Nasce il Forum Disuguaglianze Diversità. Torna in campo l’ex ministro Barca. Divario sociale e qualità della democrazia

Nasce il Forum Disuguaglianze Diversità. Torna in campo l’ex ministro Barca. Divario sociale e qualità della democrazia

Il tema, ormai, è diventato dirimente. Da quando è esplosa la crisi economica che ha squassato l’Occidente, la questione delle disuguaglianze, benché minimizzata o, peggio ancora, irrisa dalla vulgata liberista e dai sostenitori immarcescibili della cosiddetta Terza via, ha fatto prepotentemente irruzione sulla scena, fino a condizionare in maniera decisiva il dibattito pubblico sulle due sponde dell’Atlantico.

La pubblicistica internazionale conta ormai numerosi studi sulla materia, a cominciare dai saggi di Atkinson e del suo allievo Piketty, senza dimenticare “La misura dell’anima” degli accademici inglesi Richard Wilkinson e Kate Pickett. Per quanto riguarda l’Italia, un primo contributo è arrivato dall’ex ministro Enrico Giovannini, fondatore dell’ASVIS (Associazione Italiana per lo Sviluppo Sostenibile): un’associazione a rete, che ha visto l’adesione di oltre centottanta soggetti, compresi vasti settori del mondo sindacale, la quale si è posta come scopo quello di contribuire alla realizzazione nel nostro Paese dei diciassette obiettivi, suddivisi a loro volta in centosessantanove target, fissati il 25 settembre 2015 dalle Nazioni Unite, con l’auspicio che vengano conseguiti il 2030. E così, se gli obiettivi per il Millennio erano l’uscita dalla povertà e dalla fame di miliardi di persone costrette a vivere nei paesi in via di sviluppo o ancora affetti da gravi forme di sottosviluppo e arretratezza, ecco che i nuovi obiettivi delle Nazioni Unite riguardano, tra le altre cose, un’istruzione di qualità, la salute e il benessere, l’accesso all’acqua pulita e ai servizi igienico-sanitari, la buona occupazione e la crescita economica e via elencando.

L’obiettivo della piena attuazione dell’articolo 3 della Costituzione

Ancora più ambiziosa è la sfida che si propone ora un altro ex ministro: Fabrizio Barca, figlio di Luciano Barca ed ex titolare del dicastero della Coesione territoriale, il quale ieri ha presentato a Roma, presso la Fondazione Basso (che ha tra i suoi obiettivi statutari la piena attuazione dell’articolo 3 della Costituzione), il Forum Disuguaglianze Diversità, descritto, sull’ultimo numero dell’Espresso, da Alessandro Gilioli come “una singolare alleanza di organizzazioni di diversa provenienza politica e culturale (si va dai laici di Action Aid ai cattolici della Caritas, dalla Fondazione Lelio Basso a Cittadinanzattiva, da Legambiente alla cooperativa sociale Dedalus) che si sono messe insieme per un progetto ambizioso: primo, lo studio delle disuguaglianze e dei loro effetti sulla collettività; secondo, l’elaborazione di proposte concrete per fare politiche di controtendenza; terzo, la sperimentazione di progetti per la riduzione del divario sociale, su base territoriale e locale; quarto, le campagne mediatiche e l’attivismo per creare coinvolgimento sui temi e sulle proposte, rovesciando il pensiero unico che dura da trent’anni e che a questi eccessi ha portato. Il tutto per ‘disegnare politiche pubbliche e azioni collettive’, ma anche per influenzare i partiti e i decisori, quindi la politica vera e propria, costringendola a uscire dalla sua bolla di proposte demagogiche e ad affrontare concretamente quella che è diventata la questione più drammatica del presente”.

Una “risorsa” che il Pd non ha saputo e voluto valorizzare

Un’analisi impeccabile della realtà contemporanea, dunque, accompagnata da propositi degni di menzione e stima e sostenuta da studiosi del calibro di Brandolini e Franzini, dal coinvolgimento della stessa ASVIS e dalla presenza fondamentale di una personalità come Barca: un’altra di quelle risorse che il PD non ha saputo né voluto valorizzare, arrivando quasi ad irridere la sua denuncia del “catoblepismo” (celebre definizione coniata nel 1962 dall’economista Raffaele Mattioli, detto “Il banchiere umanista” per via del suo straordinario impegno culturale), ossia del rapporto malato fra controllori e controllati, fra i partiti politici e l’apparato statale, alla base del crollo verticale di consensi del duo Renzi-Boschi e dei guai in cui sono incappati i rispettivi padri.

