Rita Atria, Fiammetta Borsellino. Parlare, ricordare è forse l’unico vero modo di onorare Paolo Borsellino

Rita Atria, Fiammetta Borsellino. Parlare, ricordare è forse l’unico vero modo di onorare Paolo Borsellino

Venticinque anni fa, in via D’Amelio, a Palermo, la Cosa Nostra uccideva Paolo Borsellino e la sua scorta: Agostino Catalano; Emanuela Loi, prima donna a far parte di una scorta; Vincenzo Li Muli; Walter Eddie Cosina; Claudia Traina. Era una domenica, quel giorno. Borsellino era andato a prendere la madre per portarla da un dottore. Con altri colleghi qualche ora dopo l’attentato, mi sono trovato là, in via D’Amelio, catapultato da Roma. Mi è accaduto di dover seguire, per via del mio lavoro, i casi di tanti morti ammazzati dalla mafia; si chiamavano Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Rosario Livatino, Beppe Montana, Giacomo Ciaccio Montalto, e tanti altri. Via D’Amelio però era sconvolgente, terrificante, molto più di altre volte. Ho ancora negli occhi lo scempio provocato da quei novanta chili di esplosivo. Basti sapere che il giorno dopo, lunedì, quando si tornò a via D’Amelio, qua e là, anche sui rami degli alberi anneriti e bruciati, c’erano ancora brandelli di carne umana, sparsi ovunque…

Sei i morti quel giorno. In realtà, le vittime sono sette. Di una quasi sempre ci si dimentica. Qui la voglio ricordare. Gli altri, bene o male (più male che bene: la memoria è un qualcosa di irritante, dà fastidio, da sempre, ai Poteri) sono giorni che televisioni e giornali ne parlano Potrebbe essere una tragedia greca. Borsellino qualche anno prima indagava sulla mafia trapanese, di cui poco o nulla si sa; ma che è ben viva, avvolgente, asfissiante. Rita Atria, così si chiamava la settima vittima, era una ragazza di diciassette anni, di Partanna, paese dove si fronteggiano gli Accardo e gli Ingoia: una ventina di morti ammazzati in pochi mesi; tra quei morti anche don Vito il “paciere”, padre di Rita; e il fratello Nicola.

Mille volte la madre intima a Rita di non immischiarsi, di non fare “fesserie”; lei invece diventa testimone di giustizia, racconta quello che sa di quei clan chiusi, impenetrabili; fornisce a Borsellino chiavi di lettura per conoscere equilibri e gerarchie; la madre la ripudia, ha tradito l’onore della famiglia. Poi, il 19 luglio di venticinque anni fa Borsellino viene ucciso, e anche Rita comincia a morire. Quel giudice per lei non è solo un giudice, è il padre che non ha mai avuto; una depressione da cui non si solleva più. Non trova una ragione per vivere, si lancia dalla finestra del quarto piano dell’appartamento romano in cui ha trovato rifugio.

La tragedia non finisce qui. C’è l’ultimo oltraggio: la madre, con un martello spacca la tomba dove Rita riposa, distrugge la fotografia della figlia che ha infangato l’onore della famiglia. Poi dirà di averlo fatto perché quella fotografia non le piaceva… Mi sembra doveroso oggi deporre un ideale fiore sulla tomba di quella ragazza, la settima vittima della strage di via D’Amelio. Un’altra donna, va ricordata, in queste ore. La figlia più piccola di Paolo Borsellino, Fiammetta. Ricordate? E’ la bambina che si ammala di anoressia, quando il padre e Giovanni Falcone, con le famiglie, vengono portati in fretta e furia all’Asinara, perché i due magistrati stanno costruendo quello che sarà il primo maxi-processo alla Cosa Nostra; e sono arrivate serie, attendibilissime minacce di morte. Alla fine di quel “soggiorno”, lo Stato mostrerà tutta intera la sua faccia di tolla, presentando il conto per le spese sostenute. Spese che Falcone e Borsellino regolarmente salderanno.

Fiammetta oggi ha 44 anni. A Felice Cavallaro del “Corriere della Sera”, confida: “Consegnerò inconfutabili atti processuali dai quali si evincono le manovre per occultare la verità sulla trama di via D’Amelio…Questo abbiamo avuto: un balordo della Guadagna come pentito fasullo e una procura massonica guidata all’epoca da Gianni Tinebra che è morto, ma dove c’erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo…Mio padre fu lasciato solo in vita e dopo. Dovrebbe essere l’intero Paese a sentire il bisogno di una restituzione della verità. Mi sembra un paese che preferisce nascondere verità inconfessabili…Nessuno si fa vivo con noi. Non ci frequenta più nessuno. Non un magistrato. No un poliziotto. Si sono dileguati tutti. Le persone oggi a noi vicine le abbiamo incontrate dopo il ’92. Nessuno di quelli che si professavano amici ha ritenuto di darci spiegazioni anche dal punto di vista morale”. C’è tanto altro che si può e si deve scrivere e ricordare. Per oggi, però, questo può bastare.

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