Gabrielli annuncia con fragore una svolta al Viminale. Finisce l’era De Gennaro? E solo quella?

Gabrielli annuncia con fragore una svolta al Viminale. Finisce l’era De Gennaro? E solo quella?

È opportuno cominciare dal “principio”, dal significato di quell’espressione ormai da tempo associata ai gravi fatti che si sono consumati a Genova, in occasione del G8 2001: “Macelleria messicana”. Sta per episodio di violenza smisurata, ingiustificabile, perpetrato in uno scenario di guerra. Nasce, l’espressione, con le rivoluzioni che sconvolgono il Messico. E’ coniata da corrispondenti che vogliono trasmettere al lettore l’immagine-mito di un paese preda di bande di rivoltosi spietati e sanguinari. Negli Stati Uniti l’equivalente è “Mexican standoff”: guerriglia senza quartiere. Di “macelleria messicana” parla Ferruccio Parri, il mitico comandante Maurizio: dai fascisti ne ha patite tante, la sua fede antifascista è adamantina. Proprio per questo assiste con raccapriccio all’esibizione dei corpi di Mussolini, di Claretta Petacci e di altri gerarchi fascisti, appesi per i piedi alla tettoria di una pompa di benzina nel milanese piazzale Loreto. Altri sostengono che l’espressione sia stata usata da Leo Valiani, altro mitico capo della Resistenza e dell’antifascismo. Poco importa, l’uno o l’altro: è la ripugnanza per quell’esibizione che conta. Che sempre in quel piazzale, otto mesi prima, i nazi-fascisti avessero appeso i corpi di 15 partigiani trucidati, non giustifica. Proprio perché non si è cani rabbiosi i comportamenti devono essere altri, diversi: per marcare differenza e distanza, nelle parole, nei fatti.

Facciamo ora un salto di 57 anni: dal 1944 al 2001. Chi parla è Michelangelo Fournier, all’epoca vice-questore aggiunto del primo reparto mobile di Roma. E’ una una deposizione spontanea al Procuratore di Genova, una decina di giorni dai fatti. Evidentemente dichiarazioni meditate, attentamente soppesate. Racconta Fornier: “Arrivato al primo piano dell’istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana. Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: ‘basta basta’ e cacciai via i poliziotti che picchiavano. Intorno alla ragazza per terra c’erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale. Ho ordinato per radio ai miei uomini di uscire subito dalla scuola e di chiamare le ambulanze”. Dopo un lungo e tormentato iter giudiziario, dirigenti e responsabili dell’ordine pubblico di allora per i fatti del G8, e segnatamente i fatti di Bolzaneto e della Diaz, sono sanzionati: alcuni in modo mite, altri con condanne più pesanti; ma insomma, le sentenze ci sono state. Bisogna pur tener conto che non essendo in vigore, all’epoca, il reato di tortura, con più agio gli imputati se la sono cavata. Nessun politico di allora ha patito conseguenze, a cominciare dal ministro dell’Interno di allora Claudio Scajola, e dal vice-presidente del Consiglio Gianfranco Fini, inopinatamente in quelle ore nella sala operativa della questura. Indenne esce anche il capo della polizia di allora, Gianni De Gennaro.

Che qualcosa di quel G8 fosse in partenza destinato a sfociare in una direzione sbagliata lo deve aver intuito un altro grande poliziotto, amico di De Gennaro, e destinato a diventare anche lui capo della polizia: Antonio Manganelli. Non a caso decide di collocarsi in ferie, in quei giorni. Nelle 60 pagine di interrogatorio cui viene sottoposto come testimone, il 16 dicembre 2002, si può leggere: “‘Io credo che tu abbia visto un altro G8’, gli dissi scherzosamente…‘noi ne usciamo male e insomma, a me non sembrano pregresse quelle ferite. Credo di essere stato io, e il capo della polizia Gianni De Gennaro me ne dà atto ancora oggi, quello che gli ha richiamato l’attenzione sulla gravità degli incidenti… erano circa le 10 del mattino di domenica 22 luglio e fino a quel punto, guardando la televisione, mi era sembrato di cogliere dal capo della polizia una sensazione di “esito positivo”“.

Manganelli non le manda a dire. Le frasi più dure sono nei confronti dell’episodio delle due bottiglie molotov, infiltrate nella scuola Diaz dalla stessa polizia e poi usate come prove a carico dei 93 no global arrestati, scagionati e oggi parti offese al processo: “Mi è sembrato che alla perquisizione Diaz ci fossero un po’ troppi generali senza contestuale distribuzione di compiti e di livelli di responsabilità… poi tutto va storicizzato… debbo dire che la cosa che mi ha colpito di più in assoluto, che non riesco a digerire è la provenienza illegale delle molotov. Perché guardi, io ne ho viste tante, mi spiace dirlo al registratore, ma ne ho anche fatte tante… situazioni complicate difficili… la Uno Bianca, le stragi a Palermo, i sequestri a Nuoro… ma la bustina in tasca allo spacciatore… insomma l’avevo vista nei film ma non credevo potesse succedere”.

