Cambiando il modo di produrre e consumare, cambiano i rapporti sociali. I temi della povertà e della disuguaglianza. La sinistra a un bivio. Senza partito l’autonomia del sociale finisce per essere episodica (Parte seconda)

Cambiando il modo di produrre e consumare, cambiano i rapporti sociali. I temi della povertà e della disuguaglianza. La sinistra a un bivio. Senza partito l’autonomia del sociale finisce per essere episodica (Parte seconda)

Siamo, secondo gli studiosi di scuola schumpeteriana, nel pieno del quinto ciclo di Kondratieff (cotone, carbone, acciaio, petrolio, microprocessore). Ma cambiando il modo di produrre e di consumare, cambiano tutti i rapporti sociali. Vi ricordate? Il mulino a braccia vi dà “la società” del signore feudale, il mulino a vapore la società del capitalista industriale. Cosa ci sta dando il mulino digitale? L’essenza, la peculiarità, del nuovo modo di produrre sta nella capacità – in un accumulo in grande accelerazione — di progettare rapidi mutamenti nei progetti, nei processi, nell’organizzazione: individualizzazione del lavoro, personalizzazione del consumo,  sembrano essere le tendenze di fondo.

Integrazione nelle imprese delle fasi di progettazione e di produzione, riduzione di importanza delle economie di scala, alleggerimento e riduzione del numero dei componenti meccanici in tanti prodotti, integrazione in rete dei fornitori di componenti e di imprese di assemblaggio dei prodotti finali, sviluppo velocissimo di piccole imprese specializzate nella produzione di servizi e componenti. Così schematizzati possono riassumersi i principali caratteri dei cambiamenti organizzativi nelle imprese e nei settori. Potenza di calcolo (computer) e di comunicazione (telefonia, reti di computer, Internet),  sempre maggiore e a costi via via decrescenti, costituiscono la rete su cui scorre la transizione dal fordismo al nuovo modo di produrre. Ma potenza di calcolo e comunicazione sono risorse la cui particolarità sta nel produrre organizzazione, alimentando relazioni, ordinando dati, creando significati.

Un modo di comunicare è anche un modo di organizzare (Christopher Freeman)

Secondo un’antica regola, le prime vittime dell’onda d’urto sprigionata dal nuovo modo di produrre – un vero e proprio tsunami – sono proprio i sistemi più organizzati e strutturati: ciò vale sia per i sistemi di pensiero, sia per le realtà, produttive o politico-istituzionali. L’onda d’urto ha avuto un effetto micidiale sull’insieme del discorso strategico socialista; ad andare in pezzi sono stati soprattutto due pilastri: la concezione del lavoro come dimensione collettiva, la concezione dello Stato/nazione come luogo storico e strumento principe delle politiche di redistribuzione e di cittadinanza. Strategicamente, l’individualizzazione del lavoro configura un processo di destrutturazione  dello spazio sociale, l’esaurimento-svuotamento dello Stato-nazione, nel vortice della globalizzazione, configura una destrutturazione dello spazio politico. Ma l’effetto combinato della destrutturazione dei due pilastri sconvolge il triangolo dello Stato/nazione-democrazia politica-cittadinanza sociale che ha rappresentato lo spazio politico, l’arena all’interno della quale, in un lungo scontro-confronto, si è costruito l’edificio moderno dei diritti sociali, “stecche del corsetto” della cittadinanza democratica.

