A pochi giorni dal voto, quadro politico in fibrillazione. Le strategie del centrodestra. I dubbi del M5S. Il caos nel Pd. LeU, Fratoianni chiarisce il progetto

A pochi giorni dal voto, quadro politico in fibrillazione. Le strategie del centrodestra. I dubbi del M5S. Il caos nel Pd. LeU, Fratoianni chiarisce il progetto

Matteo Salvini ribadisce di puntare a governare. E per dimostrare che sta facendo sul serio, aggiunge anche di essere “pronto a incontrare le forze politiche rappresentate in Parlamento”. Insomma, amplia il giro d’orizzonte dopo aver già strizzato l’occhio all’elettorato di sinistra. Anche Silvio Berlusconi, in un’intervista al Corriere, sottolinea che l’incarico spetta al centrodestra e ribadisce di voler mantenere un “ruolo di garante”. Apparentemente, dunque, l’uno e l’altro “socio” di questa coalizione sembrano muoversi all’unisono, con l’obiettivo di arrivare a palazzo Chigi. In realtà, a tre giorni dalle elezioni che hanno sancito il sorpasso della Lega su Forza Italia, le analisi della situazione e, soprattutto, le ipotesi sulle prossime mosse, mostrano profonde differenze. Berlusconi è alle prese con un partito indebolito, che ora teme di essere fagocitato dall’alleato. La compagine meridionale, ma anche consiglieri come Gianni Letta, temono un ulteriore rafforzamento dell’asse del Nord, ossia di quella frangia di azzurri che da tempo guarda al segretario leghista. E se c’è un capofila di questa compagine, quello è proprio Giovanni Toti. Ed è lui che Matteo Salvini è andato a trovare, per un pranzo a Portofino, con tanto di foto social. Un “segnale” che non è né sfuggito né piaciuto ad Arcore, perché è stato letto come indice dell’Opa intrapresa dal segretario del Carroccio. Dentro Forza Italia, i più sospettosi cominciano già a chiedersi se davvero il numero uno leghista abbia intenzione di andare a palazzo Chigi. La sensazione è invece che tifi per un’alleanza M5s-Pd di breve durata, che lo riporti in fretta alle urne, ma questa volta nel conclamato ruolo di azionista di maggioranza della coalizione. D’altra parte, in casa Lega, pensano che Berlusconi stia lavorando più ad altri scenari. C’è soprattutto un’ipotesi di cui, nelle chiacchiere da Transatlantico, gli esponenti azzurri parlano esplicitamente: quello di un governo di minoranza del centrodestra con l’astensione del Pd. Non si realizzerebbe nell’immediato, ma più in là, in estate, dopo che si sarà verificato lo stallo su tutti gli altri tentativi. “Potremmo fare come Rajoy in Spagna”, spiegano. Il non trascurabile particolare, tuttavia, è che tale esecutivo non potrebbe chiaramente essere guidato da Matteo Salvini. In Forza Italia confidano che a quel punto i dem si potrebbero spostare su questo schema, soprattutto se ci dovesse essere la moral suasion del Quirinale. Il punto di caduta è: perché il segretario del Carroccio dovrebbe dare il via libera a un siffatto governo, per giunta rinunciando alla premiership? “Se fosse il capo dello Stato – argomentano – ad avanzare il nome di un altro leghista, come Zaia o Giorgietti, sarebbe difficile per Salvini dire di no”.

