Di Maio, Salvini e, a forza, Berlusconi, celebrano l’alleanza. Rilanciano promesse elettorali. Def alle porte, ma conti non tornano. Cresce la povertà. Senza Sud declino certo. Camusso: “Bisogna farsi domande nuove, il Paese è cambiato”

Di Maio, Salvini e, a forza, Berlusconi, celebrano l’alleanza. Rilanciano promesse elettorali. Def alle porte, ma conti non tornano. Cresce la povertà. Senza Sud declino certo. Camusso: “Bisogna farsi domande nuove, il Paese è  cambiato”

Mentre Salvini Matteo in combutta con Luigi Di Maio celebrava la sua vittoria elettorale e, insieme il successo della “operazione presidenti” di Senato e Camera, un segnale chiaro dell’accordo raggiunto sotto banco fra Lega e M5S per il prossimo governo, perché di questo si tratta, mentre Berlusconi si leccava ancora le ferite, costretto ad alzar bandiera bianca, in altra parte dell’Italia, a Cernobbio, in riva del  lago di Como, dove si teneva il tradizionale Forum della Confcommercio, Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui Conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano indicava la “cura necessaria” per il nostro Paese, alle prese con il Def, il documento di economia e finanza atteso a Bruxelles dai cerberi della Commissione Ue per il 15 di aprile. A scrivere il documento non sarà il governo che se ne è andato. Il ministro Padoan cui spetta l’onore di mettere a punto il documento in una situazione normale ha più volte fatto presente che si limiterà a presentare  una fotografia della situazione, la prima parte del Def avendo ottenuto l’assenso del presidente della Commissione europea il lussemburghese Jean Claude Juncker e  del  francese Pierre Moscovici, commissario agli affari economici. La seconda parte, la ciccia, cioè gli impegni da rispettare, il programma per i prossimi anni dovranno metterlo a punto i nuovi governanti espressi da M5S, Lega, da sola o in compagnia del Berlusca e della Meloni. Un bel guaio per loro viste le promesse fatte in campagna elettorale e subito riprese dopo le nomine dei due presidenti. Di Maio ha posto come uno dei cardini della politica economica l’abolizione dei vitalizi ai parlamentari. “L’elezione dei presidenti delle Camere non è una partita per il governo – aveva detto – è una partita per l’abolizione dei vitalizi”. Senza entrare nel merito perché i vitalizi sono già stati aboliti, salvo per chi è già in pensione e si tratterebbe di diritti acquisiti, lo stesso Di Maio indica un risparmio di circa 1,5 miliardi. Salvini a elezione avvenuta ha trillato: “Ora via alla riduzione delle tasse, la flat tax, l’aumento delle pensioni e le tante altre promesse fatte in campagna elettorale per le famiglie”. Il totale è una valigiata di miliardi. Il problema vero, al di là delle promesse elettorali  è mettere a punto un progetto di politica economica e sociale. La Cgia di Mestre in un documento reso noto in questi giorni in merito allo stato di povertà ed esclusione sociale fa sapere che in Italia tra il 2006 e il 2016 vi è stata una crescita del 4%, il 30% delle famiglie, 18 milioni di persone, si trova in questa situazione. La media europea è salita solo dell’1%. Dovrebbero fischiare le orecchie a chi ha governato in questi anni, Renzi Matteo compreso. Ma forse se le sono turate.

Cottarelli. Sono tanti i miliardi che servono a coprire il deficit corrente

Torniamo a Cernobbio. Carlo Cottarelli ha parlato dei miliardi che sono già destinati a coprire il deficit corrente, il famoso fiscal compact che, addirittura è inserito nella nostra Costituzione come in quelle di tutti gli stati membri della Ue. “Abbiamo rispettato le regole europee, ma siamo arrivati al limite, vediamo che cosa succederà in primavera, ma non mi stupirei se l’Europa ci chiedesse di fare un adattamento, diciamo dello 0,2/0,3% sul Pil”. “La cura per il Paese – ha proseguito – è fatta da riforme per combattere la burocrazia, che costa 30 miliardi di euro all’anno alle piccole e medie imprese, la corruzione, per avere una giustizia più veloce e contro l’evasione fiscale”. Secondo Cottarelli è necessario portare “l’avanzo primario gradualmente al 4%, basta fare ogni anno una manovra dello 0,3% del Pil”. Dodici miliardi servono per impedire l’aumento dell’Iva. “Spero – ha detto – che chi ha vinto le elezioni, ossia Lega e 5 Stelle, lavorino su queste cose”. Speranza vana. Cottarelli dice che “è necessario mettere in sicurezza i conti pubblici, visto che stiamo ancora pagando le conseguenze dell’attacco speculativo scatenatosi sei anni fa. La soluzione è far scendere il rapporto tra debito pubblico e Pil: in condizioni relativamente normali come quelle di oggi il debito dovrebbe scendere del 3% l’anno per metterci al riparo da attacchi speculativi in caso di recessione. Come? Non aumentando il deficit, ma tagliando la spesa”. Cottarelli non vede pericoli immediati: “il ciclo economico è favorevole e la liquidità abbondante. Il rischio eventuale viene da una nuova fase recessiva e dalla fine del QE della Bce”, l’acquisto di titoli, tenendo fermi i tassi di interesse.

