A Bruxelles si discutono le sorti della Ue. In Italia non se ne parla. In primo piano il fiscal compact che diventa “istituzionale” in linea con l’austerità. Padoan esulta. Appello di economisti: un patto sbagliato e controproducente

A Bruxelles si discutono le sorti della Ue. In Italia non se ne parla. In primo piano il fiscal compact che diventa “istituzionale” in linea con l’austerità. Padoan esulta. Appello di economisti: un patto sbagliato e controproducente

Non fa notizia quanto sta avvenendo a Bruxelles nei palazzi in cui si discutono le sorti dell’economia del vecchio continente. Al massimo un po’ di cronaca nelle pagine specializzate, nei notiziari dei tg, Rai in testa, che riportano dichiarazioni di questo o quel commissario Ue che riguardano l’Italia, strette di mano, cordialità. Tutto qui. Che vi sia stata una relazione del Commissario Juncker, che torni in primo piano il Fiscal compact, la linea dell’austerità che tanti danni ha creato, che si stia discutendo di come inserirlo nei Trattati non interessa. Non c’è alcuna discussione, sottolineano economisti, docenti universitari, costituzionalisti, giuristi che hanno firmato un appello, di cui diamo di seguito il testo integrale. “Si rischia – affermano – come in altre occasioni che le decisioni vengano prese, senza alcun dibattito. ll Patto di cui si discute – affermano – ci sembra semplicemente sbagliato e controproducente, e perciò stesso ingiustificato qualunque rafforzamento istituzionale”.

Mattarella, Gentiloni, Padoan, Renzi trillano: in Italia grande ripresa economica

Di quello che si sta mettendo in cantiere a Bruxelles praticamente non c’è traccia. E non è che i problemi economici e sociali del nostro paese non siano presenti nei media. Anzi. Ma se ne parla solo per registrare i commenti dei “governativi” che, senza alcun senso del pudore, raccontano di una Italia paese del bengodi. Neppure i dati che in questi giorni l’Istat ha reso noti e che non possono essere né nascosti, né interpretati, frenano gli entusiasmi sull’andamento della nostra economia, del premier Gentiloni, dei ministri Padoan e Poletti in modo particolare, Renzi ovviamente che elogia i suoi mille giorni di governo, cui si è aggiunto, inopinatamente, il Presidente della  Repubblica. Sergio Mattarella. L’inquilino che provvisoriamente occupa Palazzo Chigi ignora, o fa finta, che abbiamo realizzato un record storico in negativo: i precari su un totale di lavoratori dipendenti sono ben 2.784.000, la maggior parte si tratta di “lavoretti “. A questo numero ne va aggiunto un altro di cui non si dispongono dati statistici ma si hanno certezze che esiste, il lavoro nero. Si parla di ben 11 miliardi di evasione contributiva e per quanto riguarda il lavoro  stagionale il 50% è in nero. Sempre i dati Istat ci dicono che un terzo dei cittadini italiani è a rischio povertà e il quadro è completato. Ma il presidente Gentiloni trilla che ormai non solo siamo fuori dalla crisi, è alle nostra spalle gli ha fatto coro Mattarella, parlando all’università di Porto, Oporto in italiano, dove alla presenza delle massime cariche di governo del Portogallo, gli è stata conferita la laurea honoris causa per il suo impegno europeista. Gentiloni ha annunciato che la crescita prevista all’1,5% andrà ben oltre, di certo all’1,6%, ma, dice, vedrete che arriveremo al 2%. Su quale base scientifica  fondi questa affermazione resta un mistero, ma non è un caso che siamo in campagna elettorale.

