Roberta Lombardi inadatta. Nostalgia per le “cose buone del fascismo”

Roberta Lombardi inadatta. Nostalgia per le “cose buone del fascismo”

Non c’è niente da fare, quando qualche esponente di primo piano dei grillini deve rispondere sul fascismo rivela le sue congenite ambiguità sul tema. Alessandro Di Battista, il più efficace tra i grillini nelle apparizioni politiche televisive, aveva già tentato di relegare la questione di fascismo e antifascismo a vecchie anticaglie, come le dispute fra Guelfi e Ghibellini. Salvo poi ritrovarsi con lo sparatore di Macerata, militante fascio-leghista a tutto tondo che, prendendo a pretesto l’orribile massacro di una giovane bianca da parte di tre nigeriani, non ha mandato al creatore, per puro caso, ma solo all’ospedale sei incolpevoli immigrati presi a revolverate in pieno centro cittadino. Sulla questione, il candidato premier grillino Di Maio ha saputo solo invocare, come reazione, il silenzio elettorale.

Domenica scorsa è stata la volta della candidata a governatrice della Regione Lazio Roberta Lombardi a esibirsi sul tema intervistata da Minoli nella sua trasmissione “Faccia a faccia”. La signora pentastellata aveva già espresso le sue confuse conoscenze storiche appena eletta in Parlamento nel 2013 dicendo che l’ideologia fascista “prima che degenerasse, aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”. A quando si poteva datare questo inizio degenerativo la Lombardi, allora, non lo spiegò. Così come non spiegò l’origine socialista del movimento e poi del regime, a parte quella personale di Mussolini e di qualche altro epigono. Forse si riferiva a quell’amore così intenso per il “sol dell’avvenire” che portò le squadracce fasciste, appena nate, non ancora “degenerate” secondo Lombardi, e finanziate dagli agrari, a bruciare sistematicamente le case del popolo, le sedi delle leghe contadine, le sezioni dei socialisti, dei comunisti, dei cattolici popolari; a manganellare e uccidere, nella “più spietata guerra civile e antiproletaria” come la definì Gramsci, migliaia di militanti di sinistra e democratici. Un amore che, com’è noto, Mussolini volle poi suggellare con l’assassinio del deputato socialista Matteotti. Non chiarì neanche in che cosa consistesse “l’altissimo senso dello stato e della famiglia” del fascismo. Forse nelle fedi d’oro donate alla Patria dalle mogli italiane, molte delle quali ritrovate nelle tasche dei gerarchi fascisti in fuga al momento della Liberazione il 25 aprile del ’45. Oppure nella sollecitazione a farle figliare per avere giovani soldati da mandare, poi, a morire in Russia, nei Balcani, in Africa, in Francia, nelle guerre di aggressione a fianco di Hitler che contraddistinsero la “dimensione nazionale di comunità” del regime mussoliniano.

La  Previdenza sociale non è una “conquista di civiltà” del fascismo

A Minoli che la interrogava sul “fascismo che ha fatto anche cose buone”, la cittadina Lombardi, il cui severo cipiglio la fa sembrare una sorta di frau Rottermeier pentastellata, ha risposto così: “In merito al fascismo c’è un principio della nostra Costituzione a cui aderisco completamente. Ma se penso all’Inps credo sia stata una conquista di civiltà, se penso alle leggi razziali penso a una delle pagine più buie della nostra storia”.  L’adesione al principio costituzionale appare molto ipocrita e di circostanza se poi si bilanciano le leggi razziali con l’Inps. A parte questo, la Lombardi non sa, sebbene ce ne sia documentazione nei libri di storia a cominciare da quelli delle medie, che la Previdenza sociale non fu una “conquista di civiltà” del fascismo, perché i primi passi della previdenza sociale in Italia cominciarono nel 1898 con l’istituzione della Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai che allora era volontaria. Nel 1919, poi, la previdenza divenne obbligatoria con il nome di Cassa nazionale per le assicurazioni sociali che copriva 12 milioni di lavoratori. Il fascismo, nel ’33, gli cambiò solo il nome in Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale. Anzi, utilizzò gli accantonamenti previdenziali per finanziare l’aggressione all’Etiopia nel ’35-‘36.

Almirante una figura di riferimento per la famiglia Lombardi

Le incertezze, per essere buoni, della Lombardi si spiegano con quanto da lei ricordato, cioè che la sua famiglia “votava per Almirante, era una figura di riferimento per i miei”. Nella generale perdita di memoria storica, il fondatore e il più noto segretario del Msi passa oggi per un bravo signore in doppiopetto, un padre della patria un po’ nostalgico, ma attento e pensoso dei destini della Nazione, quasi un leader della destra risorgimentale. Non è proprio così. Fu un fascista a tutto tondo. Lui stesso, negli anni ’70, quando cercò di assumere una veste di destra nazionale pronta per essere sdoganata, non volle mai fare autocritica e distaccarsi dalla sua provenienza: “Io il nome fascista ce l’ho scritto in fronte” amava dire, ammiccando ai camerati. Durante il ventennio approvò entusiasticamente le leggi razziali firmando il “Manifesto della razza” e facendo il segretario di redazione di “Difesa della razza” la rivista del regime dedicata a spiegare quanto fossero inferiori e pericolosi gli ebrei per la razza italiana. Aderì alla RSI di Mussolini che gli ebrei dichiarò “Nazione nemica” consegnandoli ai tedeschi per essere sterminati.

Come capo di gabinetto del ministro repubblichino per la cultura Mezzasoma, firmò nel ’44 un manifesto affisso sui muri del grossetano che imponeva ai renitenti alla leva fascista e ai partigiani di quelle contrade di deporre le armi pena la morte: “Tutti coloro – intimava – che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena”. Fu condannato nel dopoguerra come collaborazionista dei tedeschi, anche se con lui, come con tanti altri come lui, la Repubblica fu magnanima e pacificatrice, per cui non scontò alcuna pena. Nel dopoguerra, come capo del fascismo nostalgico, fu pervicacemente e sempre dalla parte di chi lavorava contro il progresso sociale e civile dell’Italia, sempre border line con i gruppi estremisti e violenti dell’area neofascista. Tuttavia anche lui s’integrò nell’attività parlamentare, obbligato, non per amore ma per forza, a esercitare le sue nostalgie sul terreno della democrazia repubblicana, ma sempre strizzando l’occhio a quelli, come il famigerato capo della X Mas Junio Valerio Borghese, pronti a complottare per abbatterla.

Evidentemente il clima familiare almirantiano ha influito non poco sulla formazione politica della pentastellata Lombardi, sulla sua ignoranza storica, sulla sua approssimazione politica. E questo la rende non credibile e inadatta a rinnovare la politica nazionale e locale, sebbene ce ne sia un grande bisogno.

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