Il Pil, un totem condiziona la nostra vita ad uso e consumo di chi governa e detta la linea ai media. La misura della ricchezza risale ad Adam Smith (1776). Sistema di calcolo da cambiare. Anche i morti fanno prodotto

Il Pil, un totem condiziona la nostra vita ad uso e consumo di chi governa e detta la linea ai media. La misura della ricchezza risale ad Adam Smith (1776). Sistema di calcolo da cambiare. Anche i morti fanno prodotto

Prodotto interno lordo, abbreviato Pil, croce e delizia della nostra vita economica e sociale. Croce per chi, onestamente, ha a che fare con un “misuratore” della qualità della nostra vita che non corrisponde ad alcuna realtà ma che determina le scelte dei governi, la polemica fra diverse scuole di pensiero. Basta una virgola, anche dopo uno zero per offrire, da parte dei media, una visione ottimistica o pessimistica della nostra qualità della vita, dei problemi che dobbiamo affrontare ogni giorno. Croce perché la tua onestà mentale, se ne hai, se sei uno che operando nel settore dell’informazione, ti dovrebbe portare a fornire una versione veritiera dell’andamento dell’economia. Ma così non avviene. Prendiamo i titoli di quasi tutti i quotidiani, che hanno dato conto delle rilevazioni  Istat del Pil del secondo trimestre, i commenti che abbiamo ascoltato da televisioni e radio, tutti positivi, qualcuno addirittura come se avessimo vinto una guerra.

Così non si misura la temperatura di un Paese. Solo un insieme di numeri

L’immancabile Renzi Matteo ha rispolverato la parola “gufi”, attaccando tutti coloro che sulla politica del suo governo, i famosi, in senso negativo diciamo noi, “mille giorni”, hanno dato giudizi certamente non positivi. Croce, dicevamo, per chi ha l’onestà mentale di misurarsi con fatti reali, delizia per coloro, e sono tanti, che esultano per uno 0,5 in più di Pil, imbrogliano i loro lettori, nascondono il fatto che in Eurozona siamo l’ultima ruota del carro, fanalino di coda. Il Pil per costoro diventa l’ombelico del mondo. Noi pensiamo che sia il caso di ricordare che il Pil non misura la temperatura di un paese, non è un indice sullo stato del benessere o meno, ma un insieme di numeri che dovrebbero fornire, nella loro staticità, si dice che la matematica non è un’opinione, una indicazione veritiera sullo stato di un paese dal punto di vista economico e sociale. Prendiamo ad esempio il titolo in prima pagina di un grande quotidiano: “La crescita c’è. Pil verso l’1,5% ma il lavoro non riparte”. Ma, ci domandiamo, di che crescita si tratta se non provoca lavoro? E lavoro dovrebbe provocare benessere. Questa supposta crescita in realtà non c’è. Ma chi osa dirlo viene classificato come un “gufo”, quando va bene, visto che zelanti propagandisti del regime renziano, in testa le girls del capo, da Maria Elena Boschi e Titti di Salvo, ti aggrediscono come se tu fossi un disfattista, si diceva una volta. E se tutto non va bene lo dice un autorevole economista, il suo pensiero viene nascosto, neppure una riga di sommario. Se poi gli fai una intervista la nascondi in una pagina che più indietro non si può. Non solo, salvo qualche caso, gli scriba dimenticano di dire una cosa essenziale che Padoan conosce bene perché è materia da lui trattata con la Commissione europea. Lo ricorda Andrea Bonanni, in un editoriale su Repubblica, quando afferma che il ministro “ha già concordato a giugno con la Commissione  uno sconto sulla prossima manovra, che la riduce da 0,6 a 0,3% del Pil. Questo accordo verosimilmente sarà mantenuto. Va da sé però che lo 0,3 per cento di un Pil aumentato rappresenta una cifra superiore a quella che era stata preventivata a giugno”.

