Inchiesta su Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: dopo 23 anni la richiesta d’archiviazione della Procura di Roma. L’avvocato di Ilaria: “Non è vero che non ci sono i moventi e le prove dei depistaggi. Non si vogliono leggere. La Procura ha sbagliato”

Inchiesta su Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: dopo 23 anni la richiesta d’archiviazione della Procura di Roma. L’avvocato di Ilaria: “Non è vero che non ci sono i moventi e le prove dei depistaggi. Non si vogliono leggere. La Procura ha sbagliato”

La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sulla morte della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, avvenuta a Mogadiscio, nel 1994. Secondo i magistrati di piazzale Clodio non sarebbe stato possibile risalire al movente e agli autori materiali del duplice omicidio, e non ci sarebbero evidenze riguardo a presunti depistaggi nelle indagini. Sulla richiesta dei pm, dovrà ora esprimersi il gip.

Dunque, alla base della decisione, il parere dei pm che sentenziano la fine di una inchiesta e la rinuncia ‘tecnicamente’ obbligata alla verità su quanto accaduto in Somalia. Si tratta di una decisione che arriva dopo 23 anni dall’apertura del fascicolo. L’ultima parola spetta ora al gip. A firmare la richiesta di archiviazione, previo visto del procuratore Giuseppe Pignatone, è stata la pm Elisabetta Ceniccola, magistrato che assunse la titolarità degli accertamenti dopo che il gip Emanuele Cersosimo, nel dicembre 2007, respinse un’analoga richiesta di archiviazione sul duplice omicidio disponendo ulteriori accertamenti. Nel provvedimento, circa 80 pagine, firmato dal pm Ceniccola ci sono le risposte ai quesiti posti all’epoca dal gip Cersosimo e la indicazione degli elementi, a cominciare dall’impossibilità di attivare indagini in Somalia, che impediscono di accertare il movente e gli autori degli omicidi. In particolare, secondo quanto si è appreso, è citata anche la sentenza della Corte di appello di Perugia che il 19 ottobre scorso, a conclusione del processo di revisione, ha assolto l’unico condannato, il somalo Hashi Omar Hassan, con particolare riferimento all’assenza di qualsiasi indicazione su movente e killer.

La parte di inchiesta dedicata ai presunti depistaggi aveva preso le mosse proprio dalle motivazioni della sentenza di Perugia, laddove si parlava delle presunte anomalie legate alla gestione di un testimone, rivelatosi falso, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, anch’egli somalo. Fu proprio quest’ultimo a chiamare in causa Hassan una volta arrivato a Roma: poi, alla fine del 1997, sparì dalla circolazione salvo essere rintracciato in Inghilterra da “Chi l’ha visto?”. All’inviata del programma di Federica Sciarelli, Gelle ammise di aver dichiarato il falso, ossia che non si trovava sul luogo del duplice omicidio e di aver accusato Hassan in quanto “gli italiani avevano fretta di chiudere il caso”. In cambio della sua testimonianza, precisò il somalo, ottenne la promessa che avrebbe lasciato il paese africano, dove la situazione sociale era tesissima. Dagli accertamenti, che hanno comportato l’audizione di tutti coloro che gestirono quello che, successivamente, si sarebbe rivelato un falso testimone, non sono emersi elementi tali da configurare un depistaggio. 

L’avvocato di Ilaria Alpi, D’Amati: “tutti gli elementi indicano la responsabilità delle autorità italiane”

“La prima reazione è di vivo stupore per la decisione della procura, non è vero che non ci sono i moventi e le prove dei depistaggi, ce ne sono in abbondanza, non si vogliono leggere. La procura della Repubblica di Roma ha sbagliato”. Così, lo riferisce una nota, a Euronews l’avvocato della famiglia di Ilaria Alpi, Domenico D’Amati. “La Procura dopo lungo tempo ha detto che non ci sono gli elementi per richiedere il rinvio a giudizio, quando tutti gli elementi emersi fino ad oggi indicano una responsabilità delle autorità italiane per come sono state condotte le indagini. Questo processo fin dall’inizio è stato destinato ad abortire – aggiunge il legale che segue da anni la famiglia Alpi – Voglio ricordare che sulla stessa vicenda la Corte di appello di Perugia nella sentenza depositata nel gennaio 2017 aveva dichiarato che ci si trova di fronte a condotte che generano ‘sconcerto’ riferendosi al modo in cui sono state condotte le indagini sull’omicidio”. Per l’avvocato Domenico D’Amati ci sono stati tentativi di depistare le indagini da parte di apparati dello Stato italiano: “lo Stato italiano ha pagato un informatore per fare accusare una determinata persona e questa persona ha ammesso di essere stata pagata per mentire e far condannare un innocente, Hashi Omar Hassan, questo è emerso a Perugia”.
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