Lettera aperta a Bersani da un vecchio giornalista che ricorda l’Unità fondata da Gramsci e chiusa da Renzi. Le Feste del Pd che usurpano il nome delle gloriosa testata non possono essere casa nostra

Lettera aperta a Bersani da un vecchio giornalista che ricorda l’Unità fondata da Gramsci e chiusa da Renzi. Le Feste del Pd che usurpano il nome delle gloriosa testata non possono essere casa nostra

Caro Bersani

Leggo sempre con interesse interviste, dichiarazioni, ammiro il tuo impegno per ricostruire una forza politica, ampia, larga, progressista, di sinistra, una parola quest’ultima che dovremmo usare più spesso.  Compito difficile  in una situazione politica, non solo italiana ma europea, oserei dire mondiale. Apprezzo il tuo sforzo di “ricucire” con Giuliano Pisapia anche se le divergenze e le distanze non mi sembrano di poco conto. Non facilmente superabili, magari con un colpo di bacchetta magica o con un “caminetto” vecchio stile. Le assemblee in piazza, come tu dici spesso, sono un modo certo di rapportarsi con i cittadini, con il popolo. Io sono solo un osservatore, un cronista della politica, un giornalista che si forma a l’Unità, una testata che amo ancora di più ora che non c’è. Ne sento la mancanza. E sento la mancanza delle feste  di popolo nelle grandi città e nei piccoli paesi. Qualche tempo fa  sfogliando un vecchio album di foto, quando si invecchia sono una medicina insostituibile, ho trovato alcune immagini della Festa dell’Unità di Napoli, datata domenica 19 settembre 1976, la prima Festa del grande giornale fondato da Antonio Gramsci in una città del Mezzogiorno. Nello stand del giornale avevamo collocato una linotype, Enrico Berlinguer stava con noi a spiegare ai visitatori dello stand come si componeva il giornale, come si stampava, si spediva. Sono andato a ricercare le cronache di quella giornata, meravigliosa, nello scenario della Mostra d’Oltremare. Non dell’Unità che sarebbe stato come giocare in casa ma di Repubblica, cronaca di Napoli, a firma di Ottavio Ragone. Ne riporto qualche brano. Tu avevi, se non sbaglio, venticinque anni. Non so se eri presente in quella straordinaria giornata.

Ricordando Berlinguer alla Festa nazionale dell’Unità a Napoli

“Enrico, Enrico”- inizia l’articolo – “una moltitudine scandiva il nome di Berlinguer. Domenica 19 settembre 1976, festa nazionale dell’Unità alla Mostra d’Oltremare. Quarant’anni fa. La più grande manifestazione politica e culturale a Napoli dal dopoguerra. Mai un comizio aveva richiamato tanta gente. I volontari di partito avevano ristrutturato i padiglioni della Mostra. Delegazioni da tutto il mondo erano giunte in città. Migliaia di giovani speravano di cambiare le cose e si riconoscevano nella politica. Era un’altra Italia, incomprensibile oggi, che dava spazio ai sogni.  Migliore, peggiore, semplicemente diversa. Appena un anno prima, nel 1975, il Pci di Maurizio Valenzi aveva conquistato il comune, balzando al 32 per cento, con 228mila voti. I comunisti erano quelli che, poco tempo prima, avevano aiutato la popolazione a vaccinarsi contro il colera. Rappresentavano in primo luogo una forza civica. Le giunte rosse guidavano le principali città del Paese, Giulio Carlo Argan a Roma, Renato Zangheri a Bologna, Diego Novelli a Torino. Con i socialisti al 6 per cento e i socialdemocratici sulla stessa percentuale, l’area della sinistra – dalle sue frange più radicali a quelle moderate – sfiorava in città il 45 per cento, quasi un napoletano su due. Cosa resta di quella cultura politica? Macerie, quasi nulla.”

Voci e volti che parlano ancora il linguaggio della politica per chi sa ascoltarle

Nostalgia, sì. Non ha più senso, come dice anche  Ragone, ma  ricorda che “quelle voci e quei volti in bianco e nero parlano ancora, a chi sa ascoltarle, il linguaggio della politica”.

Ecco, le Feste dell’Unità parlavano il linguaggio della politica. Rivivere il passato per guardare avanti. Chi non ha radici non ha futuro. Anche quelle donne e quegli uomini che costruivano le Feste nelle grandi e nelle piccole città, che fino a tarda ora della notte gestivano i ristoranti, friggevano patatine, baccalà, calamari e gamberi, che  arrostivano la carne, che distribuivano birre, erano “politica”. La Festa nasceva nelle sezioni, nei quartieri, mentre si parlava di pace e di guerre, delle lotte nazionali per il lavoro, dei comitati di quartiere, feste di popolo.

Per questo ti scrivo avendo letto una tua dichiarazione nella quale concordavi con Giuliano Pisapia, la sua frase politicamente più incisiva dell’abbraccio con la Boschi,  quel “mi sento a casa mia” che Repubblica ha immediatamente rilanciato. Hai detto, in difesa di Pisapia, leggo sempre dal quotidiano di Largo Fochetti: “Anch’io avrei fatto fatica a dire che la Festa dell’Unità non è casa mia”. “Io – hai proseguito – a chi mi dice io sono sempre andato alle Feste dell’Unità che faccio? Gli dico vacci”. Figurarsi  se è mia intenzione contraddirti. Anche a me capitava di andare alle feste dell’Unità, quando il giornale c’era ancora.

Ora che il Pd ha distrutto la testata si tratta di feste come altre

Ora che non c’è più, ora che il Pd ha distrutto la testata, con giornalisti, tipografi, licenziati, senza stipendio da mesi, non ci metterò più piede. E, se per caso, ce lo mettessi non direi mai che “è casa mia”. Solo una festa come tante altre. Se, per esempio, ci fosse l’offerta di una buona cena, a buon prezzo, uno spettacolo che richiama, due passi al fresco, cosa difficile da trovare, potrei frequentare la “festa”. Ma, ripeto, non sarà mai casa mia. Non vorrei rischiare di trovare Renzi Matteo che arringa, si fa per dire, la sua folla, sempre più striminzita e propone un referendum  istantaneo. Ce lo racconta, sempre Repubblica, una sorta di bollettino dell’ex premier.

Renzi e la vocazione plebiscitaria del capo

La festa è in un paese dell’Emilia, Bosco Albergati, provincia di Modena. Il signorotto di Rignano chiede ai presenti che ascoltano: chi vuole che il Pd alle elezioni vada da solo? Quasi un plebiscito. Poi chiede chi vuole  la coalizione. Sono in pochi a sollevare, timidamente, il braccio. Una scena che ci richiama anni molto lontani quando da una terrazzo di Piazza Venezia chiedeva al popolo plaudente se voleva la guerra. E la risposta era un “sì” oceanico.

Non è “casa mia” una festa di questo genere che aizza le masse, si fa per dire, con il capo che chiede il consenso. Non si discute, venga mai a mente a qualcuno, il capo non sbaglia mai. Anche quando chiude, di fatto, l’Unità ed ha l’impudenza di usare questo nome. Spero, anzi  sono certo che non  è neppure casa tua, Pisapia a parte. Costruiamone una nuova che richiami l’Unità, quella fondata da Gramsci.

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