Intervista di Repubblica rilancia Pisapia che parla di un listone di centrosinistra e poi intesa col Pd. A supporto il commento di Giannini: attacca gli “scissionisti” di Mdp e le sinistre, e parla di “movimento senza direzione”

Intervista di Repubblica rilancia Pisapia che parla di un listone di centrosinistra e poi intesa col Pd. A supporto il commento di Giannini: attacca gli “scissionisti” di Mdp e le sinistre, e parla di “movimento senza direzione”

Forse più che la nuova intervista di Giuliano Pisapia rilasciata a Repubblica, il giornale che lo ha lanciato e lo sponsorizza nel proposito di costruire un nuovo centrosinistra, vale il commento di Massimo Giannini, più precisamente “L’analisi” dal titolo “Il movimento senza direzione”. Prende le mosse dalle critiche che sono state rivolte all’ex sindaco di Milano ora alla testa di “Campo progressista” per aver abbracciato la sottosegretaria Maria Elena Boschi, braccio destro di Renzi Matteo, protagonista di primo piano del tentativo di modificare la Costituzione respinto dai cittadini italiani con il voto referendario. In apparenza Giannini vuol dare a intendere di essere super partes. Se la prende con il segretario del Pd che “fa poco o nulla, per trovare un terreno comune con tutto quello che si muove a sinistra del Pd”. “La disfatta  referendaria – prosegue – non ha prodotto nessun cambiamento di linea nel partito che in un contesto neo-proporzionale si crogiola nel mito ostinato dell’autosufficienza”. Giannini, messosi in pace con la sua coscienza, in effetti si lancia in una filippica contro Bersani, Speranza, D’Alema, Enrico Rossi gli “scissionisti” di Mdp quasi fosse un marchio d’infamia, per non dire delle accuse rivolte, con spirito altezzoso ai “reduci di Rifondazione, gli epigoni di Sinistra italiana, i civatiani, i montanariani e i falconiani”. Parla di “schegge impazzite di questa infinta diaspora”. Di quale reato vengano accusati da una delle firme di Repubblica?  Dice che “è davvero una sinistra morente quella che considera ‘mortale’ l’abbraccio fra Giuliano Pisapia e Maria Elena Boschi. Come se quella foto scattata alla festa dell’Unità non fosse un semplice gesto di cortesia tra due personalità che pur sapendo di avere idee diverse su tante cose, sanno anche di appartenere a una medesima famiglia”. Forse non è proprio così, magari più correttamente andrebbe detto che appartengono a due famiglie diverse che si sono messe insieme, ma i risultati non sono stati esaltanti. Ma Giannini, usando un linguaggio aulico, intellettualistico, insiste sulla medesima famiglia accusando i critici di Pisapia che nell’abbraccio vedono “la prova di un tradimento da parte del leader destinato a guidare il gruppo di  Campo progressista, che ha l’ardore e l’ardire di cingere la spalla della madrina della riforma costituzionale del governo Renzi”. Ora viene il bello, a parte l’errore di Giannini il quale dovrebbe sapere che Pisapia guida già Campo progressista di cui è il fondatore, dovrebbe guidare “Insieme”, con Articolo 1 e gli altri che ci stanno. Scrive il Giannini: “L’immagine di una contaminazione non solo culturale, ma addirittura antropologica, che la purezza della sinistra non può tollerare. Oggi nella lotta contro il renzismo, come ieri nella battaglia irriducibile contro il berlusconismo”. Giannini forse ha perso la bussola. Pensate, questi cattivoni della sinistra allora sono colpevoli di una “battaglia irriducibile contro il berlusconismo”. Quasi fosse un peccato mortale.

Enrico Rossi: la critica a Pisapia? Non c’entra il rancore, il problema è politico

Il problema, come rileva Enrico Rossi, alla base del “malumore” in Mdp,  denunciato da Speranza, è quella frase pronunciata alla Festa dell’Unità di Milano (né lui né Boschi hanno detto una parola sul fatto che l’Unità è stata chiusa, che il nome della testata fondata da Antonio Gramsci non può essere usato, che ai giornalisti licenziati, senza stipendio un minimo di solidarietà era un atto dovuto ndr) “mi sento a casa mia”. Dice Rossi che si tratta di “una affermazione, come fanno rilevare molti compagni, un po’ contraddittoria con la scelta di costruire una forza alternativa al Pd”. Qui non c’entra nulla il rancore, è un problema di natura politica. Poi afferma che un “qualche chiarimento sarebbe utile, sia per le prospettive di questa nuova forza, sia per la tua personale leadership nella quale continuiamo a credere fermamente”. Aggiungiamo noi qualche notizia sulla “casa” richiamata da Pisapia. Quella del Pci, poi Ds, poi Pd non è mai stata la sua casa.