Il caos nel Pd, senza una vera direzione politica né una strategia. Si discute delle “non-dimissioni” di Renzi

La lettera, “formale”, di dimissioni è stata firmata e consegnata da Matteo Renzi a chi di dovere già lunedì, dopo l’analisi fatta di fronte a telecamere e giornalisti della “sconfitta netta” subita alle urne. “Continuare a discutere di un fatto ormai avvenuto – mette nero su bianco Matteo Orfini – come non vi fosse stato non ha molto senso”. La frecciatina è rivolta alle diverse anime della minoranza Pd, dopo la levata di scudi arrivata, tra gli altri, da Luigi Zanda, Michele Emiliano e Andrea Orlando. I parlamentari vicini al ministro della Giustizia, in particolare, si sono riuniti alla Camera in vista della direzione di lunedì e sono tornati a chiedere “dimissioni vere ed effettive” da parte del segretario e una direzione che sia “un vero punto di svolta”, a partire dall’esame di quella che viene definita una “sconfitta storica”. Adesso serve “una gestione collegiale, unitaria”, è il refrain, per affrontare la fase post voto, l’elezione dei presidenti delle Camere e l’eventuale formazione del nuovo governo. Il vicesegretario Maurizio Martina ‘reggente’, è la via d’uscita fornita anche da Zanda, magari “circondato da una squadra plurale”. Adesso il percorso è segnato, tagliano corto i renziani. Non esistono – il copyright è sempre del presidente Pd – “margini interpretativi né soluzioni creative”. Secondo lo statuto dem, infatti, dal passo indietro del segretario il presidente ha 30 giorni di tempo per convocare l’assemblea nazionale. il parlamentino dem ha quindi di fronte a sé due possibili alternative: o eleggere un nuovo segretario (che rimarrebbe in carica fino al 2021, scadenza naturale della consiliatura) o convocare il congresso, con la conseguente decadenza di tutti gli organi del partito (ad esclusione del presidente e del tesoriere). Nessun ‘reggente’, quindi. Ma il vicesegretario che, sempre da statuto, rimanendo in carica prende pieni poteri dalle dimissioni del segretario all’assemblea. Quando convocare l’assemblea, sarà uno dei temi di cui dovrà discutere la direzione in programma per lunedì alle 15. Da lunedì scorso ci sono appunto trenta giorni. Il trentesimo scoccherebbe il prossimo 4 aprile, in pieno periodo di consultazioni al Quirinale per la formazione del nuovo governo. Anche la scelta della data, quindi, è una questione delicata. Sempre più difficile, qualora sia mai stata concreta, l’ipotesi di aprire a un sostegno al M5S. Andrea Orlando la qualifica come “mossa brillante dal punto di vista comunicativo” (ripercorrendo un po’ la definizione – “operazione di marketing per sviare da rimborsopoli” – data da Renzi alla lista dei ministri M5S) per “spostare il dibattito interno” sulle alleanze “oscurare” così il tema del risultato elettorale. Che in ogni caso sgombera il tavolo: “La maggioranza, tutta, esclude questa ipotesi. Quindi quasi il 70% del Pd. L’area politica che mi ha sostenuto al congresso ha escluso la possibilità di un governo con i 5 stelle, così come con il Centrodestra, quindi si aggiunge un ulteriore 20% del Pd. In modo chiaro per questa prospettiva si è pronunciato Michele Emiliano che ha ottenuto al congresso il 10%. Il conto è presto fatto – sentenzia – Il 90% del gruppo dirigente del Pd è contrario ad un’alleanza con il M5S”. Matteo Richetti minimizza: “Se non ci sarà la dimostrazione che il passo indietro è anche fisico”. I renziani, tuttavia, predicano ottimismo: alla fine la linea sarà quella data dal segretario. “Non vedo che rottura ci debba essere, siamo praticamente tutti d’accordo nell’andare all’opposizione – ragiona un fedelissimo di Renzi – Tutti ci aspettano? Non è che anche quando perdiamo possiamo essere noi a guidare la politica”. Andare a nuove elezioni, insomma, rimane un’opzione possibile. “Matteo Renzi si è formalmente dimesso lunedì. Come da lui richiesto nella lettera di dimissioni, e come previsto dallo statuto, ho immediatamente annunciato la convocazione dell’assemblea nazionale per gli adempimenti conseguenti. Contestualmente ho convocato la direzione nazionale che sarà aperta dalla relazione del vicesegretario Martina. Nella direzione discuteremo le scelte politiche che il Pd dovrà assumere nelle prossime settimane. Continuare a discutere di un fatto ormai avvenuto – le dimissioni del segretario – come non vi fossero state non ha molto senso. Come non lo ha disquisire del percorso conseguente le dimissioni che è chiaramente definito dal nostro statuto e che non consente margini interpretativi né soluzioni creative”. Lo dice il presidente Pd Matteo Orfini in una nota.