Cgil: “Maggiore progressività del fisco e attenzione ai patrimoni”

Da Susanna Camusso è arrivata una risposta a Cottarelli e più in generale alle forze politiche. La “sensazione – dice il  segretario generale della Cgil – è quella di stare in un quadro completamente nuovo ma con discussioni che ripetono schemi già usati. Bisogna invece farsi domande nuove perché il Paese è cambiato”. “Gli elementi di fragilità del Paese – ha proseguito  – sono cresciuti e non diminuiti. Per esempio è cambiato il rapporto tra consumatori e modi di consumo, basti pensare alla valanga di problemi portata dalla digitalizzazione nel terziario”. Il segretario generale della Cgil ha poi messo sul tappeto il tema della diseguaglianza, per combattere la quale “va esercitata la leva fiscale con maggiore progressività e attenzione ai patrimoni”. Infine una significativa riflessione sulla contrattazione: “la moltiplicazione dei contratti nei vari settori è dumping, ci vuole più rappresentatività concentrando l’iniziativa sull’innovazione”. Fra i vari interventi non poteva mancare quello di  Giuliano Cazzola, ”esperto” di diritto del lavoro, previdenza e welfare, tanto esperto da avere un posto fisso da Floris, leggi La7 insieme alla Fornero. Non a caso a Cernobbio ha difeso a spada tratta la riforma che porta il nome della prof., anch’essa ospite quasi fissa di Floris. “Se non si fosse fatta – ha detto – avremmo buttato nel cestino venti anni di riforme”.

Nella classifica della crescita economica siamo al 25° posto su 26 Paesi

Sempre da Cernobbio vengono indicazioni interessanti per i probabili nuovi governanti, anche se, forse, per poco tempo. Ma toccherà a loro dare risposte alla Ue. Il Rapporto sulle economie territoriali realizzato dall’Ufficio studi di Confcommercio dice che nella  classifica della crescita economica tra il 2014 e il 2017 l’Italia è venticinquesima su 26 Paesi europei. “Quella che viviamo da quattro anni a questa parte, dunque, non è crescita – afferma il documento – ma soltanto ripresa, e in più è anche in fase di rallentamento”. Vediamo i numeri: per il 2018, considerando anche “il perdurante impatto negativo dei problemi strutturali: eccesso di burocrazia e carico fiscale, difetto di legalità, di accessibilità territoriale e di qualità del capitale umano”, Confcommercio prevede, dando per scontata la neutralizzazione completa delle clausole di salvaguardia per il 2019, una crescita dell’1,2%, seguita da un +1,1% nel 2019, in ribasso rispetto alle previsioni Istat mentre i consumi salirebbero rispettivamente dell’1% e dello 0,9%. Anche per il biennio 2018-2019 non si vede alcun miglioramento nella condizione del Mezzogiorno e, ha affermato il direttore dell’Ufficio Studi Mariano Bella, “senza Sud è declino certo per l’Italia”. L’ottimismo emerso a metà del 2017 dopo la pubblicazione dei conti territoriali del 2015 è già dimenticato: il Mezzogiorno è nettamente indietro rispetto al resto del Paese in termini di accessibilità territoriale, burocrazia, legalità. L’unico parametro in cui supera la media nazionale è il rapporto tra occupati e popolazione, ma questo è il frutto perverso sia del calo delle nascite che della migrazione interna (dal 2000 al 2016 oltre 900mila meridionali si sono trasferiti al Centro o al Nord al netto di quanti sono andati al Sud). Il  Rapporto ci dice che il “problema Italia” è in larga misura l’arretramento strutturale del Sud, un’area che vale ancora oltre un terzo della popolazione e quasi un quarto del prodotto lordo. Dopo oltre 150 anni di storia unitaria del nostro Paese c’è ancora una “questione meridionale” da risolvere.

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