi in gioco».

La riforma, giova ripeterlo, non contiene nessun afflato buonista, nessuna ‘liberatoria’ per pericolosi delinquenti – tanto meno per mafiosi e terroristi, espressamente esclusi dall’intervento riformatore – nessun insensato ed indulgenziale ‘svuotacarceri’: semmai preserva la comunità da gravi forme di recidiva criminale attraverso la proposta di un impegnativo cammino di rientro rivolta a chi voglia e sappia intraprenderlo. È per questo che chiediamo che l’impegno di varare la riforma sia mantenuto, perché uno Stato il quale sa offrire una speranza alle persone che ha legittimamente condannato deve concedere loro l’opportunità di diventare buoni cittadini e rendere così un utile servizio alla collettività intera.

Un carcere come luogo di reclusione senza speranza, che isola il condannato e lo esclude dalla società

Al di là dei rapporti di forza e delle difficili dinamiche politiche che si sono innescate dopo il 4 marzo, è in discussione la necessità di modificare in senso più adeguato ai tempi, il sistema penitenziario; un qualcosa che corrisponde all’interesse generale. Diversamente da quanto una cattiva e interessata propaganda ha cercato di far credere, alimentando le paure collettive per facile tornaconto elettorale, il carcere così com’è non costituisce l’unica o più efficace risposta contro la criminalità. Mille inchieste e studi dimostrano che un carcere come luogo di reclusione senza speranza, che isola il condannato e lo esclude dalla società come un nemico da bandire, non riabilita, incattivisce, provoca effetti ancora più desocializzanti e criminogeni.

Vittoria del diritto, del buon diritto e del diritto buono, abbiamo detto e di Rita Bernardini

Vittoria del diritto, del buon diritto e del diritto buono, abbiamo detto; in particolare – bisogna dare atto alla sua caparbietà, alla sua costante, quotidiana, paziente, spesso sotterranea azione politica di attenzione e “dialogo”, di Rita Bernardini, che per conto del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito, ha seguito passo passo la vicenda: sostenendo, stimolando, pungolando l’azione del governo anche con pesanti costi personali(svariati digiuni durati mesi); senza aver remora di criticare l’esecutivo e il ministro di Giustizia anche duramente, quando vistosamente tentennava.

Matteo Salvini, perfettamente coerente al personaggio che si è voluto costruire

Per finire: da registrare la dichiarazione del leader della Lega Matteo Salvini, perfettamente coerente al personaggio che si è voluto costruire: “Vergogna, un governo bocciato dagli italiani approva l’ennesimo ‘salva-ladri’. Appena al governo cancelleremo questa follia nel nome della certezza della pena: chi sbaglia paga”. Una inviperita reazione che è una sorta di cartina di tornasole che dimostra quanto sia giusta e opportuna la riforma appena approvata.

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