Il Pd cerca di criminalizzare in manovra il movimento salentino dei No Tap, ma l’emendamento non passa. Renzi alza fumo con la polemica sulle pensioni. Ma restano le mille spine della Boschi, della Sicilia e delle candidature

Il Pd cerca di criminalizzare in manovra il movimento salentino dei No Tap, ma l’emendamento non passa. Renzi alza fumo con la polemica sulle pensioni. Ma restano le mille spine della Boschi, della Sicilia e delle candidature

Alla Camera dei deputati, si lavora con molta lentezza in Commissione bilancio per arrivare in tempo per l’approvazione in Aula, entro metà della settimana prossima. Salta così la prevista seduta notturna, perché le votazioni proseguono a rilento e l’orientamento che sta emergendo è quello di rinviare la no-stop prevista per oggi a domani. Ciò potrebbe comportare anche uno slittamento dell’arrivo in Aula. La discussione generale, ora in programma per le 9 di martedì, potrebbe essere rimandata di qualche ora o addirittura a mercoledì mattina. Il presidente della commissione, Francesco Boccia, ha detto che oggi si andrà avanti con le votazioni sui temi dello sport e dell’agricoltura e sugli accantonati su cui sono arrivate le riformulazioni. Non sono mancate sorprese e polemiche, e il solito assalto alla diligenza, che ha fatto scrivere a Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, “Se questo governo continua così, metteranno in vendita pure la Fontana di Trevi , altro che Totò e DeFilippo…”. Oltre ad esserci di tutto e di più nella manovra finanziaria, oggi è stato sventato il tentativo della maggioranza e del governo di criminalizzare i manifestanti che si oppongono alla costruzione della Tap nel Salento, con la previsione del carcere. Per fortuna, il presidente della Commissione Francesco Boccia ha giudicato inammissibile l’emendamento, ma è il segno che indica verso quale direzione si sta andando, grazie a parte del Pd e di alfaniani, verso quali forzature, e soprattutto verso quali strafalcioni istituzionali e giuridici.

L’emendamento sul cantiere Tap giudicato inammissibile, trasformato in un caso poltico

Nessun arresto per chi impedisse l’accesso o travalicasse i confini del cantiere del Tap, il gasdotto che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare a Melendugno, in provincia di Lecce, permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’area del Mar Caspio in Italia e in Europa. L’emendamento del governo alla legge di Bilancio – che prevedeva il carcere da tre mesi a un anno, come previsto dal codice penale per le opere considerate ‘di interesse strategico nazionale’ – è stato dichiarato inammissibile in commissione alla Camera da Francesco Boccia, pugliese dem dell’area del governatore Michele Emiliano, da sempre contrario all’opera nella sua Regione. La mossa ha trasformato la questione in un caso politico, acuendo lo scontro tra il Pd e l’ala interna del partito guidata dal presidente della Regione Puglia. Soddisfatti per l’inammissibilità i leader di Liberi e Uguali: “L’emendamento militarizzava ancor di più e criminalizzava il Salento, per fare un favore a qualche spregiudicato imprenditore o multinazionale. Bene così. Evidentemente non tutti nel Pd hanno perso la testa in questo periodo”, afferma Nicola Fratoianni. “Il colpo tentato in commissione Bilancio della Camera dal Governo è stato sventato con la dichiarazione di inammissibilità dell’emendamento che intendeva militarizzare i cantieri della Tap in corso di realizzazione nel Salento”, afferma Gianni Melilla capogruppo in commissione Bilancio della Camera di Mdp – Liberi e Uguali. “La criminalizzazione del movimento popolare – prosegue Melilla – che si sta battendo contro un’opera dannosa e pericolosa, sarebbe stato un atto di inaudita violenza. La forzatura del Governo ha trovato un muro nel Regolamento della Camera e bene ha fatto il presidente Boccia a dichiarare l’emendamento del governo inammissibile. Resta la gravità politica della scelta del governo di ricorrere al Codice Penale per battere le proteste popolari e istituzionali del Salento e della Puglia contro il gasdotto Tap”, conclude Melilla. Anche questo un pessimo segnale della deriva neoautoritaria che si sta affermando nel Partito democratico, a difesa di interessi molto privati, e non certo delle comunità e dei territori.

