Da metà luglio è diventata operativa la cedolare secca. Ma Airbnb e altri colossi non sono ancora pronti a pagare. Prosegue il braccio di ferro con l’Agenzia delle Entrate

Da metà luglio è diventata operativa la cedolare secca. Ma Airbnb e altri colossi non sono ancora pronti a pagare. Prosegue il braccio di ferro con l’Agenzia delle Entrate

Un po’ seguendo la tendenza della nuova filosofia della condivisione, un po’ (forse soprattutto) alla luce del budget ridotto da dedicare ai propri viaggi, stanno prendendo sempre più piede, nel nostro Paese, le piattaforme di sharing economy dedicate a viaggi e soggiorni. Dalla condivisione del passaggio in auto (Bla Bla car) all’affitto di appartamenti per soggiorni brevi (Airbnb), alla condivisione del divano di casa (Couchsurfing): si moltiplicano a vista d’occhio le piattaforme che offrono i servizi più disparati e fantasiosi. Una tendenza che gli albergatori e gli operatori del settore non hanno accolto con grande favore. Ecco, quindi, che il legislatore è intervenuto per tentare di adeguarsi (tardivamente) alla rapidissima evoluzione di queste piattaforme. I portali come Airbnb sono stati obbligati dalla legge a trattenere le imposte sulle locazioni brevi (ovvero quelle inferiori a 30 giorni) che i loro iscritti incassano.

Nel dettaglio è stata disposta con la “manovrina” di aprile la cedolare secca del 21% sulle locazioni brevi. I portali come Booking.com e Airbnb, anche se senza stabile organizzazione in Italia, dovranno nominare un rappresentante fiscale in modo da poter agire da sostituti di imposta e richiedere la cedolare secca del 21%. Le case private sono inoltre equiparate agli hotel e dovranno riscuotere quindi la tassa di soggiorno. Le disposizioni delle Entrate hanno chiarito che dal 17 luglio sarebbe scattato l’obbligo per gli intermediari degli affitti turistici, digitali e non, di trattenere le imposte dovute dai proprietari di casa da versare all’Erario.

Già all’indomani della sua approvazione, sono scoppiate polemiche e critiche. Le piattaforme (colossi che, come Airbnb, sono valutati oltre 30 miliardi di dollari) sostengono che sia tecnicamente impossibile adattarsi in così poco tempo. Peccato che in Italia esistono esempi di chi lo ha già fatto. Rentopolis, startup di Stefano Bettanin, non raggiunge certo le dimensioni di Airbnb: offre ai turisti circa 200 case, Airbnb solo in Italia oltre 300 mila. Anche i mezzi a disposizione sono sicuramente diversi… c’è da chiedersi perché, allora, la sua startup non ha avuto grandi difficoltà ad adeguarsi alla nuova normativa.

“Da aprile era già chiaro quale fosse la direzione, quindi abbiamo subito iniziato a studiarne la fattibilità. Poi per aggiornare il codice è bastata una settimana. Ci abbiamo lavorato con una squadra di quattro, cinque programmatori”, afferma Bettanin. Da giugno Rentopolis trattiene quanto previsto dalla legge e il prossimo 16 di agosto effettuerà il primo versamento alle Entrate. Ecco quindi che le complicazioni tecniche indicate dalle grandi piattaforme appaiono in tutta la loro pretestuosità ed emerge come la vera differenza risieda nella volontà di adeguarsi alla nuova norma anti evasione.

Appena lunedì scorso due colossi dell’ospitalità come Airbnb e Homeaway, gruppo Expedia, hanno scritto all’Agenzia delle Entrate ribadendo che non hanno nessuna intenzione di adempiere, lamentando da una parte il poco tempo a disposizione per adeguarsi, nonché la poca chiarezza dell’impianto, che rende “tecnicamente impossibile” rispettare quanto previsto dalla manovrina e partire con le trattenute. È vero che esistono diversi aspetti critici in relazione alla normativa, ma questo non giustifica il ritardo con cui i colossi dell’homesharing si presentano all’appuntamento con il fisco italiano. Il rischio è quello di vedersi comminare multe fino al 20% delle somme non trattenute. Vedremo, ora, come agirà l’Agenzia delle Entrate per esigere un adeguamento da parte dei ritardatari.

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