Trump presenta il “suo” bilancio dello stato: debiti, dazi, tagli alla sanità e all’assistenza. Ma i ricchi continueranno a prosperare

Trump presenta il “suo” bilancio dello stato: debiti, dazi, tagli alla sanità e all’assistenza. Ma i ricchi continueranno a prosperare

Continuamente inseguito da scandali e scandaletti privati, dal Russiagate alla pornostar il cui silenzio sulla relazione con lui venne comprato nel 2011 alla modifica cifra di 130mila dollari, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump presenta, a un anno e poco più dal suo giuramento alla Casa Bianca, la sua idea di sviluppo: tagli al sistema sanitario e all’assistenza sociale, privatizzazioni, sfondamento del debito pubblico, dazi doganali. E se una delle prime leggi che egli ha promulgato è il vigoroso taglio delle tasse a ricchi e imprese, nonostante il nuovo buco nel bilancio statale, oggi afferma a chiare lettere la Trumpeconomics: chi ce la fa, bene, chi non ce la fa, si arrangi.

L’American Budget: “fare debiti è cosa buona”, e Trump è “il re dei debiti”

Con la presentazione dell’American Budget, il bilancio federale degli Stati Uniti, il presidente Trump ha reso nota la sua idea di politica economica: fare debiti è cosa buona. L’uomo che era noto tempo fa come il “re dei debiti” cerca oggi di persuadere gli americani che non c’è alcun allarme nel programmare miliardi di dollari di debiti per i prossimi anni. Una crescita economica più forte seguirà certamente, dice Trump, nonostante economisti e investitori siano estremamente scettici su questa dottrina economica. Il progetto di bilancio presentato dalla Casa Bianca non solo spalma il debito per tutto il 2020, ma delinea un piano per le infrastrutture che dovrebbe, in teoria, incoraggiare lo stato e i governi federali a investire pesantemente. Il risultato, secondo il progetto di bilancio, sarà una crescita eccezionale che provocherà la caduta del deficit. Il progetto presume che la crescita supererà il 3% per consolidarsi attorno al 2,8% del Pil, e nulla potrà rallentarla, neppure un tasso più elevato di interessi, né l’inflazione, né una crisi estera, né l’invecchiamento della popolazione americana, né la crescita del tasso di disoccuapzione.

Economisti e investitori sembrano molto scettici sul Trump economista, visti anche i suoi personali precedenti di uomo d’affari

Jim O’Sullivan, capo degli economisti di High Frequency Economist afferma: “pensano che l’espansione possa durare per sempre, ma occorre chiedersi cosa faremo quando ci ritroveremo in piena recessione”, e cita i 1500 miliardi di dollari di debito previsti dopo il taglio delle tasse per i ricchi già effettuato da Trump l’anno scorso. Di fatto, la volontà di Trump di allargare il debito pubblico è in diretta contraddizione con gli anni della retorica repubblicana sui pericoli del debito e rompe con le promesse fatte in campagna presidenziale. Da candidato, infatti, Trump sostenne non solo il pareggio di bilancio ma s’impegnò ab abbassarre strutturalmente il debito pubblico, che oggi tocca la stratosferica cifra di ventimila miliardi di dollari. Certo, però, da navigato businessman, Trump ha attraversato molte volte la bancarotta, proprio per non essere stato in grado di ripagare i suoi debiti, lasciando “in mutande” fornitori e investitori. Nel 2016 disse alla CBS: “Sono il re dei debiti. Sono grande coi debiti. Nessuno conosce i debiti meglio di me”, solo che dimenticava di aggiungere che i debiti personali da gestire sono diversi dal debito pubblico. Ma alla Casa Bianca pare siano decisamente fiduciosi sulla crescita dell’economia america per i prossimi anni. E come ha detto Mick Mulvaney, direttore del Bilancio alla Casa Bianca: “fondamentalmente abbiamo cambiato la struttura dell’economia americana fino al punto in cui crediamo che possa cambiare la tendenza nel lungo periodo delle possibilità di crescita”. Pochi però ne sono davvero convinti, e alcuni già accusano il governo di aver alzato i tassi di interesse anticipando la crescita del debito. I Buoni decennali del tesoro americani già lunedì erano balzato al 2,89% dal 2.06.

La vera posta in gioco: spazzar via le riforme dell’era Obama, dal Medicare all’assistenza sociale

Il punto vero del bilancio americano firmato da Trump è che nella previsione del massiccio pensionamento dei baby boomers, di coloro che sono nati negli anni Cinquanta, punta a tagliare e di parecchio la spesa sanitaria e la sicurezza sociale, per almeno 40 milioni di persone. Secondo le stime del bilancio, si parla di un taglio al Medicare (la legge sull’assistenza sanitaria voluta da Obama) pari a 554 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni, e altri tagli sono previsti per il lavoro e la protezione ambientale. A febbraio dello scorso anno, più di 42 milioni di americani avevano ricevuto i “buoni” per l’assistenza, per un costo complessivo di 71 miliardi di dollari, un costo che pare non essere più contemplato nel progetto di bilancio di Trump.

Secondo quanto riporta il quotidiano “Washington Post”, nel piano di Trump sarebbero previste molte privatizzazioni, tra le quali la vendita degli aeroporti Reagan National e Dulles International, di due grandi superstrade e di diversi altri beni sparsi negli Usa. Tra le privatizzazioni indicate nel documento, “Washington Post” cita le infrastrutture di trasporti di Tennessee, Arkansas, Kansas, Louisiana, Missouri, Oklahoma, Texas e molte altre. Non manca nell’elenco anche l’acquedotto di Washington che rifornisce di acqua, oltre che la capitale, anche la Virginia del nord. Nel piano proposto dal presidente si sostiene che “il governo federale possiede e gestisce alcune infrastrutture che sarebbe più appropriato appartenessero agli Stati, agli enti locali e ai privati”. Il documento chiede dunque che le Agenzie federali vengano autorizzate a vendere i beni indicati laddove esse siano “in grado di dimostrare che la cessione risulti in un valore in grado di ottimizzare il valore per il contribuente”.

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