2018: centrodestra e 5 Stelle pronti per la corsa a due. Berlusconi impazza. Grillo e Di Maio fanno a pugni con la Costituzione

2018: centrodestra e 5 Stelle pronti per la corsa a due. Berlusconi impazza. Grillo e Di Maio fanno a pugni con la Costituzione

Berlusconi è pronto a fare la sua parte: non è una buona notizia, né per noi né per il Paese; fatto sta che è quasi inevitabile, al termine di una legislatura dominata dal Partito Democratico con i risultati che ben conosciamo. Rilascia interviste a profusione, non ultima quella di domenica scorsa al Giornale di famiglia, tesse alleanze, incassa il sostegno di una parte dei centristi, mantiene i rapporti con la Lega, benché le idiosincrasie con Salvini siano note urbi ed orbi, e si prepara a passare a conquistare una messe di seggi, tanto a livello nazionale quanto nelle regioni che andranno al voto a marzo, in concomitanza con le Politiche. Se nel Lazio il centrosinistra ha qualche vaga possibilità di farcela, infatti, il destino di Lombardia e Friuli Venezia Giulia sembra segnato e anche il piccolo Molise dovrebbe veder prevalere il centrodestra, a dimostrazione del disastro cui il segretario del PD rischia di condurre il proprio partito.

Sta iniziando, insomma, la corsa a due fra una destra-centro a trazione lepenista e un M5S di cui è opportuno sottolineare le evoluzioni, a cominciare dal nuovo statuto ottriato, calato cioè dall’altoi, dal sovrano, e dalla caduta del dogma delle alleanze, vero e proprio tabù della compagine pentastellata che potrebbe, tuttavia, essere accantonato in caso di necessità post-elettorale. Il defilarsi di Beppe Grillo, il profilo doroteo di Di Maio e l’apertura a personalità esterne vicine al Movimento ci pongono, dunque, di fronte ad una compagine che aspira a non essere più un mero soggetto di lotta bensì una forza di governo autorevole e credibile

Il decalogo che saranno costretti a firmare i candidati pentastellati, un vulnus al Parlamento

Peccato che questa legittima aspirazione conviva con alcune aberrazioni contrarie allo spirito della Costituzione che possono fruttare qualche consenso in campagna elettorale ma sono in netto contrasto con le caratteristiche necessarie per amministrare con saggezza e fattività il Paese. Imporre ai propri candidati una clausola contrattuale in base alla quale, in caso di cambio di casacca, bisogna versare centomila euro (non si è ben capito a chi di preciso ma sorvoliamo: presumo al famoso fondo per le piccole e medie imprese ma non intendo approfondire l’argomento, trattandosi di un cavillo in netto contrasto con l’articolo 67 della Costituzione), obbligarli a  votare la fiducia ad un eventuale presidente del Consiglio del M5S e altri aspetti contenuti nel decalogo che saranno costretti a firmare gli aspiranti deputati e senatori pentastellati costituisce, difatti, un precedente gravissimo, dal quale potrebbero derivare conseguenze imponderabili per la già fragile democrazia italiana. Non dimentichiamoci, infatti, che fu proprio Berlusconi, qualche anno fa, a proporre che alle Camere votassero solo i capigruppo, arrecando, se mai quest’aberrazione dovesse essere introdotta, un vulnus irrimediabile al concetto stesso di Repubblica parlamentare. E non dimentichiamoci nemmeno che una campagna elettorale che vedrà a confronto una serie di forze che non hanno i valori della Costituzione inscritti nel proprio DNA e giocano con pulsioni populiste sempre più pericolose, all’inseguimento di un’opinione pubblica sfiancata da dieci anni di crisi e che non vede concretizzarsi nella propria vita quotidiana la flebile ripresa che pure c’è,  non dimentichiamoci, dicevo, che questo contesto è fra i più propizi affinché riparta una nuova stagione di controriforme, con l’incognita legata alla tenuta costituzionale di un popolo cui va, tuttavia, riconosciuto l’enorme merito di aver sventato per ben due volte altrettanti spaventosi attacchi arrecati alla nostra Bibbia laica.

Gli eredi sbagliati del Caimano, l’arroganza del Pd in coalizione bonsai

L’aspetto più inquietante, in tutto ciò, è che non sia nemmeno Berlusconi l’elemento peggiore: il Caimano, il personaggio che abbiamo contrastato e combattuto per vent’anni, contro cui abbiamo gridato, manifestato e versato fiumi d’inchiostro, oggi, per assurdo, ci appare quasi accettabile. I suoi epigoni, invece, si mostrano ogni giorno di più per ciò che sono realmente: degli eredi sbagliati, dei prodotti minori del berlusconismo, desiderosi di emularne le “imprese” e di ripeterne la durata ma gravati, in quest’aspirazione, sia da un’oggettiva disparità di risorse economiche che dal fatto di non possedere la medesima capacità di tenere insieme coalizioni rissose, eterogenee e, per lo più, di carattere elettorale. Non sanno nemmeno ingannare i cittadini, questa è la verità: da qui l’eterno ritorno del sempre uguale e la nuova stagione di gloria di un personaggio che speravamo, francamente, di esserci lasciati alle spalle a cavallo fra il 2013 e il 2014.

Berlusconi è tornato in auge perché, udite udite, al momento appare il leader più autentico: si presenta per quello che è, indica chiaramente quale modello di società ha in mente e come intende realizzarlo. A nostro giudizio, è pessimo e da contrastare con vigore ma, quanto meno, sappiamo per cosa avversarlo. Nel caso dei contendenti, siano essi i grillini o il PD, orfano anche della Bonino e della lista + Europa, quindi costretto ad affidarsi ad una coalizione bonsai con i tardo-ulivisti di Insieme e un gruppetto di centristi ex berlusconiani, possiamo prendercela unicamente con l’arroganza con la quale si presentano: è un buon motivo per non votarli ma rende anche bene l’idea del perché milioni di italiani non si sentano più rappresentati.

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