Istat: la ripresa economica ha perso intensità. Battuta d’arresto della fiducia di consumatori e imprese. Ue conferma, sistema italiano fragile. Renzi non trilla. Programma ultraliberista della Bonino: svende tutto

Istat: la ripresa economica ha perso intensità. Battuta d’arresto della fiducia di consumatori e imprese. Ue conferma, sistema italiano fragile. Renzi non trilla. Programma  ultraliberista della Bonino: svende tutto

Finalmente l’Istat, la speranza come si dice è l’ultima a morire, non cincischia, non manipola i dati sulla situazione economica del paese accatastando, come nei precedenti interventi, numeri tutti in positivo. Esempio l’aumento dei posti di lavoro, quel milione in più che ha dato modo a Renzi, al giglio magico, a Gentiloni, ai “propagandisti” del  Pd, di starnazzare sui benefici effetti della cura jobs act. Confusi fra questo milione ci sono, in larga maggioranza, le centinaia di migliaia di precari, giovani in particolare. Compresi coloro che in una settimana hanno lavorato un solo giorno o anche qualche ora. In una situazione simile come si poteva pensare a una solida ripresa? Impossibile. Solo la fantasia di un Renzi, di un Padoan, di un Gentiloni, di una Boschi, insieme al gruppo di economisti che devono al segretario del Pd, prima presidente del Consiglio, il posto di lavoro, potevano continuare a barare. Quando il Pil, se va bene, aumenta dello 0,1%, se non si può parlare di ripresa, tanto più quando tutti gli altri paesi della Ue corrono, non tanto, ma sempre più di noi. Si arriva così ad una ammissione da parte dell’Istat che  rompe le uova nel paniere ai renziadi impegnati nella campagna elettorale all’insegna di “cento piccole cose”. Più piccole di quanto si registra a proposito della crescita non si può. Scrive l’Istituto di statistica: “La lieve riduzione dell’indicatore anticipatore, che si mantiene comunque su livelli elevati, delinea uno scenario di minore intensità della crescita economica”. Positivo l’andamento delle esportazioni, rallenta la produzione del settore manifatturiero, la fiducia dei consumatori e delle imprese – dice Istat – segna una battuta di arresto, le aspettative registrano un calo. L’indice composito del clima di fiducia delle imprese ha segnato un calo ancora più marcato, determinato in larga misura dalla flessione nei servizi mentre il clima di fiducia delle imprese manifatturiere si mantiene sui livelli dei mesi precedenti. Migliorano i giudizi sulle attese di produzione ma peggiorano i giudizi sugli ordini.

Italia fanalino di coda nella Ue, limitato potenziale di crescita

La Ue conferma la fragilità del sistema italiano. Le stime d’inverno, elaborate dalla Commissione, rivedono al rialzo le previsioni sul Pil italiano per il 2018: dall’1,3% previsto a novembre a 1,5%. “Sebbene la ripresa in Italia sta diventando più autosostenuta, le prospettive di crescita restano moderate, dato il limitato potenziale di crescita dell’economia italiana”, scrive Bruxelles. I rischi al ribasso sono “largamente connessi all’ancora fragile stato del settore bancario italiano”. L’attesa per il 2019 è di una crescita dell’1,2% (era +1% nel precedente report). L’Italia continua a restare fanalino di coda nella zona euro e nella Ue a 27, quanto a ritmo di crescita quest’anno e l’anno prossimo. Solo il Regno Unito presenta stime più basse: 1,4% e 1,1% rispettivamente nel 2018 e 2019. Le stime della Commissione Ue per l’Eurozona nel 2018 e 2019 vengono viste al rialzo: da 2,1% a 2,3%, e da 1,9% a 2%. “Un’espansione solida e duratura” secondo Bruxelles. Pesano i negoziati sulla Brexit e la tendenza al protezionismo. Per quanto riguarda l’inflazione a livello europeo le previsioni parlano di una crescita lontana ancora da quel 2% che secondo Draghi consentirebbe di ridurre e poi eliminare l’intervento della Bce che fino ad ora ha consentito di tenere bassi i tassi di sconto immettendo moneta. Le stime sull’inflazione in Eurozona sono deboli, la crescita dei salari è lenta, i prezzi non sono messi sotto pressione, cresce il risparmio, non c’è fiducia da parte dei cittadini. Le previsioni parlano di una inflazione verso l’1,5% nel 2018 che segue all’1,5% del 2017, all’1,6% nel 2019.  Livelli ancora lontani dall’obiettivo della Bce.