La manovra di Bilancio autunnale non sarà una passeggiata

La manovra di Bilancio autunnale, malgrado i gridolini di gioia del signorotto di Rignano, non sarà una passeggiata. Le “maggiori risorse” di cui parlano gli scriba imboccati dai renziadi, non ci saranno. Tanto che il viceministro dell’Economia, Enrico Morando (Pd), un emulo del ministro Minniti, in quanto a spostamento verso posizioni di destra, afferma senza mezzi termini che la “previdenza non è un priorità rispetto all’occupazione giovanile”. Traduzione: per le pensioni resta il blocco, “capitolo chiuso”, afferma. E, come la peggiore destra, mette in contrasto pensionati e giovani e annuncia che ancora una volta saranno i pensionati a pagare il prezzo di una politica sbagliata e che i giovani resteranno ancora al palo.

Tutto si fa, ci viene da dire, nel nome del Pil, di una astrazione economica che condiziona pesantemente la nostra vita. Un pil che non regge più non può essere la guida del mondo economico, dettare le condizioni per la nostra vita. Sarà bene ricordare, allora, cosa rappresenti questa sigla che significa Prodotto interno lordo, un totem cui sacrifichiamo la nostra vita.

Bob Kennedy (1968). I successi di un paese non si misurano con il Pil

Richiamiamo l’intervento non di un pericoloso estremista, un “gufo” lo chiamerebbe oggi, se fosse in vita, Renzi Matteo. Si tratta di un Discorso tenuto il 18 marzo 1968 alla Kansas University da Robert Kennedy. “Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL – affermava – comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana… Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro istruzione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”.

Non c’è distinzione fra attività che contribuiscono o diminuiscono il benessere

L’idea di misurare “la ricchezza della nazione” nasce da lontano, nel 1776 quando Adam Smith, filosofo scozzese e grande economista, titolo non in uso in quegli anni, pubblica un libro che porta il titolo di cui sopra. In sintesi il Pil, Prodotto Interno Lordo, assomma produzione totale di beni e servizi dell’economia, valore totale della spesa fatta dalle famiglie per consumi e dalle imprese per gli investimenti, le spese dello Stato, la somma dei redditi dei lavoratori e dei profitti delle imprese. Il Pil tratta tutte le transizioni come positive, ne fanno parte per esempio i danni provocati dai crimini, riciclaggio di denaro, inquinamento, catastrofi e cose simili. Il Pil non distingue tra attività che contribuiscono al benessere e quelle che lo diminuiscono. Da notare che persino morire fa crescere il Pil con i servizi connessi ai funerali. Misura la quantità dei beni e servizi prodotti, dicono gli economisti critici con l’uso di questo metodo di calcolo, ma non della loro qualità, il denaro speso in prodotti nocivi per il benessere come alcol e gioco d’azzardo è valutato sullo stesso piano del denaro speso per la cultura o l’istruzione.

A cambiare il Pil ci hanno provato Fitoussi, Stiglitz, Amartya Sen

Che il Pil sia poco significativo dal punto di vista scientifico trova sempre più consensi ma trovare alternative è molto difficile. Un tentativo risale al 2007 quando a Bruxelles fu tenuta la conferenza internazionale “Beyond GDP” (“Oltre il PIL”) organizzata dalla Commissione Euorpea, dal Parlamento Europeo, dall’Ocse e dal WWF, che richiamò leader politici, rappresentanti di governo ed esponenti di istituzioni a chiarire quali possano essere gli indicatori più appropriati per misurare il progresso. Nel 2008 dal presidente della Francia venne dato incarico a Jean-Paul Fitoussi e a due premi Nobel per l’economia, lo statunitense Joseph Stiglitz e l’indiano Amartya Sen di riflettere su come cambiare gli indicatori della crescita in Francia.

Nel corso degli anni sono stati elaborati progetti per diversi indicatori, ci sono sigle alcune note, altre meno, ma ancora non si è individuato un metodo di calcolo molto più veritiero del Pil. Segnaliamo Indicatore del Progresso reale, Genuin progress indication, Felicità nazionale lorda, Indice sviluppo umano, Isew, valori, beni e servizi insieme a danni e costi sociali. Gli studi proseguono. È auspicabile che al più presto studiosi, economisti, ci liberino di quel fardello del Pil che condiziona la nostra vita, quella di milioni e milioni di cittadini, diciamo qualche miliardo. Tireremo un sospiro di sollievo e, forse, lo tirerebbero anche i ricercatori dell’Istat.

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