Undici anni dopo, da capo della polizia, subito dopo la finale sentenza di condanna della Corte di Cassazione per i fatti accaduti a Genova, Manganelli pubblicamente sostiene che è “il momento delle scuse…Scuse dovute soprattutto ai cittadini che hanno subito danni. E anche a quelli che, avendo fiducia nella Polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza”. Le condanne determinano, come collaterale effetto, l’azzeramento dei vertici dell’anticrimine, che hanno lasciato i loro incarichi e furono sostituiti. Tutti meno Di Gennaro. Dopo il Viminale, passa ai vertici dei servizi di sicurezza, ci resta a prescindere dal “colore” dei Governi che si succedono; infine a Finmeccanica; ora presidente di Leonardo-Finmeccanica. Poi le condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e le varie condanne.

Il non breve preambolo è necessario per cercare di comprendere testo e contesto di quello che in queste ore accade. La “Repubblica” ospita una lunga intervista all’attuale capo della polizia Franco Gabrielli. Una doppia pagina, non dichiarazioni “strappate” a tradimento. Del resto, non una sola sillaba è stata smentita. Si è pubblicato quello che si è detto; si è detto quello che si voleva dire. Titolo e sommari sono di esemplare chiarezza: “Il G8 di Genova fu una catastrofe. Un’infinità di persone subirono violenze che hanno segnato le loro vite. In questi 16 anni non si è riflettuto a sufficienza. E chiedere scusa non è bastato”. Gabrielli dice che la polizia è un’istituzione sana, che non si deve aver paura di leggi e controlli; ma è ben vero che nella caserma di Bolzaneto di fu tortura, è falso che la polizia sia stata perseguitata da una magistratura ideologizzata; non ci sarà mai più una nuova Genova: questo tempo non è passato invano. Già queste sono affermazioni pesanti. Ma non basta. Gabrielli, pur legato, come dice, “da antico rapporto personale”, aggiunge: “Siccome non ho nessuna intenzione di sottrarmi, perché sono un uomo libero e capo della polizia libero, le dico che se io fossi stato Gianni De Gennaro mi sarei assunto le mie responsabilità senza se e senza ma. Mi sarei dimesso. Per il bene della polizia. Perché ci sono dei momenti in cui è giusto che il vertice compia un gesto necessario a restituire la necessaria fiducia che un cittadino deve avere nell’istituzione cui è affidato in via esclusiva il monopolio legittimo della forza”.

Insomma: sedici anni dopo i fatti, un capo della polizia sostiene che un suo predecessore avrebbe dovuto abbandonare la sua poltrona. L’interessato, in apparenza, non batte ciglio. In suo soccorso scende campo il ministro dell’Interno di allora Claudio Scajola: all’“Ansa” racconta che De Gennaro le dimissioni le presentò, ma lui le respinse, perché in momenti critici non si lasciano vuoti di potere. Resta il fatto che un poliziotto indubbiamente capace ed esperto come De Gennaro, con una grande esperienza sul campo, si trova al vertice di una istituzione che si viene a trovare nell’occhio del ciclone. Tutti pagano, meno il vertice; che successivamente ricopre i vertici di altre istituzioni importanti e delicatissime. Da autentico civil servant di rango “attraversa” governi di centro-destra, centro-sinistra, tecnici. Passano gli anni, sembra inaffondabile e inattaccabile. Lui e il suo “sistema”.

Poi, ora, la stilettata di Gabrielli, pur se attenuata dalla difesa di Scajola, peraltro politico in disarmo. Che accade? Senza indulgere in dietrologie, come non chiedersi, come non domandarsi che cosa succede, non solo nelle stanze del Viminale, ma in generale nei palazzi del Potere? Una cosa la si può dire: la polizia di Gianni De Gennaro, quel “sistema”, è tramontata, archiviata. Una non usuale intervista che in queste ore è stata letteralmente vivisezionata: per quello che dice, per come lo dice; e per quello che si lascia intendere e si può indovinare. Se un po’ tutti sono concordi nel ritenerlo un fragoroso sasso gettato nello stagno, ora si cerca di comprendere chi siano i destinatari reali, e gli effetti che seguiranno. Nei quadri dell’amministrazione sono ancora molti i funzionari in un modo o nell’altro a De Gennaro. A loro – è l’interpretazione più scontata – si è voluto inviare il “messaggio” che quella polizia è stata rottamata; che un’epoca è finita. Ma chi lo dice che siano solo loro i destinatari del “messaggio”? Il segnale di discontinuità è chiaro; ma probabilmente o l’unico; e non solo gli “abitanti” del Viminale e dintorni, i destinatari. Lo si vedrà nei prossimi giorni e settimane. Effetti che saranno, probabilmente una sorta di “sciame”: forse meno intenso della iniziale scossa; ma certamente un “assestamento” che produrrà equilibri e situazioni che non sarà inutile cercare di comprendere e spiegare.

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