Locarno ’70 (4). Di scena desolati asteroidi e sorprendenti miracoli

Locarno ’70 (4). Di scena desolati asteroidi e sorprendenti miracoli

Sono venti, le produzioni italiane presenti alla settantesima edizione del Festival del cinema di Locarno. Non poche, ma neppure molte, se si tiene conto che l’italiano è pur sempre la lingua parlata nel Canton Ticino, e che quello di Locarno è, con Venezia e Cannes, uno dei piu’ prestigiosi. Uno solo poi, “Gli asteoridi” di Germano Maccioni (con Pippo Delbono, Chiara Caselli, Riccardo Frascari), concorre al “Pardo”.

Cominciamo da questo. “Gli asteroidi” è la storia allucinanta che si snoda in una provincia industriale, sconfinata, alienante. E’ l’Emilia intorno a Bologna, provincia un tempo florida, “grassa” (e d’una floridezza che si scopre malata, infetta da una quantità di “scorie”), cui fa seguito una crisi traumatizzante, che sembra non consentire vie d’uscita. In questo universo, fatto di campi desolati e di capannoni in rovina, Pietro e Ivan: due amici di diciannove anni, in conflitto con la famiglia, e nessun interesse per la scuola. Precari affetti e legami, nessun “futuro”. Ogni giorno uguale al precedente, scivola via, tra circolo ricreativo, vagabondaggi, lavoretti per quattro soldi. Sullo sfondo, due misteri: l’inafferrabile banda “dei candelabri”, specializzata in furti in chiese; e il passaggio di un gigantesco asteroide. Gli esperti dicono che passerà molto vicino alla Terra. E un amico dei due, Cosmic: è un tipo un po’ strambo, fissato con questioni a cavallo dell’astronomia e della filosofia, convinto che il meteorite centrerà la terra, e dell’imminente estinzione dell’umanità. Cosmic finirà col suggestionare Pietro e Ivan; e i due decidono a questo punto di realizzare a loro volta una rapina; con avrà conseguenze drammatiche.

Ascoltiamolo, Maccioni: “Ho da sempre pensato agli Asteroidi come a una piccola “fabula” di formazione, ambientata in provincia, nell’orizzonte piatto della pianura, fertile di campi lunghissimi, facce e storie pazze, balere e apparenti brutture architettoniche che a volte però sorprendono lo sguardo e ci fanno intravedere una grazia inaspettata. In questo paesaggio tanto emiliano quanto metafisico, ho cercato anche una rappresentazione di una condizione umana”.

All’unico film italiano in concorso si augura di farsi onore. E’ sicuramente originale, e per tanti versi, coraggioso. Anche un po’ acerbo, pero’; sconta qualche concessione i troppo a un manierismo che appesantisce il film.

L’altra pellicola che merita qui d’essere segnalata è “Anatomia del miracolo”, di Alessandra Celesia. Siamo a Napoli, città “serbatoio” inesauribile di storie e di personaggi, straordinari impasti di realtà e finzione, immaginazione e sogno. Attorno a una Madonna che si dice faccia miracoli, l’incontro di tre donne: Giusy, un’antropolga costretta su una sedia a rotelle, che studia la fede dei credenti piu’ devoti,e con queste sue indagini si radica ulteriormente il suo essere atea; Fabiana, una transessuale che capeggia un gruppo di fedeli nella Madonna in questione; Sue, una pianista coreana, che attraverso la musica cerca di penetrare nelle profondità dell’anima partenopea.

Film con molti meriti; e lo si deve a un riuscito mix di regia, interpretazione (nel cast: Giusy Orbinato, Fabiana Matarese, Sue Song), un sapiente montaggio (Adrien Faucheux). Il “miracolo” diventa metafora; uno sguardo che va oltre il contesto narrato e assume una dimensione che conduce all’accettazione di realtà ancora capaci di sorprendere e meravigliare.

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