Il Cinema indiano a Lugano, Affinità elettive India 1947-2017: corrispondenze fra la forma cinematografia la musica, la danza, l’architettura e la poesia

Il Cinema indiano a Lugano, Affinità elettive  India 1947-2017: corrispondenze fra la forma cinematografia la musica,  la danza, l’architettura e  la poesia

Tre straordinari registi hanno continuato il ricco programma della rassegna svizzera sul cinema indiano al Centro Culturale Lac di Lugano, in programma fino al 17 dicembre.

Un gigante della cinematografia indiana, Satyajit Rāy, con il suo film The inner eye (1972); il regista Amit Dutta autore di Nainsukh (2010), film commovente per le poetiche immagini, i silenzi, i suoni della natura, che racconta la storia del maestro della miniatura pahari “delle montagne”: e Mani Kaul, con la sua opera d’esordio Forms and design (1968). Quest’ultimo cineasta è il poetico capofila della nouvelle vague indiana, stilisticamente e politicamente radicale e esponente di spicco del Dhrupad, il più antico stile ancora praticato di musica spirituale e contemplativa.

Il film che ha inaugurato il Festival è il musical immaginifico Kalpana di Uday Shankar, risultato di cinque anni di studio e di riprese, in parallelo alla fase più calda della lotta per l’Indipendenza. È uno dei primi kolossal cantati e ballati, distribuiti dopo la nascita della Nuova India e, al tempo stesso, uno dei film che meglio hanno sposato lo spirito del tempo, con sperimentazioni di cubismo e surrealismo. Prima epopea cinematografica del post-Indipendenza, Kalpana si propone anche come opera di celebrazione delle culture regionali e manifesto per la reinvenzione della tradizione, alla luce delle esperienze in Europa e USA del regista. Kalpana, per definirlo con le  parole di Martin Scorsese, “non è dunque solo un film di danza, ma è danza fatta cinema: movimento, composizione, energia”. Dalle pellicole presentate emerge che i registi indiani erano anche storici dell’arte, architetti, pittori, musicisti e letterati e nelle antiche culture indiane si studiavano tutte le  possibilità per  coordinare colori e suoni, pitture (miniature) e musica. Altro film che ha segnato i primi giorni della rassegna è stato Pakeezah firmato dal regista Amrohi, un capovaloro  dagli splendidi colori e dal romanticismo struggente.

È la storia  di Nargis (Meena Kumari), cortigiana ripudiata dalla famiglia e dal marito, Shahab-ud-din, che muore dando alla luce sua figlia Sahibjaan. Ques’ultima affidata alla sorella di Nargis, crescerà in una casa chiusa, ma si riscatterà, diventando una danzatrice e cantante. Il tema non è speciale, ma il modo in cui Amrohi trasfigura  la “danzatrice” è  stupefacente. Ogni numero di danza e canto (è spesso nelle canzoni che va trovato il significato nascosto di film come questo) illustra l’implicita tragedia della protagonista e della sventurata coppia di amanti e le speranze di coloro che lottano per un mondo migliore e senza caste. Altre opere del cinema popolare indiano possono essere letterariamente più sottili, ma nessuna ha la forza di convinzione del film di Amrohi.

La rassegna riattraverserà gli ultimi settant’anni di storia dell’India, indagando sul  rapporto esistente tra il cinema visionario contemporaneo e quello della tradizione del Paese, presentando ben venti programmi composti da film molto spesso rimasti sconosciuti in Occidente.

Tra le opere presentate in programma si trovano pellicole dal 1947, anno della morte  di Gandhi fino ad oggi: i soggetti vanno dalle arti visive all’architettura, il teatro, la musica e la danza, testimoniando il precoce interesse della produzione cinematografica indiana verso l’intreccio di forme e linguaggi molteplici, confermato da Satyajit Ray nel film già presentato a Lugano, The Inner Eye (1972) o in  Bala (1976) in calendario giovedì 16 novembre alle 16.  Tra i grandi nomi della rassegna spiccano il coreografo Uday Shankar che ha inaugurato la rassegna  e il maestro e capofila  della Nouvelle Vague indiana Mani Kaul, che montava i suoi film come se componesse un brano di musica classica indiana. Un posto importante è dedicato anche a Amit Dutta, il  cineasta inventore nel corso della sua carriera di un continuo, nuovo linguaggio di fare cinema. Con ostinazione, Dutta si è servito delle arti della tradizione per esplorare i nuovi territori del cinema espanso (e dell’oltre-il-cinema) come  in Nainsukh del 2010 e in The Unknown Craftsman del 2017, l’ignoto costruttore dei templi rupestri di Masrur (VIII secolo), sabato 2 dicembre alle 20 e 30. La Rassegna si svolge all’interno di un  progetto di quattro mesi, Focus India, che ha come punto di forza la presentazione dell’India attraverso anche altre forme d’arte, la musica, la danza, le arti visive, e le numerose sfaccettature della cultura indiana fra cui la medicina, la meditazione e la cucina.

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