Prod…. Ezze del professore. Dall’osso al bastone

Prod…. Ezze del professore. Dall’osso al bastone

Personalmente non avevo dubbi su come Prodi si sarebbe schierato per le prossime elezioni. Dove sarebbe andato a parare era già chiaro nei mesi precedenti. Al referendum sulla riforma costituzionale, sebbene ne avesse un’opinione pessima – come tanti altri del resto che fecero la sua stessa scelta, esterni e interni ai democrats come Cacciari e Cuperlo per citarne qualcuno – si schierò per il sì all’ultimo momento. La sua motivazione, tratta da un proverbio popolare, fu icastica: “Meglio succhiare un osso che un bastone”. Cioè, a dire, meglio subire il meno peggio. Ma questa era solo la giustificazione, se così si può dire, di facciata. Perché, come del resto oggi, il professore con quella posizione si disponeva a raccogliere gli eventuali cocci di una sconfitta di Renzi per riannodare il suo vecchio sogno di un centrosinistra ulivista. Per questo scopo si poteva correre anche il rischio di deturpare la Costituzione; “Parigi val bene una messa” disse Enrico IV di Francia, solo che, nel caso di specie, il prezzo da pagare non era la partecipazione a un rito religioso ma l’incrinatura del patto che reggeva l’unità degli italiani nel segno di una democrazia rappresentativa, partecipata e socialmente progressiva. Non è neanche da escludere che quella sortita dell’ultima ora fosse fatta in base a previsioni quasi certe di sconfitta renziana e, quindi, che il rischio di aiutare a lacerare la Carta fondamentale fosse considerato da Prodi assai remoto e, per così dire, accettabile, rispetto alle magnifiche sorti e progressive di un suo ruolo futuro di riedificatore dell’Ulivo. La politica può essere anche cinica, ma c’è un limite oltre il quale l’agire politico non è cinico ma piuttosto stupido e impolitico.

La sconfitta del “Bomba”. Anche Pisapia gettava la spugna. Il  “calvario” del prof

Infatti, la ruinante sconfitta del “Bomba” non liberò il campo; e il professore è stato costretto a continuare a succhiare il suo osso. Un vero calvario. Tenendosi sempre un po’ super partes, ha tentato di evitare la scissione del PD, che Renzi ha ferreamente determinato non facendo nulla per impedirla e addirittura auspicandola in cuor suo. Poi, di indurre i discoli renitenti, che nel frattempo se ne dicevano di tutti i colori, a fare di nuovo un accordo elettorale, pronubo il buon Pisapia. Pur avendo concesso quasi tutto, fino al limite del masochismo, alla fine anche Giuliano ha gettato la spugna. Non tanto per le bizze di Bersani e company – non vogliamo fare una cosa rossa ma di centrosinistra, andava rassicurando Pierluigi – quanto per l’indisponibilità di Renzi, come da Pisapia stesso denunciato.

Non contento, mentre il PD, insieme a FI e Lega, varava a colpi di fiducia la vergogna del “rosatellum”, Prodi si aggrappava, benedicendolo e sempre succhiando il suo osso, anche al tentativo di Fassino che lo statista di Rignano aveva inviato in missione in terre nemiche per fare quella che è definita, farloccamente, una coalizione. Il risultato lo conosciamo: il PD insieme a tre cespuglietti, uno dei quali raccoglie forze del vecchio centrodestra come la Lorenzin e Casini che non hanno cambiato idea rispetto a prima. Siccome difficilmente raggiungeranno il 3%, i loro voti saranno conteggiati al PD. Pierferdi, che, come si ricorderà, è stato una delle colonne portanti del centrodestra berlusconiano, la famosa “terza punta” della combriccola, insieme all’ex cavaliere e a Bossi, sarà presentato a Bologna per la gioia del vecchio elettorato di sinistra. Nel 2015, con il fiuto del democristiano d’antan, aveva già capito tutto e lo diceva a “Il Messaggero” del suocero Caltagirone: “Per anni abbiamo chiesto la trasformazione della sinistra italiana… Bisogna prendere atto che questa trasformazione Renzi la sta facendo: ha smantellato la concertazione in cui si era indugiato troppo negli ultimi trent’anni, poi il jobs act, la detassazione della casa, il contante, la riforma costituzionale…”. Nel 2016, approfondiva il concetto sul “Corriere della sera”: “Renzi ha fatto bene finora… il governo merita di andare avanti”. Cioè sta facendo le cose che noi di centrodestra non siamo riusciti a fare. Poi, paternamente e per antica esperienza forlaniana, invitava il presidente del Consiglio a evitare “inutili esibizionismi”, a non assumere “atteggiamenti altezzosi”, a “stare sereno”, ad andare “oltre l’Arno”, a “saper guardare lontano”. Cioè a lui. Il “Bomba”, naturalmente, non ha avuto remore a dismettere la promessa che aveva fatto agli elettori PD alle primarie del 2012 stampata su tanto di manifesto: “Se vince Renzi no a Casini. Nessun inciucio che ci impedisca di fare scelte e governare”.

Il fallimento della mission impossible di  Fassino non ha fiaccato Prodi

Il fallimento della mission impossible di Fassino non ha fiaccato Prodi. dimostrando di avere ottime mandibole, ha continuato a rosicare la dura spoglia del renzismo. La scorticatura non si è arrestata neanche di fronte all’ulteriore renzianizzazione del partito con la formazione di liste a immagine e somiglianza del capo e con l’acquisizione, per sicurezza su una futura ripresa del “Patto del Nazareno”, di una serie di candidati provenienti da FI e dal PDL berlusconiano. Prodi non ha battuto ciglio neanche davanti alla dismissione delle primarie per la designazione dei candidati previste dallo statuto del PD, che il “Bomba” aveva giurato, nel 2012, essere inderogabili.

Ora, continuando a mentire a se stesso, il professore deve far finta, come gli ha rimproverato perfino il suo sostenitore e discepolo Franco Monaco, che quella intorno al PD sia una coalizione, perché non lo è, priva com’è dell’attributo fondamentale: un programma che la definisca negli intenti e negli obiettivi. Per la verità in tutto questo suo affaccendarsi da lontano a rimettere insieme i cocci del vecchio e ormai tramontato centrosinistra, Prodi non ha mai messo innanzi i contenuti, li ha semplicemente obliterati, anche perché conscio che se fosse partito da lì avrebbe dovuto subito constatare che non era aria. Che il problema, perciò, non erano le antipatie personali, che pur ci sono, annidate nelle menti, nei cuori e nella bile dei leader – quelle sue per D’Alema sono note e partono da Gargonza -, ma qualcosa di ben più profondo. Qualche giorno fa ha motivato così la sua scelta: “Liberi e Uguali non è per l’unità del centrosinistra. Punto”. Invece: “Renzi, il gruppo che gli sta attorno, il Pd e chi ha fatto gli accordi con il Pd sono per l’unità del centrosinistra”. Dove è evidente l’ossimoro fra Renzi e unità.

Non si è accorto il professore che quello che sta succhiando, ormai da molto tempo, non è più un osso, ma un nodoso bastone.

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