Il ministro dell’Economia ora entusiasta di Juncker. Evitato il peggio

Forse sarebbe stato il caso di interloquire con il ministro Padoan impegnato a discutere di politica economica a livello europeo, dove si sta riproponendo la linea dell’austerità, confermando il fiscal compact, anzi imponendone la scrittura nei trattati. Noi, malauguratamente, lo abbiamo inserito in Costituzione. La notizia è di queste ore e il ministro Padoan che insieme prima a Renzi e poi a Gentiloni si era messo di traverso, con una nota fatta diffondere dal Mef,il ministero di Economia e Finanza, esprime piena soddisfazione per la relazione tenuta dal presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. Afferma la nota del Tesoro che con la riforma annunciata da Juncker “il peggio è stato evitato”. Se il Fiscal compact, con i suoi criteri rigidissimi su pareggio di bilancio, deficit e debito, fosse finito così come è nei Trattati, l’Italia avrebbe dovuto dire addio alla flessibilità, perno delle manovre e quindi dei conti pubblici. “Così non è stato – via XX settembre viene l’imbeccata per la stampa -, ora, si guarda al bicchiere mezzo pieno. La proposta – spiega il comunicato del Mef – rafforza la governance ed è in linea con le posizioni italiane”. Il Tesoro sottolinea l’ammorbidimento di un processo che rischiava di far pagare uno scotto pesantissimo all’Italia. Il Fiscal compact non finirà nei Trattati, ma nel Diritto Comunitario. Ci sarebbe un differenza sostanziale – sottolinea il Mef – perché inserire quelle regole nei Trattati avrebbe significato rafforzarne il valore giuridico, facendole diventare norme superiori. In altre parole modificare il Fiscal compact sarebbe diventato assai complicato, se non impossibile, perché si sarebbe dovuto mettere mano ai Trattati. La via scelta, invece, è quella di una Direttiva: “Peggio che andar di notte. Come dovrebbe essere noto le direttive Ue non sono uno scherzo.

Bresso, europarlamentare Pd esulta. Riprediamo in mano il futuro dell’Europa

Se non bastasse ci pensa Mercedes Bresso, autorevole esponente del Pd, economista, ora europlamentare dell’Alleanza dei socialisti e democratici, entusiasta delle proposte avanzate da Juncker. Leggiamo la dichiarazione della Bresso in cui afferma: “Una roadmap per raggiungere l’Unione economica e monetaria europea. Un mezzo per aumentare i livelli occupazionali, di crescita, gli investimenti, l’equità sociale e la stabilità macroeconomica. Tutto questo entro il 2025. Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione, aveva promesso di presentare un gruppo coerente di proposte per completare la governance della zona euro, il pacchetto proposto è la conferma che è stata mantenuta la parola data”. Come ha detto lo stesso Juncker: “Dopo anni di crisi è giunto il momento di prendere in mano il futuro dell’Europa. Il tetto va riparato quando splende il sole”. Parla poi di proposte “coraggiose e piuttosto complete” e per quanto riguarda il Fiscal Compact dice che la proposta “cambia in modo sostanziale le attuali disposizioni e tiene conto della flessibilità consentita in questi anni agli Stati proponendo di costruire degli impegni pluriennali per le riforme in modo da rendere più flessibile il processo di rientro degli Stati indebitati”. Insomma se non è zuppa è pan bagnato. Resta il fatto che entro il 2018 i paesi dell’Unione dovranno decidere, sulla base della proposta Juncker, se inserire le norme nella cornice giuridica dei trattati Ue. Ma di questo in campagna elettorale è meglio tacere.

Questo il testo sottoscritto da economisti, docenti  universitari,giuristi,costituzionalisti reso noto da Keynes blog

Viviamo in un periodo di vera e propria emergenza europea, anche se ben pochi sembrano accorgersene. C’è una scadenza imminente a cui la stampa e la politica italiane non dedicano alcun risalto, ma che ha invece un rilievo economico e sociale enorme. L’art. 16 del Fiscal Compact (o Patto intergovernativo di bilancio europeo) stabilisce che entro cinque anni dalla sua entrata in vigore (ovvero entro il 1° gennaio 2018), sulla base di una valutazione della sua attuazione, i 25 Paesi Europei firmatari – tra cui l’Italia – siano tenuti a fare i passi necessari per incorporarne le norme nella cornice giuridica dei Trattati Europei.

