Il Pd nella bufera a due settimane dal voto. A Bolzano si dimettono 14 dirigenti, contro la Boschi. I giovani dem polemizzano col capo. E Napolitano investe su Gentiloni

Il Pd nella bufera a due settimane dal voto. A Bolzano si dimettono 14 dirigenti, contro la Boschi. I giovani dem polemizzano col capo. E Napolitano investe su Gentiloni

Mentre il segretario Matteo Renzi continua il suo tour elettorale sfoderando i soliti argomenti vanagloriosi, il suo Pd vive momenti di estrema tensione (sui quali preferisce glissare). Nel Pd altoatesino, ad esempio, va in scena la scissione di 14 dirigenti, espressione della minoranza che fa riferimento al presidente del consiglio provinciale Roberto Bizzo. I dissidenti criticano le “candidature paracadutate” di Bressa e Boschi. Tra i dissidenti assessori e consiglieri comunali, membri della segreteria provinciale e dei vari circoli. “Noi non vogliamo fare polemiche. Ci fa piacere stare con le persone”, si limita a commentare Maria Elena Boschi, dopo un incontro con rappresentanti del terzo settore a Bolzano, ma si vede che mastica amaro. Che l’addio avvenga a così pochi giorni dal voto è una “questione di chiarezza nei confronti degli elettori, del resto non c’è mai un momento giusto per andarsene”, dice l’ex assessore e attuale consigliere comunale Mauro Randi. La candidatura di Maria Elena Boschi e di Gianclaudio Bressa nel collegio di Bolzano-Bassa atesina sono la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché il malumore nella minoranza covava da tempo. “Un disagio dovuto al metodo di lavoro – spiega Randi -, perché sono venuti meno i principi del confronto e del cambiamento per i quali all’epoca ho aderito al Pd”. Per l’assessore comunale di Bolzano Monica Franch “il Pd è diventato un luogo preposto alla gestione del potere, un pezzo per volta ha smesso di essere il luogo della discussione politica e della pianificazione e della ricerca del bene comune”. “Boschi – aggiunge Randi – è solo una conseguenza della candidatura di Bressa, perché Bressa non è renziano. Pertanto non c’era più posto per un rappresentante del territorio che poteva per esempio essere Luisa Gnecchi”.

L’altra grana: i giovani dem, con il segretario Mattia Zunino, prendono le distanze dal renzismo. E lo fanno dalle colonne di Repubblica

Se a Bolzano il Pd piange, di certo a Roma non ride. Durissima la requisitoria di Mattia Zunino, responsabile nazionale dei giovani dem. “Per ora e fino al voto diamo una mano al Pd, ma il 5 marzo scendiamo in trincea perché larghe intese non ne vogliamo. Altolà alle larghe intese”, dice a Giovanna Casadio, di Repubblica. “Da un lato – questo il filo rosso dell’assemblea degli juniores dem – vediamo una marea nera, di matrice fascista, alimentata da destre irresponsabili che pur di racimolare qualche voto sono disposte a spaccare il paese e dall’altra parte vediamo però un partito incapace di dettare l’agenda e ridotto a utilizzare toni e argomenti che non hanno alcun interesse agli occhi dei cittadini e soprattutto dei giovani”. Più chiaro di così non poteva essere, il giovane dem, che evidentemente “sente” da vicino gli umori antirenziani dei suoi coetanei. Non solo. Zunino va giù duro anche con le riforme più esaltate da Renzi, il jobs act e la scuola. Sul jobs act, il govane Zunino dice: “La principale innovazione del Jobs Act, il contratto a tutele crescenti, non ha coinciso con quanto evocato in anni di dibattito politico post riforma Biagi sul riordino dei contratti di lavoro”. E adesso la ricetta indispensabile è “rendere più onerosi i contratti a tempo determinato”, per orientare gli imprenditori a preferire assunzioni definitive.

