Cu tine pentru tine, con te, per te: il progetto di Fillea e Inca Cgil per i lavoratori edili rumeni due anni dopo. Ne parlano Mercedes Landolfi ed Emilia Spurcaciu, responsabili Fillea

Cu tine pentru tine, con te, per te: il progetto di Fillea e Inca Cgil per i lavoratori edili rumeni due anni dopo. Ne parlano Mercedes Landolfi ed Emilia Spurcaciu, responsabili Fillea

Cu tine pentru tine, in rumeno vuol dire “con te, per te”: con questo slogan è partito due anni fa il progetto sperimentale di Fillea ed Inca rivolto ai lavoratori che dalla Romania vengono in Italia per cercare lavoro nell’edilizia. Una campagna imponente sui mass media, materiali informativi in lingua distribuiti nei due paesi, una forte presenza sui social, uno sportello a Bucarest con operatori lingua madre a disposizione per dare informazioni sia a chi vuole venire in Italia sia a chi dopo anni di lavoro nei nostri cantieri è tornato nel proprio paese di origine ed ha bisogno di assistenza per le pratiche, ad esempio quelle pensionistiche. A due anni dall’inaugurazione dello sportello, la Fillea fa in questi giorni un primo bilancio dell’attività.
Ne parliamo con la responsabile delle politiche internazionali Fillea Mercedes Landolfi e con la referente della Fillea-Inca Bucarest Emilia Spurcaciu.

Qual è l’obiettivo del progetto?

Landolfi. Il nostro settore è caratterizzato da una forte presenza di manodopera straniera, nell’edilizia la comunità più consistente è di nazionalità rumena, addirittura sfiorando da sola in alcune città – penso ad esempio a Roma – il 50% del totale della manodopera impegnata. Come sappiamo, questo settore è caratterizzato da grande irregolarità ed illegalità, per questo la carenza di informazioni accresce enormemente il rischio che, una volta arrivati in Italia, i lavoratori siano sottoposti a condizioni di sfruttamento e ricatto, spesso sottopagati e senza le adeguate condizioni di sicurezza. Rischi presenti anche tra i dipendenti di aziende straniere trasferiti nei cantieri italiani con il distacco comunitario, istituto che non di rado viene usato in modo distorto. Abbiamo quindi deciso di intervenire “all’origine”, aprendo direttamente in Romania un ufficio che possa dare informazioni a chi vuole cercare fortuna nei cantieri italiani. In tal modo, prima di trasferirsi in Italia, il lavoratore può farsi una idea di cosa lo attende, quali condizioni di lavoro, quale contratto, quali diritti,  quali opportunità, ma anche e qual è il ruolo del sindacato in Italia, quali le funzioni, le tutele, i servizi che mette a disposizione dei lavoratori. Non solo, il nostro progetto si rivolge anche al lavoratore che vuole fare ritorno in patria dopo un periodo di lavoro in Italia, consentendogli di espletare una serie di pratiche direttamente dalla Romania.

Quali problemi avete trovato, quali sono le richieste che vengono dai lavoratori che si sono avvicinati al vostro sportello?

Spurcaciu. Già durante la fase di impostazione del progetto, abbiamo svolto una indagine tra i lavoratori rumeni in Italia, e poi con l’invio massiccio del nostro opuscolo in lingua, abbiamo avuto ulteriori riscontri: i problemi più grandi sono legati soprattutto alle condizioni di irregolarità e sfruttamento – quindi  lavoro nero o grigio, salari non pagati, contributi non versati, contratti cessati –   e la mancanza di conoscenza dei proprio diritti, che porta ad avere una forte soggezione nei confronti del datore di lavoro, la paura di denunciare, la mancata solidarietà fra connazionali. A tutto questo poi dobbiamo aggiungere un altro problema, rappresentato dalla diffidenza nei confronti del sindacato rumeno che condiziona anche il rapporto del lavoratore con il sindacato italiano. Insomma, dobbiamo rompere muri, di conoscenza ma anche di fiducia, e lo facciamo attraverso lo sportello ed i suoi servizi in Italia e a Bucarest, con il lavoro delle nostre strutture territoriali, sempre più multietniche, il materiale informativo e le campagne social in lingua. Sapendo che è un lavoro lungo, che darà risultati nel tempo.

Come hanno reagito le autorità rumene?