A più riprese espressioni di insofferenza nei confronti del Patto sono state manifestate da parte di politici italiani di varia estrazione; e giuristi attenti alla legislazione comunitaria hanno denunciato che il Patto sarebbe contrario agli stessi principi sanciti dai Trattati Europei, e dunque in nessun modo incorporabile in essi. Peraltro già nel 2013, su iniziativa italiana, il Financial Times aveva pubblicato il “monito degli economisti“, firmato da alcuni dei più noti economisti viventi, che descriveva l’unificazione monetaria come un esperimento destinato a implodere a meno di una profonda rivisitazione del quadro di regole, tra le quali quelle previste dal Patto.

Il dibattito italiano sull’integrazione del Fiscal Compact nei Trattati Ue è dunque relativamente sporadico rispetto all’urgenza della scadenza ormai prossima, ma al tempo stesso acceso e radicale. Non sembra sia diffusa né tantomeno consolidata un’analisi approfondita del suo effettivo funzionamento e dei risultati prodotti, che pure è necessaria per realizzare quella valutazione della sua attuazione che dovrebbe costituire la precondizione per la modifica ai fini di un’eventuale quanto inopportuna integrazione.

Non intendiamo sostituirci agli organi politici che hanno il mandato di effettuare la valutazione, ma ci preme sottolineare alcuni aspetti sui quali il Patto ci sembra semplicemente sbagliato e controproducente, e perciò stesso ingiustificato qualunque rafforzamento istituzionale.

Scorporare gli investimenti pubblici dal computo del disavanzo

Il primo punto è l’esigenza, più volte e da più parti richiamata già nei confronti del Trattato di Maastricht, di scorporare gli investimenti pubblici dal computo del disavanzo: una correzione che, rispetto alla finalità di assicurare la stabilità economica e la crescita dell’Unione, è assai più rilevante di quelle derivanti dal possibile allargamento del margine di deficit previsto dal Patto di stabilità e crescita. Tanto per citare qualche numero, l’incidenza degli investimenti sul PIL si è contratta tra il 2007 e il giugno 2017 di circa 2 punti percentuali nella media dell’Unione, più di 3 nell’Eurozona, quasi 5 punti in Italia, 10 in Spagna, e 17 in Grecia. Anche al di là del dibattito sull’entità dei moltiplicatori, è ormai chiaro a tutti che in una fase di crisi gli Stati nazionali hanno il dovere di sostenere, con il conforto dell’Unione Europea, l’attività dell’economia e l’occupazione con robuste misure di struttura e non solo anticicliche. Questo tipo di interventi, peraltro, va esteso fino a coprire gli investimenti pubblici in capitale umano: se non l’insieme della spesa pubblica in istruzione e ricerca, troppo vasta e articolata, almeno quella per l’industrializzazione della ricerca di base e l’occupazione di ricercatori e tecnologi.

L’obbligo di pareggio strutturale dei conti pubblici

Un secondo aspetto critico su cui è indispensabile intervenire è quello in realtà più discusso, ovvero l’obbligo di pareggio strutturale dei conti pubblici. Il principio presuppone anzitutto la regolarità e l’equivalenza in durata delle fasi positive e negative o almeno la non prevalenza delle fasi recessive, cosa che allo stato attuale dell’economia globale è tutt’altro che scontata. E richiederebbe poi modalità indiscutibili di calcolo della situazione dell’economia rispetto alla sua condizione “potenziale”. L’attuale procedura utilizzata dalla Commissione europea non risponde né all’uno né all’altro requisito, tant’è che l’OCSE stessa utilizza per il calcolo del “PIL potenziale” un computo ben differente che ad esempio, nel caso dell’Italia, porta a risultati assai più favorevoli, che il nostro Governo ha sinora inutilmente illustrato alla Commissione. Insomma, ammesso e non concesso che esista, è necessaria una procedura più ragionevole e condivisa di calcolo degli eventuali sforamenti, in assenza della quale il sospetto che si sia di fronte a ingiustificate imposizioni derivate da una “teoria” economica inconsistente, e dunque errate non solo nel merito ma anche nel metodo, non può che rafforzarsi.

