Usa. Steve Bannon, ex capo stratega di Trump, di simpatie neofasciste, pubblica Fire and the fury, riapre il Russiagate e inguaia la Casa Bianca

Usa. Steve Bannon, ex capo stratega di Trump, di simpatie neofasciste, pubblica Fire and the fury, riapre il Russiagate e inguaia la Casa Bianca

L’ex capo stratega della Casa Bianca, ed anima nera di Donald Trump, Steve Bannon, licenziato lo scorso agosto, “ha perso la ragione” secondo il presidente Usa. Questa la reazione dopo che Bannon ha definito “sovversivi” gli incontri tra Donald jr ed emissari russi a giugno del 2016, aggiungendo che sono state conversazioni “antipatriottiche”, perché cercavano di ottenere informazioni da usare contro la rivale democratica Hillary Clinton. “Steve Bannon non ha nulla a che fare con me o con la mia presidenza. Quando è stato licenziato non solo ha perso il lavoro ma anche la ragione. Steve era un membro dello staff che ha lavorato per me dopo che io avevo già vinto la nomination (repubblicana alle presidenziali a maggio del 2016) sconfiggendo 17 candidati spesso descritti come i più talentuosi mai riuniti dal partito Repubblicano”. Così Trump ha preso definitivamente le distanze dal suo ex più fidato consigliere entrato in rotta di collisione però con “Javanka”, come lui spregiativamente chiama la coppia formata dal genero Jared Kushner e la moglie e figlia prediletta del presidente, Ivanka Trump, con cui non ha mai legato e – sbagliando – ha pensato di poter contare più di loro.

Il libro di Steve Bannon, “Fire and Fury: inside the Trump White House” 

L’acrimonia ed il risentimento di Bannon sono contenuti in un libro “Fire and Fury: inside the TrumpWhite House”, che riferisce da dietro le quinte i colloqui con gli uomini della Amministrazione Trump, in uscita la settimana prossima, ma di cui che il quotidiano progressista britannico Guardian ha pubblicato diversi estratti. Il quadro non è edificante: si ha l’impressione di aver a che fare con uno staff ed un presidente che si trascinano, improvvisando, da una crisi all’altra senza un piano preciso, e soprattutto in mezzo a mille scontri e mille guerricciole interne, di quelle che logorano chi il potere ce l’ha. Un clima di sfiducia reciproca tra cordate e individualità che non risparmia nemmeno la persona dello stesso Presidente. Il racconto, logicamente, non comincia con il discorso inaugurale del 20 gennaio 2017, ma dagli ultimi mesi della campagna elettorale. Da quando, cioè, Bannon assunse il ruolo di capo esecutivo della macchina elettorale del candidato repubblicano ormai in pieno recupero sulla democratica Hillary Clinton. Bannon, tornato dopo la giubilazione a dirigere il suo sito di destra “Breitbart News”, non ha peli sulla lingua, e infatti usa spesso un linguaggio colorito. E rivela, tra le altre cose, i dettagli dell’incontro che ebbe luogo nel giugno del 2016 alla Trump Tower. C’erano tutti gli uomini del futuro presidente: il figlio Donald Jr, il genero Jared Kushner, l’allora presidente della campagna elettorale Paul Manafort (oggi in grossi guai proprio per via dell’inchiesta del Russiagate) e l’avvocatessa russa Natalia Veselnitskaya. Un intermediario, conferma Bannon dopo le rivelazioni del New York Times di qualche tempo fa, aveva promesso materiale che avrebbe incriminato Hillary Clinton. Si tratta esattamente di quella circostanza per cui il giovane Trump, che ebbe l’insensatezza di scrivere in una email a riguardo “Amo tutto questo”, è stato successivamente messo sotto torchio dagli inquirenti americani. Nessuno dei partecipanti da parte americana sentì il bisogno di avvertire l’Fbi o l’autorità giudiziaria che alcuni cittadini russi si stavano immischiando in modo sospetto nella campagna elettorale più importante per gli Stati Uniti.

Steve Bannon inguaia l’intero gruppo di famiglia Trump. L’incontro coi russi ci fu alla Trump Tower

A riguardo Donald Junior non ha trovato altro da dire se non che il materiale compromettente non venne mai prodotto. Oggi Bannon ribatte, con fare ironico: “Quei tre pensavano fosse una grande idea quella di incontrare gli emissari di un governo straniero proprio dentro la Trump Tower. Nella conference room al 25mo piano. E senza avvocati al seguito. Anche se uno avesse pensato che non si trattasse di qualcosa di sovversivo, antipatriottico, o di pure cazzate (ed io penso invece che si trattasse di tutto questo), avrebbe avuto comunque il dovere di chiamare immediatamente l’Fbi”. Continuano le confidenze di Bannon: se proprio una riunione del genere avesse dovuto essere fatta, avrebbe dovuto svolgersi “in un Holiday Inn a Manchester nel New Hampshire, con uno stuolo di avvocati che si dovevano incontrare loro con quella gente”. Ed ogni informazione avrebbe dovuto essere “passata a Breitbart o qualcosa del genere, o in alternativa a qualche altra pubblicazione più autorevole”. Il fatto è che “è questo lo spessore cerebrale della gente che c’era”. All’errore di fare quell’incontro se ne sono aggiunti altri, come la decisione di Trump di silurare i capo dell’Fbi James Comey o di immaginare che l’indagine affidata al magistrato indipendente Robert Mueller si sarebbe risolta rapidamente in qualcosa di innocuo. Al contrario, prevede Bannon: la cosa continuerà ad ingigantirsi, e si concentrerà su un elemento ben preciso, il riciclaggio di denaro sporco. La gente che Mueller si è presa come collaboratore, spiega ancora, è esperta in materia. Ed oggi “la strada per fottersi Trump passa attraverso Paul Manafort, Jared Kushner e Donald Jr. Chiaro come l’acqua”.

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