Nel M5S prevale il richiamo unitario di Di Maio alle forze politiche. Venerdì l’assemblea degli eletti

Luigi Di Maio rinnova il suo appello a tutti i partiti a convergere sui temi in nome della responsabilità e lo fa con una lettera aperta a Repubblica: “Voltiamo pagina e cambiamo l’Italia insieme”, scrive il leader del Movimento 5 stelle. Ripetendo l’importanza di fare tutto alla luce del sole, in trasparenza, senza quelli che definisce “teatrini, giochi di palazzo e strategie alla House of cards”. Parole significative secondo il giornalista neodeputato M5s Emilio Carelli – già considerato tra i favoriti come figura di garanzia nella corsa della presidenza alla Camera – che su Facebook sottolinea che la lettera di Di Maio “dimostra la volontà di aprire una reale trattativa sul programma per un governo del cambiamento”. Le priorità, come spiega Danilo Toninelli, uno della cerchia dei fedelissimi di Di Maio, sono quelle di “creare lavoro, combattere la povertà, abbassare le tasse e tagliare gli sprechi per mettere soldi dove serve”. Temi con i quali i 5 stelle potrebbero attrarre in modo trasversale le altre forze politiche anche se, così viene confermato in ambienti pentastellati, esisterebbe ancora un orientamento per un Pd ‘deRenzizzato’.  Il leader M5s Di Maio, in queste ore, sta pensando anche alla prima assemblea con tutti gli eletti: venerdì pomeriggio all’hotel Parco dei principi quasi 350 tra deputati e senatori M5s si incontreranno con il loro capo politico. Sarà un momento di conoscenza e di informazioni ‘tecniche’ per affrontare al meglio l’ingresso in Parlamento tra regolamenti e procedure. Mentre non dovrebbe esserci nessuna discussione politica dal momento che il rischio di fuga di notizie e di ‘scivoloni’ sarebbe troppo alto per i neoeletti non abituati ad aver a che fare con giornalisti e televisioni. Giovedì, invece, Di Maio andrà al Quirinale per partecipare alle celebrazioni della giornata della donna, evento al quale naturalmente sarà presente il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

LeU. Per Nicola Fratoianni, “l’annuncio del nuovo soggetto era un’allegoria”

“Siamo disponibili a lavorare alla costruzione del nuovo partito della sinistra a patto che indichi una netta discontinuità con il passato, anche generazionale, e abbandoni un profilo troppo simile al Pd pre-renziano”. Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, al termine della segreteria del partito, conversando con l’ANSA, si rivolge così alle altre forze confluite nella lista Liberi e Uguali, in vista del processo costituente di una nuova forza della sinistra italiana. “L’annuncio della nascita del nuovo soggetto il 5 marzo – aggiunge Fratoianni – era un’allegoria: i partiti non nascono per decreto. Ora si avvia un comune percorso costituente. Tuttavia è chiaro che noi ci stiamo solo se il nuovo soggetto cambi nettamente il profilo che purtroppo ha avuto in questa campagna elettorale”. Fratoianni sottolinea che “i limiti” che LeU ha patito in questo voto riguardano tutte le forze alleate. “Mi assumo la responsabilità delle scelte comuni. E dico che siamo stati poco efficaci nel recuperare il voto dei delusi del Pd perché non abbiamo offerto una discontinuità abbastanza netta e perché il nostro profilo era troppo vicino a un Pd pre-renziano. Ora – conclude – dobbiamo lavorare assieme per ricominciare con il piede giusto: serve un cambio di passo e un rinnovamento anche generazionale”.

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