La casa politica dell’ex sindaco di Milano. Da Democrazia proletaria a Rifondazione

Pisapia comincia l’attività politica negli anni ‘70, quando diventa membro di Democrazia Proletaria, alleanza elettorale e poi partito di estrema sinistra presente nel Parlamento della Repubblica Italiana tra il 1976 e il 1979, e nuovamente dal 1983 al 1991. Nel 1996 è eletto deputato in Parlamento come indipendente, nelle liste di Rifondazione Comunista. Rieletto deputato nel 2001, ancora per Rifondazione Comunista. Nel giugno del 2010 è il primo a proporre la sua candidatura come nuovo sindaco di Milano per le elezioni comunali dell’anno seguente. L’intento viene ufficializzato con un’iniziativa al Teatro Litta, che fa seguito a un appello di intellettuali e personaggi della scena sociale e politica della città. Il 14 novembre 2010 partecipa alle elezioni primarie della coalizione di centro-sinistra per la scelta del candidato a primo cittadino; Pisapia, partendo dall’iniziale sostegno di Sinistra Ecologia Libertà e Federazione della Sinistra, gli “arancioni”, ottiene l’investitura con il 45% delle preferenze, superando il candidato ufficiale del Partito Democratico, l’architetto Stefano Boeri (fermatosi al 40% dei voti), e gli altri due sfidanti, il costituzionalista Valerio Onida e l’ambientalista Michele Sacerdoti. Nel primo turno delle elezioni Pisapia ottiene a il 48,04% dei consensi, andando al ballottaggio con la  Moratti (attestatasi invece al 41,58%). Al secondo turno del 29 e 30 maggio vince il ballottaggio con il 55,11% dei voti (contro il 44,89% della Moratti), e viene eletto sindaco di Milano, il primo di centro-sinistra dopo diciotto anni. Questa, per la completezza  dell’informazione, è la storia della “casa” di Pisapia.

Veniamo all’intervista. Parte ingranando la marcia più veloce, senza giri di parole: “Non si può abbaiare alla luna – afferma – o rinchiudersi in un partitino del 3 o 4 per cento perché questo non è il nostro progetto”. Giusto e chi direbbe di no? Solo un consiglio a Pisapia: guardi i sondaggi che si riferiscono al suo movimento. Poi prosegue indicando il fondamento del progetto, il problema è “federare”. “Se lavori su quello che divide, sei condannato a perdere”. Precisato, come compare nel titolo dell’intervista che il “Pd non è il mio nemico” e che “diviso il centro sinistra perde”, precisa: “Campo progressista è nato con l’obiettivo di contribuire, insieme ad altri, alla costruzione di un nuovo centrosinistra o sinistracentro con cultura di governo, europeista, radicalmente in discontinuità con le politiche degli ultimi anni”. Discontinuità, la parola usata, “alternativo” alla politica renziana, affermano invece le altre forze che partecipano alla costruzione di un movimento progressista, di sinistra come dicono quelli di Articolo 1-Mdp. E la differenza di linguaggio è il segno di una differenza nella costruzione del nuovo soggetto. Dall’intervista si apprende che Pisapia pensa ad un listone di centrosinistra, di cui Campo progressista è l’asse portante, con Articolo 1, esteso ai centristi, dai cattolici ai civici, da Zingaretti a Tabacci. Lo scrive Giannini e c’è da credergli quando afferma: “Come cantava Jovanotti, una grande chiesa da Che Guevara  a Madre Teresa”.

Campo progressista per un listone di centrosinistra con interlocutore il Pd

Non quindi un movimento di sinistra come asse portante del nuovo soggetto che non esaurisca il suo ruolo nella campagna elettorale. Un nuovo partito, così indica anche la Costituzione, che costruisca alleanze per un governo alternativo a quelli guidati da Renzi e ora da Gentiloni. Pisapia invece richiama la legge elettorale che non prevede, allo stato, coalizioni. Un listone di centrosinistra con interlocutore ideale non può che essere il Pd, guidato da Renzi, a meno che il segretario rinunci ad un suo diritto visto che è previsto il doppio incarico. Cosa, di fatto, impossibile. Già che c’era Giannini se la prende con quella che chiama “accozzaglia del forse”, intendendo le forze di sinistra, accusate di  “non avere una proposta organica, non una piattaforma programmatica, se si eccettuano le pur sacrosante ma al fondo generiche contestazioni alla buona scuola o al jobs act”. Se Giannini, oltre a frequentare gli studi televisivi partecipasse direttamente, come giornalista, non come conduttore, a iniziative pubbliche troverebbe proposte, progetti, non “generiche contestazioni”. Addirittura giacciono in Parlamento proposte della Cgil sottoscritte da più di un milione di cittadini che riguardano il lavoro, i diritti. Per non parlare della scuola che ha visto mobilitati professori e studenti.

La proposta di Articolo 1. Progetti e programmi vanno costruiti dal basso

Non solo. Il problema è che progetti, programmi si costruiscono dal basso, coinvolgendo i lavoratori, i cittadini, come ha affermato in una intervista al nostro giornale rilasciata tre giorni fa Alfredo D’Attorre, deputato di Articolo 1, indicando una assemblea costituente come  asse portante del  nuovo movimento progressista, di sinistra. Un lavoro di lunga lena. Di questo ha bisogno la politica. I sondaggi dicono che alle prossime elezioni sarà difficile superare il 50% dei votanti. Non basta un tour a Roma, non basta una riunione fra ristretti gruppi dirigenti. Serve una mobilitazione di massa, di popolo, si diceva una volta. La storia è maestra di vita. Forse ce ne siamo dimenticati.

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