Gerusalemme. Le autorità israeliane aprono 3 varchi per l’accesso di donne e uomini over 50 alla Spianata delle moschee. Ma la tensione è ancora altissima

Gerusalemme. Le autorità israeliane aprono 3 varchi per l’accesso di donne e uomini over 50 alla Spianata delle moschee. Ma la tensione è ancora altissima

Le autorità israeliane hanno aperto tre varchi d’ingresso intorno alla spianata delle moschee di Gerusalemme (chiamata Monte del Tempio dagli ebrei) per l’accesso dei fedeli musulmani alla moschea di al Aqsa, in occasione della preghiera del venerdì islamico. Secondo quanto riferisce l’emittente televisiva “al Jazeera”, le forze di sicurezza israeliane hanno chiuso le strade intorno alla moschea ponendo dei posti di blocco e consentendo l’accesso libero alle donne, mentre per gli uomini può entrare solo chi ha più di 50 anni. Intanto le strade sono semi-deserte nella città vecchia di Gerusalemme dove non si vedono che camionette della polizia israeliana che impediscono alle auto palestinesi di avvicinarsi, mentre ai posti di blocco i palestinesi che si avvicinano alla moschea di al Aqsa vengono perquisiti. Controllati anche i bus con a bordo gli arabi israeliani provenienti dai territori israeliani. Le autorità dello Stato ebraico temono che al termine della preghiera possano essere inscenate manifestazioni che potrebbero sfociare in scontri con gli agenti della sicurezza.

Intanto un manifestante palestinese di 25 anni è morto oggi in ospedale a seguito delle ferite riportate nel corso degli scontri avvenuti nei giorni scorsi a Gerusalemme. Il giovane, Muhammad Kanan, era stato colpito alla testa da un proiettile esploso da un militare israeliano durante le proteste contro le misure di sicurezza imposte da Israele sull’accesso alla moschea di al Aqsa. Ieri la moschea è stata nuovamente chiusa temporaneamente in seguito agli scontri sulla Spianata delle moschee (Monte del Tempio per l’ebraismo), dove migliaia di musulmani si sono recati a pregare nuovamente nel pomeriggio dopo 12 giorni di boicottaggio per protestare contro le nuove misure di sicurezza delle autorità israeliane, rimosse solo ieri mattina. Le autorità israeliane hanno giustificato nei giorni scorsi la decisione di installare nuove misure di sicurezza sulla Spianata delle moschee con la necessità di bloccare l’eventuale ingresso di armi all’interno del sito, dopo l’attacco con armi da fuoco avvenuto lo scorso 14 luglio e costato la vita a due agenti della polizia israeliani e ai tre autori dell’azione, tutti arabi israeliani. In base alle indagini condotte dallo Stato israeliano e dall’analisi di alcuni filmati, le armi utilizzate nell’attacco sono state trasportate all’interno del luogo sacro grazie alla complicità di un quarto uomo che ha eluso i controlli di sicurezza del Waqf, l’autorità giordana incaricata della gestione della Spianata delle moschee.

L’installazione dei metal detector ha suscitato a partire dallo scorso 21 luglio una grande ondata di proteste sostenute da Hamas, Autorità nazionale palestinese e leader religiosi di altri paesi musulmani, in cui sono morti tre giovani palestinesi, mentre centinaia di persone sono rimaste ferite. I timori di un cambio dello status quo sulla Spianata delle moschee hanno scosso la comunità musulmana mondiale, con manifestazioni contro Israele organizzate in Giordania, Turchia, Iran e paesi europei, tra cui il Regno Unito. La morte dei tre giovani palestinesi negli scontri del 21 luglio sarebbe inoltre alla base dell’omicidio di tre coloni israeliani nell’insediamento di Halamish, in Cisgiordania, da parte di un musulmano palestinese, e del tentato omicidio di un agente della sicurezza israeliana nell’ambasciata dello Stato ebraico ad Amman. Quest’ultimo evento ha portato ad una crisi diplomatica tra Giordania e Israele, a causa della richiesta delle autorità giordane di detenere e interrogare l’agente che nella colluttazione con l’aggressore, un giovane di 17 anni, ha esploso colpi di arma da fuoco uccidendo il ragazzo e un cittadino giordano, presente nell’edificio. Lo scontro tra Amman e Gerusalemme si è concluso solo dopo giorni di mediazione e con la decisione delle autorità giordane di interrogare l’agente alla presenza di funzionari israeliani.

La questione della Spianata delle moschee ha colpito anche le relazioni tra Israele e Turchia, riprese solo nel giugno dello scorso anno dopo sei anni di interruzione a causa dell’incidente della Mavi Marmara del 2010. In questi giorni i ministeri degli Esteri dei due paesi si sono scambiati comunicati molto forti a seguito delle critiche mosse dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, alle misure di sicurezza adottare da Tel Aviv presso la Città vecchia di Gerusalemme. Il portavoce del ministero degli Esteri di Israele, Emmanuel Nahshon, ha respinto con durezza le accuse di Ankara, secondo cui gli israeliani “vogliono sottrarre al Aqsa ai musulmani col pretesto della lotta al terrorismo”. Quelle turche, ha detto Nahshon, sono accuse “stravaganti, infondate e grottesche”. Il portavoce ha risposto con parole dure all’indirizzo della Turchia: “I giorni dell’Impero ottomano – ha affermato – sono finiti da tempo”. Per tutta risposta, l’omologo turco Huseyin Muftuogli ha dichiarato che “mentre l’occupazione israeliana di Gerusalemme est, Gaza e Cisgiordania prosegue e compie il suo 50mo anno, appare sempre più chiaro che trascurare lo stato di occupazione in cui versa Gerusalemme Est non giova alla causa della pace e della stabilità nella regione”.

La gestione delle tensioni di questi giorni da parte del governo di Benjamin Netanyahu, è stata profondamente criticata sia dai partiti della destra israeliana, con in testa Bayit Yehudi, che dalla sinistra che considera la mossa di installare i metal detector, sconsigliata dall’esercito, alla base di tutte le successive violenze. Pur non criticando apertamente Netanyahu, il leader di Bayit Yehudi e ministro dell’Educazione, Naftali Bennet, ha definito la rimozione delle misure di sicurezza come una “resa” al terrorismo che ha indebolito Israele. “Invece di inviare un messaggio sulla sovranità di Israele sul Monte del Tempio, stiamo dando l’idea che essa possa essere messa in discussione”, ha dichiarato il ministro, citato dai media israeliani. In un raro attacco a Netanyahu, il parlamentare del Likud Oren Hazan ha sottolineato che il premier “non sarà perdonato per la sua capitolazione sulla futura sicurezza di Israele”.

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