Ilva di Genova. Una tenda rossa, presidio dei lavoratori. Assemblea, sciopero, corteo: “No agli esuberi, difesa dei diritti e dei salari”. Calenda fa lo gnorri, attacca la Fiom. La risposta: la vertenza non è un fatto tecnico fra governo, azienda, sindacati

Ilva di Genova. Una tenda rossa, presidio dei lavoratori. Assemblea, sciopero,   corteo: “No agli esuberi, difesa dei diritti e dei salari”. Calenda fa lo gnorri, attacca la Fiom. La risposta: la vertenza non è un fatto tecnico fra governo, azienda, sindacati

A che gioco gioca il ministro per lo sviluppo economico Calenda?  Qual è il suo vero obiettivo, quali carte non intende mettere in tavola in questa travagliata vicenda, parliamo dell’Ilva, che riguarda il futuro di 14mila lavoratori, oltre all’indotto di cui sembra ignorare anche l’esistenza? Possibile che il “ministro operaio”, qualche anima bella del giornalismo italiano così lo aveva definito, ancora una volta faccia lo gnorri a fronte di condizioni inaccettabili che i nuovi padroni, il gruppo AmInvest Co insieme a Marcegaglia, hanno proposto: 4 mila esuberi e nuove assunzioni per i diecimila, perdita di salario, di diritti. Dice che non ne sapeva niente, eppure i tre commissari che gestiscono la trattativa sono stati nominati proprio dal ministero di Calenda e a lui devono rispondere. Fa lo gnorri, compie il bel gesto di rinviare l’apertura del tavolo di confronto. Poi assicura che la trattativa può partire, presenti tutti i soggetti interessati. Senza pregiudiziali, tenendo conto  degli accordi raggiunti nelle trattative che vanno avanti da anni, di cui faceva parte il problema esuberi. Invece proprio la questione esuberi viene riproposta. Non ci stanno i lavoratori dello stabilimento Ilva di Genova, i quali se la dovrebbero vedere con il problema esuberi dal momento che il piano industriale presentato dal gruppo Am Investco non riconosce l’accordo di programma del 2005  che prevedeva la chiusura degli impianti a caldo in cambio del mantenimento dei livelli occupazionali e salariali. L’attuale piano industriale presentato dal nuovo gruppo prevede 4 mila esuberi a livello nazionale di cui 600 solo per lo stabilimento di Cornigliano. A fronte di questa situazione i lavoratori si sono riuniti in  assemblea, hanno deciso l’occupazione e il blocco della produzione a oltranza. Immediato l’intervento della Fiom con il segretario genovese, Bruno Manganaro, il quale in una dichiarazione ad Askanews ha affermato: “La situazione è grave – ha spiegato il segretario genovese della Fiom Cgil, Bruno Manganaro – perché a Roma stanno cercando di scipparci l’accordo di programma. Ci stanno fregando e noi questa cosa non possiamo accettarla”. All’esterno dello stabilimento è stata montata una tenda rossa dando vita ad un presidio permanente dei lavoratori in sciopero. Sempre nella mattina sono sfilati in corteo  nel ponente di Genova.

 Una nota anonima del Mise mette in discussione il diritto di sciopero

Interviene a questo punto il Mise, il ministero per lo sviluppo economico con una nota, anonima, in cui viene attaccata la Fiom Cgil, ridicola e al tempo stesso molto grave, perché si mette in discussione un diritto inalienabile dei lavoratori, il diritto di sciopero, usando le forme di lotta che si ritengono più opportune per tutelare il  lavoro, per difendere l’occupazione, l’esistenza stessa di una grande azienda.  Leggiamo la nota ministeriale: “Desta stupore e sconcerto che la Fiom Cgil promuova, fuori dalle regole, l’interruzione delle attività e proclami il presidio dello stabilimento Ilva di Genova, mentre il confronto fra le parti si è finalmente concretamente avviato”. Così il ministero per lo Sviluppo economico sul caso di Genova. Poi una accusa assurda, addebitando alla Fiom una iniziativa isolata: “Proprio mentre si apre il confronto – afferma la nota ministeriale – una simile iniziativa rischia di mettere a repentaglio la trattativa per tutta l’Ilva. Tra investimenti industriali ed ambientali – dell’Amministrazione Straordinaria e dell’investitore – e rimborso ai creditori stiamo parlando di 5,3 miliardi”. In particolare da sottolineare per conoscenza del “ministro operaio” quel “fuori dalle regole” riferito ad una decisione presa dalla assemblea dei lavoratori. Verrebbe da dire che le “regole” non le scrive Calenda, talmente impegnato in dibattiti, convegni con i radicali di Emma Bonino, i “progressisti” di Pisapia e Tabacci, qualche  ex socialista di craxiana memoria (da non confondere con il Partito radicale che richiama la vita e le scelte di Marco Pannella), che cerca di costruire una lista in soccorso di Renzi Matteo, facendola passare come una iniziativa europeista.

A fare chiarezza a chi cerca di confondere le acque, come sta facendo il ministero per lo Sviluppo, arriva un comunicato della Fiom Cgil con una dichiarazione di Francesca Re David e Rosario Rappa, rispettivamente segretaria generale e  segretario nazionale della organizzazione in cui si afferma che “l’iniziativa di questa mattina dei lavoratori di Genova di occupare lo stabilimento dimostra che la Fiom non è isolata. I lavoratori sono gli unici che possono isolare la Fiom, ma con la mobilitazione di oggi dimostrano esattamente il contrario”.

Confronto da cui dipendono occupazione, produzione, risanamento ambientale

Per i metalmeccanici Cgil, “è necessario che il ministro Calenda – affermano i due sindacalisti – riveda la sua scelta di non convocare al tavolo sull’accordo di programma tutti i soggetti firmatari. Non è sufficiente aver congelato il procedimento ex articolo 47 per avviare il confronto. La vertenza per la cessione del gruppo Ilva non è un fatto tecnico tra governo, azienda e sindacati: è un confronto da cui dipendono occupazione, produzione industriale e risanamento ambientale”. Il tavolo tecnico sulla vertenza è stato riconvocato per il 9 novembre per analizzare il piano industriale, e il 14 novembre per quello ambientale. C’è solo da auspicare che il ministro Calenda smetta di fare lo gnorri, segua le “regole” delle vertenze sindacali. Non è un bel vedere lo “stupore e lo sconcerto” del suo ministero a fronte di lavoratori che ne hanno viste di tutti i colori, hanno fatto sacrifici, cercato di salvare posti di lavoro, una grande azienda, un sito siderurgico, unico in Europa a  “ciclo integrale”, dal  minerale all’acciaio, entrato a far parte  del gruppo Mittal, un colosso del settore che fa capo al  multimiliardario indiano Lakshami  Mittal. Il quale sembra fare lo gnorri, come il ministro Calenda, quasi disinteressato alla gestione aziendale. Non è così. I miliardi, anche se sono tanti, non  sono il lasciapassare per violare i diritti dei lavoratori.

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