Locarno 70 (7). Pollice verso, a una vita da cani. Piuttosto: e adesso che faccio?

Locarno 70 (7). Pollice verso, a una vita da cani. Piuttosto: e adesso che faccio?

Lo vai a vedere con molta speranza, e più che ben disposto, “Chien” del regista francese Samuel Benchetrit; perché chi scrive è convinto che i cani siano tra i migliori e più leali amici dell’essere umano: di razza o bastardi che siano, piccoli, medi o di stazza San Bernardo. Vien da pensare che Benchetrit invece i cani non li ami per nulla. Nessun giudizio sul romanzo di cui è autore, non lo si è letto; difficilmente però sarà diverso dal film che ne ha ricavato. Se si appartenesse alla specie canina, e ci si trovasse di fronte il regista-scrittore, accoglierlo con un minaccioso ringhiare, seguito da un morso là dove più fa male, sarebbe a dir poco automatico. “Chien” è un piccolo grande oltraggio alla categoria.

La storia, in sintesi. Jacques Blanchot è praticamente un tontolone che in poco tempo perde tutti i suoi punti di riferimento. La moglie, con molte ragioni, lo pianta in asso: lei lo accusa di essere responsabile di una inesistente malattia della pelle; e lui non batte ciglio. Viene, con molte ragioni, licenziato, e poco ci manca che ringrazi. Perde la casa e ogni suo bene, e lui si comporta come se la cosa riguardasse un altro… Insomma, questo Blanchot è privo di qualità; e non trova di meglio che sostituirsi a un cane. Fare il cane diventa insomma la sua ragione di vita, la giustificazione della sua esistenza. La morale del film, ammesso ci sia, dovrebbe essere questa: essere al fianco di qualcuno, sia pure in modo subordinato è sempre meglio che stare da solo. Così Blanchot accetta di finire rinchiuso in una gabbia, dorme in una cuccia, mangia gli avanzi del cibo…

Ora, in potenza il film potrebbe pefino essere un’idea interessante. Vincent Macaigne, che interpreta il ruolo di Blanchot, fa del suo meglio per tingere il suo personaggio di toni surreali, fa ricorso a tutto il suo mestiere per regalare momenti di comicità lunare allo spettatore. Fatica e talento sprecati, tuttavia. È l’impianto del film che non regge, c’è poco da essere buoni interpreti. Per una novantina di minuti Blanchot non fa che vagare qua e là con lo sguardo fisso nel vuoto, non sai se siano meglio gli interminabili silenzi o i dialoghi assurdi. Non vuoi, resisti, ma gli sbadigli te li strappa a forza. Cosa vuol dire Benchetrit con “Chien”? Che se ci si comporta da cani, da cani si viene trattati? Ma chi lo dice che i cani devono essere trattati come Blanchot? E chi glielo ha detto a Benchetrit che i cani si riducono come lui riduce Blanchot?

Per rifarci un po’ la bocca, “Easy”, curiosa produzione italo-ucraina, un film diretto da Andrea Magnani. Riminese che divide il suo tempo tra New York e Trieste, Magnani si è finora dedicato a sceneggiature, documentari e cortometraggi, presentati al World Film Festival di Montreal, al Giffoni film e al Trieste Film Festival (qui ha vinto il premio per il miglior documentario). “Easy” è il nomignolo di Isidoro, pilota di go-kart che comincia a ingrassare e dunque non può più gareggiare. Entra in depressione, non sa più che fare, e non vuole; rincretinisce davanti alla TV, mangia cibo dietetico che gli fa aumentare il peso. Un giorno arriva il fratello Filo, lui ogni cosa che fa, gli riesce bene e gli procura successo. Ha una proposta di lavoro, per Easy: una cosa facile facile, si tratta di portare una bara dall’Italia a un piccolo paese sperduto nei Carpazi. Il resto lo scoprirà lo spettatore. Qui ci si limitia ad annotare che in questa sua opera prima Magnani dimostra di aver fatto tesoro della tradizione della commedia italiana, un qualcosa di tipico e di unico, nella cinematografia, e di cui molti oggi sembrano aver smarrito la memoria.

C’è spirito acre, corrosivo, e ci sono momenti di poetica malinconia che si fondono e armonizzano; c’è ritmo, per cui a ogni sorriso, a ogni risata, corrisponde quasi subito una sorta di lacrima interiore, perché alla fine ti ritrovi a riflettere sul senso della condizione umana; e su che senso possa avere il fatto che spesso senso non ci sia. La domanda chiave, finale: “E adesso che faccio?”. Ecco, il semplice, e tremendo interrogativo che questo film riuscito ci pone.

 

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