Politiche innovative ma “leali” all’eredità dei movimenti e dei partiti socialisti 

E non è un caso se, con buona pace dei cultori del blairismo e del clintonismo (il modello socio-economico, ormai insostenibile, adottato a partire dai primi anni Novanta e basato su privatizzazioni, flessibilità dell’occupazione e progressiva precarizzazione del lavoro e della vita), anche uno degli ispiratori della Svolta della Bolognina, un riformista autentico come Salvatore Veca, abbia dichiarato, in un’intervista rilasciata sempre all’Espresso, che “i sostenitori della Third Way hanno preso le mosse dalla ragionevole considerazione che il paesaggio sociale, nella costellazione nazionale e postnazionale, subiva mutamenti a volte drastici e improvvisi, a volte lenti e sotto pelle. Di qui, l’esigenza in un mondo mutato di mettere mano a un paniere di mezzi e di politiche innovative, ma leali ai fini ereditati dalle tradizioni plurali dei movimenti e dei partiti socialisti o laburisti o socialdemocratici”. Ciò che non ha funzionato – spiega ancora Veca – è che “i mezzi si sono mangiati i fini. E mentre i processi di globalizzazione avanzavano con luci e ombre, le culture e le politiche della sinistra nei regimi democratici europei (senza contare l’esperienza dell’amministrazione Clinton) finivano per disperdere e dissipare i loro fini specifici e distintivi, generando sfiducia e apatia o rabbia e indignazione in ampie frazioni di popolazione”. Una disperazione sociale che si riverbera da anni nel voto dei ceti sociali più falcidiati dalla crisi e dall’aumento esponenziale delle disuguaglianze a favore di soggetti politici per lo più pericolosi, i quali fondano la propria proposta politica su quella che Zygmunt Bauman chiamava “retrotopia”, ossia dell’utopia regressiva, alimentata dell’esaltazione di un passato che non può tornare e dalla suggestione di ricrearlo artificiosamente per contrastare una modernità per molti inaccettabile.

La sinistra, in questo contesto di sfacelo globale, è la grande assente, l’attore che manca sulla scena, con la conseguenza non solo di una repentina svolta verso posizioni estremiste ad opera di ampie fasce della popolazione ma, soprattutto, della già menzionata ascesa di formazioni xenofobe e dai contorni marcatamente fascisti che basano sulla chiusura delle frontiere e sul rifiuto integrale della globalizzazione il proprio fortissimo messaggio politico.

Il blairismo ha favorito il declino della Gran Bretagna e della sinistra

Del resto, l’aveva già intuito Giddens una ventina d’anni fa, prima che il suo messaggio e le sue intuizioni (non tutte corrette ma alcune delle quali illuminanti) venissero travisate da Blair e trasformate in uno stile di governo che ha favorito il declino della Gran Bretagna e della sinistra in tutto l’Occidente, ponendo le premesse per la Brexit e per l’ascesa di quei movimenti di cui dicevamo prima e contro cui il nostro eroe, oltretutto guerrafondaio e al fianco di Bush nelle mattanze afghana ed irachena, non ha alcun titolo per scagliarsi. Giddens, ad esempio, aveva intuito che la modernità aveva in sé delle contraddizioni da risolvere al più presto, ponendo il tema di come democratizzare la globalizzazione dopo aver globalizzato la democrazia, pena generare il rinculo e il desiderio anacronistico del ritorno alle piccole patrie, cui abbiamo purtroppo assistito, nella stagione della massima apertura delle frontiere e della più incredibile rivoluzione tecnologica che si ricordi a memoria d’uomo.

A tal proposito, viene da citare amaramente Gramsci, il quale sosteneva che “la storia insegna ma non ha scolari”. Speriamo che per quanto concerne un nuovo modello di sviluppo, radicalmente alternativo a quello esaltato negli ultimi tre decenni, l’anatema del pensatore di Ales venga smentito.

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