Intanto, nell’establishment romano, Giorgio Napolitano (pure lui, dopo Prodi) investe Gentiloni

“Paolo Gentiloni è divenuto punto essenziale di riferimento per il futuro prossimo e non solo nel breve termine, della governabilità e stabilità politica dell’Italia”, così, il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha lanciato il suo endorsement per il presidente del Consiglio e un’indicazione, nemmeno troppo velata, su come a suo parere si dovrebbe procedere dopo il voto del 4 marzo. L’ex capo dello Stato ha parlato a Milano in occasione della consegna del premio Ispi 2017. Un riconoscimento destinato a personalità che hanno contribuito a rafforzare l’immagine dell’Italia nel mondo, che quest’anno è stato assegnato allo stesso Gentiloni. “Un’attitudine all’ascolto e al dialogo” e uno “spirito di ricerca senza preclusioni” sono state doti “decisive” di Paolo Gentiloni “da ministro degli Esteri e poi da presidente del Consiglio”, ha rilevato Napolitano. In questo risiede “la chiave del ristabilimento da lui perseguito e realizzato di rapporti costruttivi e fecondi con gli alleati europei, della crescita di dignità e di influenza dell’Italia in tutte le sedi internazionali”, ha aggiunto. Insomma, dopo Prodi e Scalfari, ora anche Napolitano vede in Gentiloni l’interprete del probabile accordo di larghe intese con Silvio Berlusconi.

Boldrini: se larghe intese LeU sarà all’opposizione 

Ovviamente, su questo tema, Liberi e Uguale esprime la sua indignazione. Laura Boldrini tra gli altri, afferma: “Non so se andremo verso le larghe intese, sembrerebbe di sì da quello che si legge sui giornali, ma sarebbe un grave errore: il messaggio sarebbe devastante, sarebbe come dire che sono tutti uguali,che non c’è differenza e che interessa solo la poltrona. Per quanto riguarda Leu non ho dubbi che noi staremmo dignitosamente all’opposizione”. A Coffee Break (La7), Laura Boldrini conferma che “poi le larghe intese sarebbero un modo per rilegittimare Berlusconi, che è stato condannato e non può entrare in Parlamento. Un capolavoro del Pd”, conclude.

Bonino e la legge Fornero irriformabile. Spesa pensionistica italiana doppia del bilancio Ue, dice (ma si scopre che non è vero)

Una candidata appassionata delle larghe intese è certamente Emma Bonino, forse perché da queste ultime potrebbe trarre qualche vantaggio governativo, per se o per i suoi colleghi candidati. Ora, sta di fatto che la signora Bonino ha anche sostenuto durante il programma Di Martedì a La7 alcune tesi sulla irriformabilità della legge Fornero sulle pensioni, snocciolando alcune cifre. In seguito si è scoperto che la stessa Fornero presenterà la lista di Bonino a Torino. Insomma, per ragioni di sintesi: Emma Bonino ha detto che la spesa pensionistica in Italia è pari al doppio del bilancio dell’Unione Europea. Come risulta dal bilancio di previsione dell’Inps per il 2017, la spesa pensionistica dell’Italia si dovrebbe attestare a 261,531 miliardi di euro, con un incremento dell’un per cento circa (2,688 miliardi di euro) rispetto a 258,843 miliardi di euro del 2016. In particolare, specifica l’Inps, la spesa si riferisce per 249,142 miliardi di euro alle rate di pensione (e connessi trattamenti di famiglia) a carico delle gestioni previdenziali, e per 12,389 miliardi di euro alle rate di pensioni erogate per conto dello Stato (pensioni e assegni sociali, pensioni per coltivatori diretti, coloni e mezzadri ante 1989, pensioni invalidi civili etc.). Come risulta dal sito del Consiglio dell’Unione europea, il bilancio dell’Ue per il 2017 – approvato a dicembre 2016 – ammonta a 157,86 miliardi di impegni e 134,49 miliardi di pagamenti. Gli impegni “coprono i costi totali degli obblighi giuridici che potrebbero essere firmati in un determinato esercizio”, mentre i pagamenti “coprono le spese previste per l’esercizio in corso derivanti dagli impegni giuridici sottoscritti durante l’esercizio in corso e/o gli esercizi precedenti”. Sembra dunque più corretto prendere in esame i secondi per un confronto con la spesa pensionistica. Insomma, anche su questo differenziale, forse la questione andrebbe studiata meglio.

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