Anche l’obbligo per i paesi con un debito sopra il 60% del PIL di ridurre l’eccedenza di un ventesimo ogni anno è discutibile. Quando venne istituito con il Trattato di Maastricht, il parametro del 60% non era altro che il valore medio dei paesi aderenti all’Unione. Oggi, a fronte dei risultati di crescita non certo brillanti di un quarto di secolo di politiche economiche europee, il valore medio è aumentato fino al 90%. In queste condizioni, e a fronte delle incidenze ancora maggiori che si riscontrano in Giappone e negli Stati Uniti, sarebbe ragionevole proporsi obiettivi più realistici.

Riconsiderare la missione istituzionale della Banca centrale europea

Infine, nell’attuale fase di significativo alleggerimento del Quantitative Easing, l’auspicabile apertura a livello sia nazionale che europeo di una discussione seria e approfondita sul Fiscal Compact deve proporsi anche una riconsiderazione della missione istituzionale della BCE, tale da prevedere oltre a quello della stabilità della moneta anche l’obiettivo della minimizzazione della disoccupazione. Si pensi a quanto più rapida e forte sarebbe stata la ripresa dell’occupazione, e a quanto prima lo stesso sistema bancario si sarebbe rafforzato perché sorretto dal mercato anziché dalla banca centrale, se uno strumento di sostegno agli investimenti come l’esile Piano Juncker fosse stato finanziato per cifre mensili pari anche a soltanto un decimo della spesa sostenuta per il QE.

La doppia crisi che ha travolto l’economia europea nell’ultimo decennio ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che è proprio la macchina europea ad aver bisogno di profonde riforme strutturali. Riforme che, come mostrano i recenti studi effettuati nell’ambito dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, devono puntare al netto orientamento delle politiche economiche europee e nazionali verso un modello di sviluppo trainato dai salari, dai consumi interni e da nuovi investimenti, anziché verso un modello mercantilista, problematico sotto il profilo dell’equilibrio globale quanto incapace di assicurare progresso, convergenza e coesione economica e sociale all’interno dell’Unione.

I  primi firmatari dell’appello

Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Roberto Romano (CGIL Lombardia, Està), Leonello Tronti (Università di Roma Tre), Nicola Acocella (Sapienza Università di Roma), Pier Giorgio Ardeni (Università di Bologna), Rosaria Rita Canale (Università di Napoli Parthenope), Roberto Ciccone (Università di Roma Tre), Carlo Clericetti (Blogging in the wind), Carlo D’Ippoliti (Sapienza Università di Roma), Lelio Demichelis (Università dell’Insubria), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Sebastiano Fadda (Università di Roma Tre), Sergio Ferrari (ENEA), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Andrea Fumagalli (Università di Pavia), Domenico Gallo (Corte di Cassazione), Claudio Gnesutta (Sapienza Università di Roma), Guido Iodice (Keynes Blog), Riccardo Leoni (Università di Bergamo), Enrico Sergio Levrero (Università di Roma Tre), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Ugo Marani (Università di Napoli Federico II), Daniela Palma (Enea), Francesco Pastore (Università della Campania Luigi Vanvitelli), Laura Pennacchi (CGIL), Paolo Pirani (UILTEC), Felice Roberto Pizzuti (Sapienza Università di Roma), Vincenzo Scotti (Università Link Campus), Antonella Stirati (Università di Roma Tre), Francesco Sylos Labini (INFN), Mario Tiberi (Sapienza Università di Roma), Pasquale Tridico (Università di Roma Tre), Anna Maria Variato (Università di Bergamo), Marco Veronese Passarella (Leeds University), Gianfranco Viesti (Università di Bari Aldo Moro), Roberto Tamborini (Università di Trento), Paolo Borioni (Temple University), Domenico Mario Nuti (Sapienza Università di Roma), Nadia Netti (Università di Napoli Federico II).

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