Nel Pd spuntano i “partigiani” che, come Bettini, denunciano il modello “padronale” di Renzi, che rispolvera il voto utile. Le repliche di Bersani e D’Alema

Nel Pd spuntano i “partigiani” che, come Bettini, denunciano il modello “padronale” di Renzi, che rispolvera il voto utile. Le repliche di Bersani e D’Alema

La curiosità del giorno nella politica nazionale è la costituzione in Sicilia dei “partigiani del Pd”: a tenere a battesimo il gruppo, quattro componenti della segreteria regionale del partito, che si sono dimessi, rimettendo il loro mandato nelle mani del segretario Fausto Raciti, come forma di protesta contro “un modello politico padronale”. I quattro fondatori, Antonio Ferrante, Antonio Rubino, Carmelo Greco e Salvatore Gazziano, che contestano le modalità di formazione delle liste, non hanno intenzione di uscire dal Pd, che voteranno il 4 marzo alle politiche, ma non sosterranno la campagna elettorale. Infatti, come si legge nel manifesto che hanno presentato nel corso di una conferenza stampa, a Palermo, nella sede del Partito democratico “non pensiamo di cambiare partito ma di cambiare il partito”. Non solo. Dice Antonio Rubino, dimissionario responsabile dell’organizzazione del pd siciliano, che “questo movimento non sta nascendo dentro un’area o dietro una persona. Non siamo davanti a uno scontro fra comunisti e renziani, come qualcuno ha voluto far credere. Quello che nasce oggi è un modello di partito contrario al modello padronale a cui stiamo assistendo”. I promotori dei “partigiani del Pd”, inoltre, accusano esplicitamente il potente luogotenente di Renzi in Sicilia, Davide Faraone, già sottosegretario all’Istruzione ed ex responsabile welfare nazionale del Pd. L’accusa contro di lui da parte di Rubino è come una martellata: “Perché Faraone ha rifiutato ogni momento di confronto con i dirigenti fino al giorno della presentazione delle liste, interrompendo quel rapporto di fiducia tra il partito nazionale e quello regionale? I candidati sono stati scelti da Renzi su proposta di Faraone, secondo un modello politico di logiche di appartenenza e fidelizzazione. A questo, noi opporremo un modello di partito democratico”. In fondo, la vicenda siciliana sembra essere una metafora di quanto è accaduto in tantissime parti d’Italia nel Partito democratico, con candidati centristi ed ex berlusconiani calati direttamente dal Nazareno nei territori, esclusioni di membri della minoranza, scelte dettate dalla fedeltà a Renzi e al suo progetto politico di un gruppo parlamentare coeso attorno all’ipotesi eventuale di un governo di larghe intese. Ma di questo, Renzi non parla più ormai, non spiega al suo popolo la verità, e a Porta a Porta decide di dare inizio a quella propaganda densa di promesse che ascolteremo fino al prossimo 2 marzo.

Goffredo Bettini su Huffington Post: “in questo regime interno, non esiste più uno spazio democratico”

E d’altro canto, che la situazione interna al Pd sia bollente lo dimostra un intervento di Goffredo Bettini su Huffington Post. Dopo aver posto interrogativi pesanti su cosa avrebbe dovuto fare la minoranza dopo la sorpresa della lettura del partito, Bettini scrive che qualora si fossero scelti gesti clatanti, “tutto avrebbe dato all’esterno l’immagine di una deriva irreparabile, in grado di scoraggiare ancor di più, di quanto già oggi sia, il voto al Pd”. Così, scrive Bettini, “non aver aperto una crisi adesso, non significa che la crisi non ci sia. Non significa che questo regime interno, nel quale non esiste più un minimo spazio democratico e nel quale uno solo comanda, con le persone a lui più fidate e vicine, possa continuare anche dopo il voto”. La durezza della critica a Renzi è evidente ma non finisce qui. Infatti, conclude Goffredo Bettini, “non siamo di fronte a un comando assoluto ma illuminato. Siamo di fronte a un comando assoluto e capriccioso; che ha scelto le candidature, anche sulla base dei suoi umori personali e delle sue antipatie politiche”. Come si vede, la tesi di Bettini è sostanziamente analoga a quei dirigenti del Pd siciliani che si sono definiti “partigiani”, appunto, per una nuova liberazione da quel “comando assoluto” di cui parla anche Bettini. Il punto resta comunque sempre lo stesso: anche dopo una eventuale e prevedibile sconfitta del Pd, dal 5 marzo quel partito sarà contendibile, soprattutto alla luce del gruppo parlamentare composto per lo più da fedelissimi? E un governo di larghe intese non metterà in moto un meccanismo di riallineamento a Renzi, tra coloro che in quel governo vorranno entrarci? Né dai siciliani, né da Bettini, tuttavia, sappiamo come si potrà autoriformarsi il partito democratico a guida ed egemonia renziana, semmai lo saprà fare.