Il Pd cerca di fare un po’ di fumo mediatico con la polemica sulle pensioni tra Renzi e Di Maio, ma i nodi restano la vicenda Boschi e le spine delle candidature 

Prima del tentativo di criminalizzare il movimento No Tap del Salento, che ha il sacrosanto diritto di criticare le scelte del governo, e di costruire il conflitto, il Partito democratico resta nella bufera, non solo per la manovra finanziaria, ma soprattutto per la ferita apertasi con le rivelazioni del presidente Consob sulla sottosegretaria Boschi, sol suo attivisimo verso banca Etruria, le ripercussioni sulle elezioni, che alcuni sondaggisti valutano già nell’ordine di una perdita di 3 o 4 punti, e le candidature, tra deroghe, parlamentari al primo mandato, e nuove entrate. A ciò si aggiunge il comportamento di alcuni deputati siciliani del Pd che hanno deciso di votare a favore la candidatura del leader forzista Miccichè alla presidenza del Consiglio regionale siciliano, scatenando, come se non bastassero le altre polemiche, un vero e proprio putiferio, e non solo in Sicilia. In ogni caso, in questo fine settimana il segretario del Pd sembra aver fatto buon viso a cattivo gioco. Come egli stesso scrive su Facebook, dopo aver salutato amici e iscritti del reggiano, se n’è andato a fare un giro in bicicletta, “per la classica ricerca prenatalizia dei regali”. Beato lui. Certo, le spine non mancano, appunto. Una ventata di ottimismo che soffia sugli umori tutt’altro che vivaci di molti parlamentari, terrorizzati dalla prospettiva di doversi andare a conquistare il seggio nei collegi uninominali. Ma non solo. A turbare il sonno dei parlamentari dem c’è anche l’articolo 21 dello statuto che limita a 3 il mandato dei parlamentari. Conti e nomi alla mano, sarebbero 76 i deputati e senatori di lungo corso a rimanere a casa. Tra loro c’è anche il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ci sono ministri in carica, i due capigruppo di Camera e Senato, i leader delle minoranze interne. Tra i nomi più importanti ci sono quelli di Dario Franceschini, Andrea Orlando, Marco Minniti, Roberta Pinotti, Anna Finocchiaro, Gianni Cuperlo, Teresa Bellanova, Ettore Rosato, Luigi Zanda, Marina Sereni, Roberto Giachetti, Giuseppe Fioroni. Anche Rosy Bindi, ma la presidente della Commissione Antimafia, ha già fatto sapere che non intende ricandidarsi. Non tutti sono realmente sub iudice: innanzitutto alcuni, come Orlando, Rosato o Emanuele Fiano, potrebbero essere ‘salvati’ dalla interpretazione che fu usata in passato per cui 3 legislature si deve intendere come 15 anni, mentre la legislatura 2006-2008 durò appunto solo due anni. In tal caso sarebbero ‘solo’ 32 i parlamentari con più di 15 anni di anzianità.  Tutti gli altri sognano di aggrapparsi a un salvagente chiamato “deroga”: la direzione del partito, infatti, può decidere di procedere alle deroghe a maggioranza assoluta e con votazione su una relazione motivata. Ma anche le deroghe hanno un limite: non possono superare il 10% del numero dei parlamentari uscenti, quindi ora non possono essere più di 38 e non è detto che Matteo Renzi accetti di arrivare al tetto massimo di deroghe. E siccome ha già annunciato di voler candidare esponenti della società civile e millennial, lo spazio per i senior potrebbe essere assai limitato. La competizione diretta con gli altri partiti e la vastità dei collegi preoccupa chi dovrà correre con il sistema maggioritario dopo anni di sistema bloccato. Tutti preferirebbero venire candidati nel sistema proporzionale che, per un meccanismo di elezione, offre maggiori garanzie di successo, almeno al primo del listino. Insomma, le prossime settimane partirà la caccia alla candidatura e il Transatlantico è pieno di capannelli in cui già si discute di capilista e collegi.

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