Destrutturazione dello spazio sociale. Metamorfosi del lavoro

Quali sono le nuove faglie sociali, intrinseche al nuovo modo di produrre? Chiederselo è imprescindibile, coglierne le linee di tendenza è essenziale – perché solo in questo modo è possibile fare i conti con l’affermarsi del nuovo paradigma. Ragionare sulle cause profonde di tale crisi mi sembra prioritario. All’inizio, l’analisi va posta sulle nuove faglie sociali, intrinseche al nuovo modo di produrre. Riconcettualizzare la “frattura sociale”, coglierne le nuove caratteristiche, diventa determinante, per fare i conti con le ragioni della crisi e per delineare i termini e i terreni di una possibile controffensiva, che per essere tale deve riguardare la riorganizzazione del discorso su entrambi i pilastri; non solo il pilastro dello spazio sociale, ma anche il pilastro dello spazio politico, proprio perché l’ultimo ha svolto e svolge, nello stesso tempo, la funzione d’ambito e di garanzia del primo. Si diceva destrutturazione dello spazio sociale. Nel suo grande affresco sul capitalismo informazionale – la sistemazione forse più profonda sulla terza marca di capitalismo, dopo quello del laissez-faire, dopo quello keynesiano – Manuel Castells evidenzia come all’interno del nuovo modo di produrre emergano due grandi faglie sociali, fenomeni confermati anche da tante analisi di caso: la prima riferita al lavoro, la seconda alla condizione sociale.

  1. a) Il lavoro sta vivendo una profondissima metamorfosi: un primo aspetto riguarda il processo di individualizzazione, aspetto su cui si è concentrata particolarmente l’attenzione, cioè il passaggio dal lavoro-posto al lavoro-percorso; ma c’è anche un secondo aspetto, ancor più importante, la tendenza crescente alla sua interna polarizzazione: da una parte cioè una specie di riartigianalizzazione del lavoro, dall’altra un lavoro generico, dequalificato. Inoltre, il lavoro non solo si individualizza e si polarizza ma subisce un’ulteriore trasformazione: perde parte della sua potenza e della sua capacità di integrazione sociale; in termini politico-sociali le implicazioni sono formidabili proprio perché, nel lavoro e con il lavoro, si è realizzata la grande opera di integrazione sociale dell’era moderna. A ben vedere, la metamorfosi del lavoro porta anche a una crisi progressiva, ad uno svuotamento, della stessa categorializzazione del lavoro affermatasi fin dal sorgere della rivoluzione industriale: i tessili, i chimici, i metalmeccanici ecc.; ma tale categorializzazione, pur di natura essenzialmente merceologica, ha funzionato, per dirla con Max Weber, anche come idealtipo: essere cioè allo stesso tempo identità e arma formidabile nella lotta sociale delle classi lavoratrici

Il nesso categoria/ Camera del Lavoro così nasce il sindacato confederale

Tale questione ha una enorme portata, proprio perché sul nesso categoria/camera del lavoro si è costituito il Sindacato confederale, la forma più politica di sindacato, e di cui la categoria rappresenta un muro portante dell’intera costruzione. Il nesso categoria/camera del lavoro ha simbolicamente rappresentato il tentativo di impedire che il lavoro si riducesse primitivamente a forza-lavoro. Ma se ricategorializzare il lavoro diventa sempre più necessario, di fronte al progressivo svuotamento di significato della antica categorializzazione, ricategorializzare il lavoro significa anche smontare e rimontare la forma di organizzazione che le lotte del lavoro hanno costruito e sedimentato in decenni e decenni di lotta sociale. Ma non c’è alternativa: oggi un uomo al computer è un uomo al computer in tutte le postazioni di lavoro. Il nuovo modo di produrre permette, infatti, contemporaneamente sia l’integrazione del processo lavorativo, sia la destrutturazione della forza-lavoro; e, conseguentemente, della sua potenza di integrazione. Le tecnologie informatiche ed elettroniche – una volta si sarebbe detto l’uso capitalistico delle macchine – rendono possibile la disintegrazione e la dispersione delle antiche comunità di lavoro. Delocalizzazioni e ristrutturazioni diffondono insicurezza. L’obsolescenza rapida dei saperi e dei mestieri genera erosione biografica (Richard Sennet).

È possibile innescare un processo di autonomia del lavoro

Ma le tecnologie informatiche rendono  possibile anche il processo inverso: innescare un processo di recupero di autonomia del lavoro: passare dalla mano d’opera al cervello d’opera. Come imboccare tale via? Questo è il tema di fondo su cui costruire una forza neosocialista.

  1. b) La seconda faglia si configura come un ritorno della vulnerabilità, inedita e su larga scala, cioè l’emergere e l’estendersi del fenomeno definito esclusione sociale. In termini di struttura sociale, tempo fa si parlava della società dei due terzi. Una società industriale che vedeva la gran parte dei suoi membri integrata verso l’alto, che si lasciava dietro però una fascia residuale di povertà, fascia non ancora pienamente coinvolta dal processo di sviluppo, che affrontata però con politiche opportune, sostanzialmente redistributive, lasciava intravedere la possibilità di un qualche riassorbimento.

