Locarno ’70 (3). La storia di Farid che divenne Lola. “The Reagan Show”, quando il lavoro d’archivio diventa narrazione

Locarno ’70 (3). La storia di Farid che divenne Lola. “The Reagan Show”, quando il lavoro d’archivio diventa narrazione

Decisamente all’insegna dell’impegno questa settantesima edizione del Festival di Locarno. Ci vuole una buona dose di spregiudicatezza, per esempio, per proporre, in prima mondiale, nell’”anfiteatro” della Piazza Grande un film come “Lola Pater

Immaginate un algerino naturalizzato francese che si chiama Farid. Niente di strano, non fosse che Farid non vuole essere Farid, si sente un altro. Anzi, un’altra. Si sente Lola. Quando viveva come Farid, ad Algeri, era ballerino dell’Opera Nazionale. Trasferitosi nel sud della Francia, come Lola, diventa insegnante di danze orientali. Nessun problema, uno è bene che sia quel che si sente. Pero’ le cose si complicano un poco perché c’é anche un figlio, Zino. Morta la madre, Zino va a cercare il padre; solo che Farid non c’è piu’, al suo posto c’è Lola. Il rapporto tra il figlio e il padre che non è piu’ padre si fa difficile: perché Farid è a tutti gli effetti Lola, ed essere nato in un corpo che non gli apparteneva, lo ha fatto soffrire per anni. Ma vai a spiegare la “liberazione” raggiunta in un contesto carico di pregiudizi come poteva essere l’Algeria degli anni ’60… A grandi linee questa è la storia di “Lola Pater”, di Nadir Moknèche, classe 1965, autore, nel 1998 di un film coraggioso, “Le Harem de Mme Osmane”, seguito sei anni dopo da “Viva Laljérie”. Del 2007 é “Délice Paloma”, del 2013 “Goodbye Morocco”.

Fanny Ardant è la protagonista di “Lola Pater”; ruolo senz’altro inedito per quest’attrice che abbiamo visto diretta da Francois Truffaut e Claude Lelouch, Costa-Gavras e Ettore Scola, Sidney Pollack e Michelangelo Antonioni, e infine in un “cameo” nel film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Un personaggio, quello di Farid/Lola determinato a vivere la sua vita come ritiene; ma anche fragilie, una vulmerabilità che emerge dietro la pretesa che debba essere forte, “maschio”. Farid comunque è un personaggio con una sua “positività”: è una persona che non si arrende. Non è un vittimista, lotta, non accetta compromessi. Ha un’anima. Film originale, con una Ardant in piena maturità, che nulla ha perso del suo magnetismo e fascino; peccato, per qualche sbavatura, per qualche cedimento al macchiettistico che il regista non ha saputo evitare.

Merita d’essere segnalato “The Reagan Show”, dei registi Pacho Velex e Sierra Pettengill. Reagan, attore non eccelso ma buon parlatore, è stato governatore della California, e poi per due volte consecutive presidente degli Stati Uniti d’America. Dichiaratamente conservatore, è stato la bestia nera di tutti i liberal, americani e del mondo. Cio’ non toglie che – nonostante l’età, nonostante sia stato il primo presidente con un divorzio alle spalle, nonostante i non pochi limiti culturali e le gaffes – sia stato (e continui ad essere) uno dei presidenti piu’ amati. Se non ci fosse il vincolo dei due mandati, sicuramente gli americani lo avrebbero eletto per la terza volta consecutiva. Come si spiega? Questione di “chimica”? Il fatto è che Reagan possedeva una qualità ammirevole e insieme inquietante: quella di saper ipnotizzare il pubblico, la “piazza”. Qualità che puo’ essere usata per scopi nobili, ma anche per fini molto meno illuminati.

The Reagan Show” è un film costruito esclusivamente su spezzoni di telegiornali e notiziari degli anni ’80, e video-cassette realizzate dall’amministrazione stessa. Il lavoro di Pettengill e Velez decostruisce l’approccio alla politica di Reagan, e mette in luce la maniacale attenzione allo strumento televisivo. Il clou del lavoro è incentrato sul “duello” mediatico tra Reagan e l’astro nascente sovietico, quel Mikhail Gorbaciov che assume un “volto umano”, per cercare di salvare l’ormai fatiscente e perduto impero comunista. Ricordate? Con due sole parole, “glasnost” e “perestrojka”, riusci’ ad affascinare il mondo. Reagan, i suoi consiglieri, la sua amministrazione, sono consapevoli che devono giocare la loro partita sullo stesso terreno. “The Reagan Show” analizza come il presidente americano abbia saputo fare buon uso del suo passato di attore, e attraverso le sue capacità nelle pubbliche relazioni riesce a superare la sfiducia sovietica da una parte, le ostilità eividenti di una stampa di casa, “CNN”, “NBC”, “ABC” per prime.

Attraverso soprattutto gli “spezzoni” recuperati si docuenta come nulla, dello “spontaneismo” di Reagan era frutto di un caso. Ogni dichiarazione, ogni intervento, era frutto di un lungo calcolo, in funzione dell’efficacia e del messaggio che si intendeva veicolare. Lo testimoniano, per esempio, le scene, mille volte rifatte per uno spot in favore di John Sununu, e quel benedetto nome che Reagan non riesce proprio a pronunciare. Alla fine, quando lo spot va in onda ha un sapore di “naturalezza”, e dire che per raggiungere quel risultato, Reagan impiega un intero pomeriggio… L’attenzione alla parola (quella parola), al gesto (quel gesto), alla postura (quella postura), per dare l’immagine rassicurante e ferma, tranquilla, per rendere credibile l’evocato sogno americano (quello della casa in cima alla collina). E’ un certosino lavoro di archivio, quello di Pettengil e Velez, che diventa narrazione. Dovrebbe diventare oggetto di studio e di analisi nelle scuole di giornalismo.

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