Spurcaciu. Una parte consistente del nostro lavoro in questa prima fase è stato finalizzato proprio al coinvolgimento di istituzioni nazionali, territoriali, sindacati nel territorio rumeno ed i risultati ci fanno ben sperare. Abbiamo aperto un ottimo rapporto con l’ANOFM, Agenzia Nazionale per l’Impiego, che collabora con Eures, che ha distribuito il materiale informativo in tutte le 48 sedi presenti in Romania; grazie al buon rapporto aperto con il Registro per le Imprese, abbiamo potuto raccogliere informazioni importanti per alcune vertenze aperte in Italia. Tra queste, ricordo solo il caso più eclatante, l’operazione denominata “Social Dumping”, che ha visto la condanna di cinque persone per un caso di falso distacco, caporalato e autoriciclaggio a L’Aquila. Significativo anche il lavoro svolto con i sindacati rumeni, quello maggiormente rappresentativo dei lavoratori del settore delle costruzioni FGS Familia,  e quello del legno FSLIL. Altro versante su cui abbiamo lavorato è quello delle scuole, con un progetto rivolto agli alunni della regione della Transilvania. Nella Moldova, regione da cui parte il maggior flusso di lavoratori edili verso l’Italia – che sono i meno informati, considerando le situazioni arretrate e la povertà in cui versano –  siamo riusciti a stabilire un rapporto con alcune amministrazioni locali per avviare una serie di incontri informativi rivolti alla cittadinanza.  Infine, va ricordata l’attenzione che abbiamo avuto dalla stampa rumena che, come in Italia, ha dato molto spazio alla nostra iniziativa, con articoli, trasmissioni televisive, pubblicizzazione dello sportello di Bucarest e del materiale informativo.  Dopo gli interventi al Senato rumeno, in TV, sulla stampa, riguardanti i problemi di lavoro che hanno molti lavoratori rumeni in Italia, per la prima volta in Romania si è parlato di “caporalato” e di “invisibili” riferendosi ai lavoratori rumeni che non dichiarano la propria presenza nel territorio e lavorano in nero. Questo dibattito non ha solo fatto crescere i contatti con lo sportello Fillea-Inca di Bucarest, ma ha fatto anche avvicinare al sindacato lavoratori rumeni in Italia, a conferma del fatto che incrinare il muro di diffidenza è possibile. Ovviamente, il lavoro fatto in Romania ha ripercussioni anche in Italia, visto l’obiettivo del progetto.

Come si sta organizzando il lavoro nei territori?

Landolfi. Anche qui, occorre tempo per poter vedere risultati. La presenza dei lavoratori rumeni non è omogenea sul territorio nazionale, quindi ovviamente in questi primi anni abbiamo lavorato di più con quei territori a forte presenza di lavoratori rumeni, in particolare Roma, Frosinone, Latina, Milano, Varese ed altre province lombarde, il Veneto, Torino ed il Piemonte. Una rete che occorre rafforzare ed estendere, guardando in particolare alle regioni del Sud.  Sappiamo che la comunità rumena è destinato a crescere – sono oltre 1,1 milione i rumeni registrati ufficialmente – ed anche i dati degli uffici Inca confermano il trend. C’è ancora molto da fare, soprattutto in Italia, dove serve uno sforzo per rafforzare la rete territoriale e infondere nei lavoratori fiducia nell’azione collettiva e nel sindacato. Oltre che poter parlare nella loro lingua – e qui la presenza di funzionari madrelingua rappresenta un passo in avanti enorme –  i lavoratori rumeni hanno bisogno di qualcuno che infonda loro fiducia, di empowerment per quanto riguarda la consapevolezza dei diritti, di chiarimenti riguardanti le differenze del sindacato italiano e rumeno e di spiegazioni semplificate sul sistema previdenziale ed assistenziale italiano e su come  vedersi riconosciute le loro spettanze, come la pensione, una volta tornati nel proprio paese. In questo, abbiamo bisogno di portare a pieno regime tutti i nostri strumenti comunicativi: il contatto diretto con persone capaci di comunicare con loro, i materiali informativi, i telefoni e le sedi fisiche a disposizione sia in Italia che in Romania, ma anche i social, in particolare Facebook, strumenti molto utilizzati dai lavoratori che sono lontani dalle famiglie e che hanno l’abitudine di frequentare la loro comunità virtuale. In questo, essere come sportello anche sui social sta aiutando il nostro progetto a crescere, giorno dopo giorno.

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