Vincenzo Vita. “Il digitale diventi nella radio una grande infrastruttura nazionale”

Vincenzo Vita. “Il digitale diventi nella radio una grande infrastruttura nazionale”

Chissà se riprenderà quota l’antico slogan “Via l’Italia dalla Nato”. Certamente –e con maggior realismo- è bene che per lo meno si chieda al Ministero della difesa di lasciare il canale 13 Vhf, altrimenti la radio digitale locale non decolla. Troppo esigue e diseguali, infatti, sono le risorse tecniche a disposizione della dirompente rivoluzione in corso. La Norvegia ha aperto le danze, alle ore 11,11 dello scorso 11 gennaio (il simbolismo dei numeri non è uno scherzo), avviando una transizione che si concluderà alla fine dell’anno. Con maggiore saggezza rispetto alla sorella televisione, dove il digitale si è caricato di significati ideologici o strumentali (do you remember Rete4?), la radio ha uno stile diverso: non aut aut, bensì et et. La modulazione di frequenza continua a vivere e, sulla spinta soprattutto delle auto dotate ormai normalmente del Digital audio broadcasting, nonché della trasversalità tecnologica del Dab, la terra promessa si avvicina. Di questo si è parlato nel bel convegno (“L’emittenza locale nella radio digitale”) promosso dalle associazioni Aeranti-Corallo, che rappresentano una parte assai significativa del settore. Oltre a numerosi esperti cui si devono interessanti contributi chiarificatori, e dopo le introduzioni di Marco Rossignoli e di Luigi Bardelli, al dibattito hanno preso parte il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Cardani e il sottosegretario Giacomelli. Da entrambi sono venute rassicurazioni proprio sulle frequenze, pur con l’ammissione delle pastoie e dei ritardi. Regolamento per i contributi –pronto dal luglio del 2016 e soggetto a 23 passaggi burocratici- e impegni pianificatori pur legati all’esile filo della durata della legislatura sono stati punti sottolineati con nettezza. Sarà vero? Si capirà nelle prossime settimane, benché la storia passata non deponga a favore. Quando si parla di frequenze si prende la scossa, tale e tanta è storicamente la resistenza passiva frapposta da Rai e Mediaset. La Rai in particolare, dopo la sigla di un accordo di collaborazione con le associazioni nel luglio del 2007, è l’oggetto principale dei desideri. E giustamente, perché il servizio pubblico “allargato” dovrebbe comprendere pure il sostegno dell’innovazione tecnologica, di cui il Dab è segmento cruciale. Un po’ a sorpresa Giacomelli ha parlato ai margini del convegno di una ripresa di amorosi sensi tra Rai-Way e Ei Towers, dopo le recenti astiose polemiche. Ma qualcosa si muove, forse, in vista di qualche novità nell’affare Mediaset-Vivendi. Forse qualcosa si capirà pure nel testo in fieri della Convenzione tra lo Stato e la Rai, al momento ferma in qualche cassetto.

Rossignoli, nella relazione, ha opportunamente sottolineato che la radio è ascoltatissima (36 milioni nel giorno medio, di cui 15 sintonizzati anche sull’emittenza locale) ed è fortissima nel pubblico a maggiore “contaminazione” tecnologica, vale a dire quello che va dai 14 ai 24 anni. La durata media dell’ ascolto è di 149 minuti nel day time, che diventano 182 tra coloro che utilizzano i nuovi dispositivi tecnici. Il Dab, dunque, è una chiave di accesso alla crossmedialità e non solo una radio aggiornata. Lo standard originariamente pensato dal progetto europeo “Eureka” e avviato nel 1994 è già nella fase evolutiva del Dab plus. Afferriamo il tempo. Che il digitale diventi nella radio una grande infrastruttura nazionale, senza discriminazioni tra locale e nazionale.  Prima che passi il treno dei desideri.

Dal quotidiano Il manifesto dell’8 febbraio 2017

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