 La società dei quattro quinti. L’onda di crisi colpisce il lavoro salariato

Oggi invece alcuni parlano di società dei quattro quinti: un nucleo ristretto, collocato molto in alto in termine di occupazione e di reddito, circondato da una grande area di precarietà e di vulnerabilità che naviga faticosamente tra lavoro precario, occupazione intermittente, disoccupazione (Thomas Piketty). Altri ancora di società dei tre terzi, un terzo di privilegiati, un terzo di deboli, un terzo di precari. Tutte le interpretazioni puntano comunque ad evidenziare che la marginalità non indica tanto un’area periferica in via di più o meno lento assorbimento, quanto il prodotto della destabilizzazione degli stabili, per dirla con Robert Castel, l’effetto cioè dell’onda della crisi che parte dal centro della società, in particolare del lavoro salariato. Il senso del mutamento sociale in corso configura una nuova questione sociale, i cui elementi di fondo possono così riassumersi: drastica riduzione della mobilità sociale verso l’alto, destabilizzazione degli stabili, polarizzazione del lavoro, perdita del potere di integrazione del lavoro. Il tema della povertà e della diseguaglianza, tema eminentemente economico e che rimanda a politiche distributive, si mescola e viene progressivamente sovrastato dal tema della esclusione sociale, tema eminentemente relazionale, che rinvia a sua volta alla questione ben più complessa del legame sociale, della sua rottura e della sua ricostruzione.

Le origini dei movimenti socialisti: Sindacato, Cooperazione, Partito

Si tratta di fare i conti con i caratteri nuovi sia della configurazione del lavoro, sia della configurazione sociale e, tutto ciò, in un contesto in cui le grandi migrazioni e l’insicurezza spingono alla etnicizzazione e alla corporativizzazione del conflitto sociale: significa sinteticamente una profonda reinvenzione strategica ed organizzativa del campo di forze della sinistra politica e sociale – in sintesi della costruzione/ricostruzione di un nuovo assetto strategico, analogo a quello dei movimenti socialisti delle origini: Sindacato Cooperazione Partito. Senza Partito la stessa autonomia del sociale finisce per essere episodica ed esaurirsi in se stessa. Sostiene Jurgen Habermas che la questione oggi più importante è quella di sapere se la forza del capitalismo planetario – forza esplosiva in senso produttivo, sociale, culturale – possa essere ricondotta sotto controllo sul piano sopranazionale e globale, ossia al di là dei confini nazionali. Tale possibilità decide nella sostanza del rapporto tra politica e mercato: se la politica riguadagna terreno rispetto agli automatismi del mercato oppure se continua a svolgere solo una funzione ancillare; allenare i propri cittadini alla concorrenza, trasformare i cittadini in impresari del proprio capitale umano – alla Tony Blair – adeguarsi semplicemente a una visione etica del mondo che è tipica del neoliberalismo; se, in definitiva, il capitalismo globalizzato possa essere addomesticato o semplicemente smorzato.

La costruzione di Entità Statuali Continentali diventa il banco di prova ed insieme la condizione per innalzare a un livello superiore la potenza della politica: se il triangolo stato/nazione-democrazia politica-cittadinanza ha rappresentato lo spazio, all’interno del quale, attraverso un lungo processo di lotte politiche e sociali, il movimento operaio e socialista è riuscito ad addomesticare gli spiriti animali delle due precedenti forme di capitalismo, l’esaurimento dello stato/nazione mette la sinistra di fronte ad un bivio: disarmo dello stato sociale o riarmo dello stato/nazione; accettare un’erosione degli standard pubblici di solidarietà sociale, oppure delineare un balzo in avanti, pensarsi e proporsi come la forza propulsiva del nuovo Stato federale europeo, sia per garantire la difesa e l’avanzamento della strategia della cittadinanza democratica, sia per costruire una prospettiva di governo del processo di globalizzazione.

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