“Non c’è limite al peggio”, dice la Caritas commentando la delibera sulla Libia del governo Gentiloni. Militare o no, la missione libica è già un fallimento

“Non c’è limite al peggio”, dice la Caritas commentando la delibera sulla Libia del governo Gentiloni. Militare o no, la missione libica è già un fallimento

Gli italiani sono andati a letto giovedì sera convinti dal governo Gentiloni che si sarebbe dato inizio ad una nuova avventura militare in Libia, di quelle annunciate con squilli di trombe e annunci televisivi (che spesso sostituiscono i noti balconi) e che questa sarebbe stata richiesta dal governo presieduto da Serraj. Tg e giornali online parlavano già della composizione della flotta navale della Marina militare da schierare nelle acque territoriali libiche coi cannoni puntati contro decine di migliaia di profughi e migranti economici, come ama definirli Emmanuel Macron, come se vi fosse differenza. La destra e Forza Italia avevano stappato bottiglie di spumante a go go, “finalmente si fa quel che diciamo da tre anni, il blocco navale nelle acque libiche”, coi nostri militari pronti ad ingaggiar conflitti a fuoco contro i trafficanti di morte, mentre della sorte di quelle decine di migliaia di persone, dal colore scuro della pelle, non gliene importa niente a nessuno, che siano bambini, donne, malati, affamati, violentati, feriti dalla lunga estenuante disumana traversata del deserto, prima di affrontare una seconda, altrettanto rischiosa, traversata, del Mediterraneo.

Il grande pasticcio della delibera del Consiglio dei ministri sul tipo di interventi da programmare. Per ora, di certo c’è solo un pattugliatore che già naviga solitario nel Mediterraneo. E meno male

Poi, contrordine da Bengasi, non è vero nulla, ha detto il presidente Serraj, la Libia non ha mai fatto richiesta di blocco navale, e soprattutto nelle acque territoriali libiche, perché contrasterebbe con la “sovranità territoriale”. Si tratta solo di un supporto logistico alla Guardia costiera. Il presidente Serraj era stato perfino costretto a scrivere una lettera al Parlamento italiano per sostenere questo aiutino. Altro che navi da guerra, e meno male. La posizione libica è stata poi ribadita da un ulteriore documento inviato all’Italia: “Il Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale ha richiesto al governo italiano un sostegno tecnico, logistico e operativo, per aiutare la Libia nella lotta al traffico di esseri umani e salvare la vita dei migranti”, si legge nella nota di Tripoli. “Questi sforzi – sottolinea il documento – potranno prevedere anche la presenza di navi italiane che potranno operare dal porto di Tripoli, solo per questa ragione e in caso di necessità”. “Non si accetterebbe – si sottolinea nella dichiarazione inviata all’Italia – nessuna interferenza di questo genere senza un’autorizzazione preventiva e con un coordinamento con le autorità libiche all’interno del territorio e delle acque territoriali libiche”. Non è chiarissimo come messaggio, ma certo non chiede l’intervento della Marina militare. Perciò, date queste premesse, di cosa ha discusso il Consiglio dei ministri? Del pattugliatore che già da qualche giorno solca quella parte del Mediterraneo. Non è una boutade, è scritto nero su bianco nella delibera del Consiglio dei ministri, alcuni dei quali avrebbero voluto invece una presenza militare più forte ed evidente, dicono i ben informati. Così, il Consiglio dei ministri ha approvato la delibera che arriverà al vaglio delle commissioni Difesa ed Esteri della Camera e del Senato, per poi passare martedì al vaglio delle Aule, dopo l’informativa del ministro degli Esteri Alfano (l’attesa per questo intervento è già molto alta, in tutte le cancellerie mondiali). Paolo Gentiloni ha auspicato un consenso ampio. Non si tratta di “un enorme invio di grandi flotte e squadriglie aeree”, mette le mani avanti il presidente del Consiglio che invita espressamente i media “a presentare l’iniziativa per quello che è”. I media? Questa volta, davvero, le notizie sono state fatte filtrare dalla Difesa e dalla Farnesina, descrivendo perfino nei dettagli l’operazione militare, quante navi, quanti droni, che regole d’ingaggio. Insomma, fortunatamente, e per eterogenesi dei fini, la vicenda libica non si concluderà come molti temevano, in un’avventura militare. Ma tra Gentiloni e Serraj chi ha davvero barato? Chi ha fatto il gioco delle tre carte? E soprattutto per quale ragione s’è lasciato cadere in una trappola così ben congegnata? Queste sono le domande alle quali il ministro “competente” Alfano dovrebbe essere chiamato a rispondere in Parlamento (sull’intera gestione della politica estera italiana stendiamo questa volta un enorme velo pietoso).

La Caritas indignata contro Gentiloni e il governo, accusati di politiche eurocentriche o, peggio, nazionaliste

In ogni caso, per evitare altri clamorosi equivoci, Caritas e Sinistra Italiana alzano la voce contro questa sciagurata eventuale azione militare. Durissimo il commento della Caritas: “Non c’è limite al peggio e tappare questo vaso non è detto che si faccia il bene di queste persone. Molto spesso nel passato si è assistito al male di questa gente”, dice il vicedirettore della Caritas Italiana, Paolo Beccegato, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, commentando l’invio di navi italiane in supporto della Guardia costiera libica. “La storia – aggiunge Beccegato – ha insegnato che non vedere il volto dei migranti sulle nostre coste abbia comportato il loro bene e un futuro diverso per l’Italia e l’Europa”. “Ci chiediamo – ha proseguito Beccegato – se questo sia il bene di queste persone e se l’obiettivo è la tutela dei diritti umani, l’attenzione alla libertà di questa gente di scegliersi il futuro. E’ una domanda a cui è necessario dare una risposta perché non è solo la tutela dei confini nazionali e la limitazione dei flussi migratori verso l’Italia la prospettiva attraverso la quale guardare questi fenomeni”. Il responsabile della Caritas italiana ha poi sottolineato che “gli hotspot spesso si sono trasformati in centri di detenzione rispetto ai quali la tutela dei diritti umani fondamentali non è stata salvaguardata nel passato. Quindi è legittimo chiedersi se per il futuro ci sarà una differenza”. La prospettiva, conclude Beccegato, “è quella di guardare in modo solidale il loro futuro. ‘Aiutarli a casa loro’ che non è forzatamente il loro bene deve essere la prospettiva che guarda alla persona, alla comunità e al contesto e non al nostro punto di vista eurocentrico o peggio ancora nazionalista”.

Marcon, capogruppo di Sinistra Italiana, teme che la missione militare si possa nascondere nei dettagli, e anticipa che voterà contro

La missione italiana in Libia è “sbagliata” e Sinistra italiana voterà contro, dice il capogruppo di Si-Possibile Giulio Marcon. “E’ sbagliata la decisione del governo di mandare in Libia una nostra missione militare. Il decreto approvato oggi, che di fatto dà il via libera ad un intervento militare, avrà la nostra ferma opposizione a partire da quando il governo verrà a chiedere al Parlamento l’autorizzazione ad una nuova missione nelle acque territoriali libiche”. Per Marcon “il rischio è quello di creare un vero e proprio disastro in una situazione già di per se instabile. L’Italia, invece di rincorrere la Francia su una missione le cui regole di ingaggio ancora non sono definite e senza una chiara cornice internazionale si attivi affinché si affronti in sede europea la costruzione di una strategia condivisa sia sul piano politico-diplomatico che su quello della gestione dei flussi migratori”.

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