Guardando alla manovra di Bilancio la situazione non è delle più brillanti

Torniamo all’Italia, guardando ai dati resi noti dall’Istat e, in particolare, alle previsioni per il 2018 e il 2019, alla luce della legge di Bilancio e della necessaria manovra aggiuntiva, la situazione non è delle più brillanti, malgrado l’ottimismo di Renzi, Gentiloni e Padoan che glissano, fanno finta di ignorare i moniti  che arrivano da Bruxelles. I conti vanno male. Da Bruxelles confermano che sarà necessaria a primavera una manovra aggiuntiva, una  correzione del deficit pari a 0,3 punti di Pil, ben 3,5 miliardi. Non si tratta di una novità. Presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia non possono far finta di niente. Sanno bene che nel 2017 occorre aggiungere un altro miliardo e mezzo. Ma l’ultima finanziaria, secondo i conti europei, vale soltanto uno 0,1% di correzione e si apre quindi un ammanco di circa 3,5 miliardi, cui aggiungere un altro miliardo e mezzo a valere sul 2017.  C’è qualche segnale nei programmi elettorali dei rischi cui va incontro l’Italia? Dal Pd non viene alcun cenno, non parliamo del blocco Berlusconi, Salvini, Meloni, indicati come i possibili partner dei Democratici, in un eventuale governo di larghe intese, magari lasciando a casa Salvini, imbarcando Meloni. Un’orgia di promesse, fino alla  “licenza libera” per consentire ai costruttori di fare il loro comodo.

Gli ex radicali di “+Europa”, alleati di Pd, la destra del centro  

Da segnalare in particolare il programma della lista che fa capo a Emma Bonino, alleato numero uno del Pd. Ha un merito, quello della chiarezza. Propone un programma ultraliberista che fa parte della sua storia politica. Pensiamo che Renzi Matteo che conta sui voti degli ex radicali per rimpinguare il carniere, dovrebbe dire qualcosa. Perché ciò che Bonino e soci propongono è lontano le mille miglia non diciamo da una politica di sinistra, impensabile per l’Emma, ma non si avvicina neppure ad un centro liberale, lontano da Prodi, lontano da personaggi come Staino e Serra che, entusiasti, di cosa non si capisce, annunciano che daranno il loro voto alla Emma. Tante pagine che si possono riassumere in poche, ma fondamentali, linee di programma. Si parte dal “congelamento della spesa pubblica fissando un limite invalicabile per cinque anni realizzando così  una redistribuzione di risorse dal pubblico al privato e dalle rendite all’economia produttiva”. Ancora: “Congelare la spesa nominale significa fissarne un limite invalicabile per cinque anni, il che comporta una riduzione della spesa stessa misurata sul PIL se inflazione e crescita economica sono positive. Occorre quindi tagliare uscite correnti e agevolazioni fiscali per compensare l’aumento inerziale dei costi delle pensioni, intervenendo sulla spesa corrente sulla base delle linee guida degli ex commissari alla spending review”. Si passa poi alle privatizzazioni, il piatto preferito da Bonino, sostenuta dal Tabacci, democristiano doc anche se la dc non c’è più, l’uomo amico dei banchieri, che gli ha prestato le firme necessarie per presentare la lista. Si legge: “I settori ancora non sufficientemente aperti alla concorrenza, dai trasporti all’energia, dai servizi pubblici locali alle professioni, vanno progressivamente liberalizzati. È necessario privatizzare le imprese pubbliche che operano in mercati concorrenziali e garantire che alla privatizzazione corrisponda un processo di liberalizzazione ”. Poi la spiega: “Vogliamo mettere a gara i servizi pubblici locali, per renderli più efficienti e restituire ai cittadini il potere di governare e controllare la qualità del servizio. I Comuni e le Regioni devono definire le strategie di governo dei trasporti tramite un contratto di servizio a cui le aziende vincitrici della gara dovranno poi rigidamente attenersi”. Infine si legge: “Il patrimonio demaniale può essere messo a reddito dai privati purché vi sia un ritorno economico della collettività in termini di investimenti, cura e manutenzione”. Fortuna vuole che venga precisato che “la messa a reddito dai privati” del patrimonio non sia a costo zero. Dagli ultraliberisti c’è da aspettarsi di tutto. Così da Renzi Matteo disposto a svendere l’Italia a privati pur di raggranellare qualche voto.

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