La sinistra. Quella bella e unita a Reggio Emilia, al festival sull’uguaglianza di Sinistra Italiana. E quella deludente e farlocca di Matteo Renzi a Imola

La sinistra. Quella bella e unita a Reggio Emilia, al festival sull’uguaglianza di Sinistra Italiana. E quella deludente e farlocca di Matteo Renzi a Imola

“A sinistra dobbiamo ridare senso e dignità alla parola partito e ad un’idea della politica come servizio disinteressato delle esigenze e dei bisogni delle persone”, afferma Nicola Fratoianni nelle conclusioni dei lavori dell’assemblea nazionale dei segretari provinciali di Sinistra Italiana alla Festa di Reggio Emilia, dove è stato lanciato il tesseramento 2018, dallo slogan “Lascia il segno”. “La politica come occasione collettiva per organizzare corpi e menti, capace di dire una parola sulla costruzione di un futuro migliore”, prosegue il segretario di SI. “Lo so che è faticoso, ma la campagna di adesione a Sinistra Italiana che lanciamo da questo mese in tutta Italia, deve raggiungere ogni borgo del nostro Paese, dobbiamo avere la capacità di saper parlare ad un mondo della sinistra oggi ancora frammentato e disperso”. “C’è un gran bisogno di dare un contributo alla costruzione di una prospettiva diversa a questo Paese. Dobbiamo provare da domani a cambiare passo, i prossimi mesi sono decisivi per far riguadagnare alla sinistra un ruolo centrale non nel dibattito politico o nei talk tv ma nella vita reale. Noi, e lo dico con grande umiltà, sappiamo qual è la parte giusta dove stare. E da lì non ci muoveremo, senza settarismo o arroganza. Ma una cosa non faremo – conclude Fratoianni – non faremo venire meno le ragioni per cui questa nostra comunità si è formata, e si sta impegnando per dare una prospettiva di sinistra al nostro Paese”.

La foto di Reggio Emilia: Fratoianni, Acerbo, Bersani, Civati e Montanari, alla ricerca della sinistra unita 

In coerenza con quanto affermato nei giorni del Festival dedicato al tema dell’uguaglianza, Nicola Fratoianni ha confermato quanto aveva detto nell’incontro clou di sabato sera dedicato proprio al progetto di costruzione del quarto polo della sinistra, aternativo al Pd. Nella serata di sabato, con Bersani, Tomaso Montanari, Maurizio Acerbo e Pippo Civati, il segretario nazionale di Sinistra Italiana aveva chiesto un gesto di coerenza alla sinistra, un gesto che desse luogo a un patto politico ed elettorale delle forze che condividono idee e valori che si richiamano alla sinistra. Rivolto a Pier Luigi Bersani, che nel corso del dibattito ha rivendicato le sue posizioni a sostegno di Pisapia, Fratoianni ha detto: “la nostra alleanza non può dipendere dalla legge elettorale, dalle primarie, ma dalla prospettiva di annunciare un mondo più giusto per tutte e tutti. Serve un po’ di passione, di speranza sul ruolo della politica, convinti che si possa vincere”. Sulla stessa linea di Fratoianni anche Tomaso Montanari (che ha voluto chiarire subito che se la sinistra dovesse presentarsi con due liste, i protaognisti dell’alleanza del Bracaccio si ritirerebbero, dinanzi “a una vera e propria follia”) e Pippo Civati. Quest’ultimo ha voluto rimarcare la necessità di fare presto: “Sono un po’ preoccupato perché qui” a Reggio Emilia “ci siamo trovati a luglio con tutte queste sigle – ha ricordato Civati -: sono passati due mesi e dovevamo uscire dall’ambiguità. Con Renzi e col Pd non si può fare un’alleanza, non si può governare insieme, lo abbiamo già dimostrato non capisco perché tornare indietro: non c’è stato nessun segnale di discontinuità, non c’è nessuna vera apertura da parte del Pd”. Quindi “facciamo una sinistra credibile, comprensibile, una collaborazione” che “sarebbe molto apprezzata da parte dei nostri elettori”. “Dobbiamo partire subito, è molto tardi – ha proseguito -. Sono d’accordo per tenerla aperta come dice Bersani, ma dobbiamo immaginare di fare una cosa talmente bella e fatta bene che non ci ferma nessuno. Se riusciamo a fare una cosa che sia collaborativa tra noi, per una volta, noi vinciamo davvero”. L’importante “è non andare avanti e indietro”. E “a Pisapia dico di non guardare al momento. Con quel Pd, con quella storia, non ci si può andare non per ragioni caratteriali o personali. Ma per ragioni politiche”. Lo stesso giudizio che elegantemente aveva fornito Nichi Vendola sullo stesso palco due sere prima quando aveva detto: “Giuliano è una persona molto generosa… soprattutto nei confronti di se stesso”. Insomma, se Pisapia rappresenta un problema per Bersani, ingombrante a tal punto che ha dovuto motivare quella frase rivolta a Renzi sulle primarie: “se ce le dà, accettiamo la coalizione”, di cui parlava la Stampa, e a tal punto che Tomaso Montanari ha dovuto richiamarlo alla coerenza perché le “primarie sono legittimazione, e io con chi ha al governo un signore come Minniti non mi alleo, perché è destra”, non lo è per gli altri quattro leader, che hanno guardato oltre l’orizzonte della leadership, e hanno invitato anche Bersani e Mdp a farlo.

La replica a distanza di Matteo Renzi a conclusione della festa nazionale dell’Unità di Imola: “sinistra è Obama, non Bertinotti”

A proposito di sinistra, chiudendo a Imola la festa nazionale dell’Unità (priva del quotidiano fondato da Gramsci chiuso proprio dal segretario Pd), Matteo Renzi ha voluto dare invece la sua personale definizione, chiarendo che “la nostra idea di sinistra è quella di Obama, non la sinistra rivendicativa, non quella di Bertinotti che ha rotto il patto di governo e ha fatto vincere la destra”. Una volta era la sinistra di Blair quella che faceva da modello di riferimento, e sappiamo quale parabola discendente abbia preso il New Labour, ora è quella di Obama, che pure qualche responsabilità pare avercela nella vittoria sciagurata di Donald Trump, soprattutto con il sostegno alla candidata dell’establishment Hillary Clinton, mentre la sinistra era altrove, era con Bernie Sanders. Guarda caso, entrambi i modelli di sinistra ai quali ha guardato e guarda Renzi, sono stati sconfitti dalla storia, e se non fosse stato per due “nonni socialisti” Sanders negli Stati Uniti, e Corbyn in Gran Bretagna, democratici e laburisti sarebbero del tutto scomparsi, soprattutto nelle nuove generazioni e nel movimento dei lavoratori. Altro che Bertinotti.  E naturalmente, tutto il resto al di fuori del Pd, quello suo, e del pensiero renziano è populista: “O vincono loro, i populisti, quelli che urlano, o vinciamo noi. E per evitare che vincano dobbiamo evitare di rispondere alle provocazioni. Ci insulteranno nei comizi e noi dovremo sorridere di più. Litigheranno in tv e noi dovremo studiare di più. Cercheranno di nascondere i nostri risultati”. I risultati dei mille giorni renziani? Beh, quella è un’altra storia. Gli italiani sanno bene che la crescita è solo propaganda, che i poveri sono cresciuti fino a toccare quasi cinque milioni, che più di dodici milioni non si curano perché non hanno soldi, che ogni anno un esercito di giovani non può iscriverso all’università perché la retta è altissima, e così via. Ma si sa, la propaganda renziana è più vera della verità stessa. E la propaganda non ha nulla a che vedere con la sinistra.

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