Pier Luigi Bersani: “fuori come un balcone chi dice che portiamo via voti al Pd”

Che le cose stiano così è confermato anche dal tipo di propaganda che il Pd sta lanciando: l’insistenza sul voto utile, che punta a demolire a sinistra Liberi e Uguali (con la complicità di Prodi, dei prodiani e di qualche radicale), e le sparate sulle  politiche economiche, dal nuovo jobs act (ovvero altri regali alle imprese) a nuovi bonus, al tentativo di piegare i dati Istat sulla precarizzazione del lavoro sempre più diffusa a proprio vantaggio, mistificandoli e confondendo gli elettori. E contro la demagogia del voto utile, si scaglia Pier Luigi Bersani, che qualche verità la dice sulla situazione reale e concreta del Partito democratico: “Chi dice che portiamo via voti al Pd è fuori come un balcone. Su 10 persone che incontro, se ce n’è una che avrebbe votato Pd senza di noi è grasso che cola”, ha detto, intervistato su Radio 105 da Nicola Porro. “L’elettore- ha aggiunto- è entrato nel bosco. Negli ultimi tre anni il 30% dell’elettorato del Pd è rimasto a casa, qualcuno ha votato M5S, ma la sostanza è un disimpegno”. Bersani sottolinea anche come “il calo dell’elettorato è avvenuto nel centrosinistra, mentre un tempo era il contrario. Ora questo elettore comincia a vedere che c’è una casa nella quale può ritrovarsi, noi li riportiamo a votare, quanti non so ma un bel po’ sì”.

Massimo D’Alema: “la frattura Nord-Sud il più grande scandalo di cui nessuno parla”

E sulla differenza politica che ormai divide ormai la sinistra rappresentata da Liberi e Uguali e la deriva centrista assunta dal Pd, è intervenuto Massimo D’Alema: “Noi abbiamo delle discriminanti programmatiche. Abbiamo una visione della società, l’idea di una politica che deve ridurre le disuguaglianze, garantire i diritti fondamentali, offrire una speranza al Mezzogiorno, ai giovani. Chi è disponibile a fare queste cose, avrà il nostro sostegno. Il resto sono alchimie politiche che non ci interessano”. Inoltre, spiega D’Alema, “noi vogliamo combattere il lavoro precario, il lavoro nero, l’evasione fiscale, avere un grande piano di investimenti per il Mezzogiorno perché il Mezzogiorno è rimasto dolorosamente indietro: oggi il reddito medio di un italiano del Nord è di 34mila euro, il reddito medio di un meridionale è 18mila”. “Questo – ha proseguito D’Alema – è uno scandalo di cui nessuno parla ma dovrebbe essere il più grande problema che la politica deve affrontare. Vogliamo garantire a tutti i cittadini il diritto alla salute, milioni di italiani rinunciano a curarsi perché non hanno i soldi per pagare i super ticket. Vogliamo garantire il diritto allo studio gratuito”, ha concluso. Quale miglior risposta al Pd dell’uomo solo al comando di cui parlano le minoranze del Pd?

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