Le due Italie al voto il 4 marzo. Quella di Favino, un messaggio civile, e quella cinica, violenta, incattivita

Le due Italie al voto il 4 marzo. Quella di Favino, un messaggio civile, e quella cinica, violenta, incattivita

Fino a qualche anno fa, le due Italie nemiche e divise erano quella berlusconiana e quella anti-berlusconiana, separate da una linea di demarcazione feroce e invalicabile. Non a caso, quando nel 2013 si rese purtroppo necessaria una seconda edizione delle larghe intese, dopo la parentesi montiana, nel Partito Democratico successe un finimondo che favorì l’ascesa di Renzi e la rottamazione definitiva della classe dirigente post-comunista. Oggi quella linea invisibile, ma più spessa di un muro, non esiste più, al punto che una berlusconiana di ferro come la ministra Beatrice Lorenzin, per anni esponente di spicco di Forza Italia, può candidarsi in coalizione con il PD senza che nessuno o quasi batta ciglio, come non c’è quasi resistenza nel partito per candidature che un tempo avrebbero fatto saltare sulla sedia persino l’ala più moderata. La contrapposizione destra-sinistra secondo i vecchi schemi, insomma, è finita, non è ritenuta funzionale alla fase storica che stiamo attraversando a livello globale e, dunque, solo un tema come la gestione dei flussi migratori sembra oggi in grado di delineare degli schieramenti precisi e di ricostruire, talvolta, il centrosinistra che fu, come è avvenuto ad esempio a Como qualche mese fa e come, forse, sarebbe avvenuto pure a Macerata se non fossimo immersi nella peggior campagna elettorale che si ricordi in settant’anni di storia repubblicana.

I tragici fatti di Macerata, la propaganda anti immigrati contro i nuovi italiani

Da una parte, abbiamo l’Italia di Favino e del suo monologo sanremese: un messaggio civile fortissimo, un inno contro la barbarie, un’esibizione ricca di umanità e di gentilezza che ha senz’altro arricchito una delle migliori edizioni del Festival degli ultimi anni, contribuendo a creare una narrazione alternativa a quella oggi in voga, tanto razzista e discriminatoria quanto pericolosa per la tenuta sociale del Paese. Dall’altra, invece, abbiamo l’Italia della propaganda anti-immigrati, l’Italia che dopo i tragici fatti di Macerata si rivolge con ancora più convinzione a quei partiti che fanno della lotta indiscriminata contro i nuovi italiani la propria ragione di esistere, l’Italia che vuole uscire dell’euro e dall’Europa stessa, l’Italia che crede di poter contrastare le storture della globalizzazione, che pure esistono e sono troppe, per carità, non democratizzando la medesima ma rifugiandosi nella propria piccola patria senza sbocco e senza futuro; insomma, l’Italia violenta, cinica e incattivita che non riesce a concepire se stessa nel contesto della modernità.

Il problema della sinistra: elaborare un pensiero politico compiuto

Il dramma è che molti di coloro che entrano a far parte di questo secondo Paese un tempo non erano affatto xenofobi, anzi: lo sono diventati per disperazione, per rabbia, perché vedono i proprio figli precari e senza prospettive, perché lo sono essi stessi, perché sono stanchi di cercare invano un lavoro e non credono più alla possibilità di trovarlo, perché non hanno potuto studiare abbastanza per difendersi dalle balle diffuse in rete dai predicatori d’odio e di barbarie.

Il dramma è che la sinistra non sta facendo nulla, o quasi, per alleviare le sofferenze di queste persone, limitandosi ad un  controproducente disprezzo che non fa altro che spingerle ancora di più fra le braccia di chi offre soluzioni semplici a problemi enormi e di carattere internazionale e si affida a slogan, promesse facili, frasi fatte e luoghi comuni non essendo in grado di elaborare alcun pensiero politico compiuto. Il dramma di questa seconda Italia è che è povera in tutti i sensi, talvolta addirittura misera, che è confinata nelle periferie trasformate in ghetti, che si sente sola, abbandonata a se stessa, disprezzata e incompresa, che non ha una rappresentanza adeguata e che si considera umiliata da quei salotti buoni che troppe volte, effettivamente, sanno solo tranciare giudizi senza offrire alcuna soluzione ad un dolore che non riescono neppure a capire, non avendolo mai visto con i propri occhi.

“Sono tornato”  di Luca Miniero per fortuna è solo un film

Queste due Italie andranno a votare entrambe il prossimo 4 marzo e la seconda, pur essendo afflitta da un tasso di astensionismo devastante,  stando ai sondaggi sarà comunque assai più numerosa della prima, a dimostrazione di quanto lavoro ci sia da compiere, in ogni settore della società, per rialfabetizzare democraticamente la comunità nel suo insieme. L’unica certezza che abbiamo e che certo non auspichiamo, al momento, è che se il protagonista del film “Sono tornato” di Luca Miniero, anziché limitarsi a recitare in una commedia, promuovesse davvero un’altra Marcia su Roma non avrebbe neanche bisogno di giungere nella capitale in vagone letto: potrebbe sfilare tronfio e soddisfatto, acclamato da una folla plaudente di cittadini che si sentono perduti. Per fortuna si tratta solo di un film.

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