Spagna. Podemos a congresso. Le tre anime ritrovano il coraggio dell’unità. Come imposto dalla base del movimento

Spagna. Podemos a congresso. Le tre anime ritrovano il coraggio dell’unità. Come imposto dalla base del movimento

Pablo Iglesias, leader di Podemos, ha dato il via sabato mattina al secondo congresso di Podemos, con un appello all’unità interna. “Egocentrismo e divisione lavorano per il nemico” ha affermato Iglesias, tra le urla di “Unità, unità” e di “presidente” dei circa 8000 simpatizzanti che hanno riempito il Palazzo di Vistalegre a Madrid. Gli appelli all’unità di Podemos hanno segnato la prima giornata del congresso: la base non ha smesso di invocarla, evidenziando la sua protesta e facendo pressione sui vertici del movimento. È l’argomento centrale degli interventi dei due massimi dirigenti, Pablo Iglesias e il numero due di Podemos, Inigo Errejon, che si contendono la leadership in questo secondo congresso. Entrambi hanno cercato di abbassare i toni polemici, e si sono invece concentrati sugli avversari comuni, il Partito popolare, da un lato e i socialisti del Psoe dall’altro.

Iglesias ha invitato Errejon a celebrare un congresso di “fraternità, unità e intelligenza”, prima di dirigere le sue critiche a popolari e socialisti, che egli identifica come l’establishment spagnolo. “Sono di sinistra”, ha detto Iglesias, “ma non mi persuade una geografia parlamentare per la quale i popolari sono la destra e i socialisti la sinistra. In realtà, loro sono i rappresentanti del progetto delle elites”. Iglesias ha parlato di “nuova transizione” dopo le elezioni del 15 maggio, e della necessità di un “impulso costituente”. Le possibilità del cambiamento, ha proseguito Iglesias, “si sono fermate perché non siamo riusciti a costruire un nuovo contratto sociale”.

Podemos non si arrende, e riafferma la sua volontà di arrivare a governare la Spagna, perché, comunque, le opportunità restano tutte aperte. “Il vento del cambiamento ancora soffia”, ha detto dal palco il leader di Podemos, “siamo chiamati a governare, a cambiare le cose, a guidare un blocco storico con le forze gemelle e con la gente”. Ed ha proseguito: “dinanzi a un governo di restauratori”, e in una nuova Spagna “che avanza senza paura”, che non tollera la corruzione e la precarietà, occorre “un’alleanza intergenerazionale per costruire un nuovo paese”.

Lo stesso discorso antielite ha sfoderato Errejon che è intervenuto per difendere le sue posizioni politiche con le quali si confronta con Iglesias. Interrotto spesso dal grido di “Unità” dei sostenitori, Errejon ha voluto però segnalare che “quelli di sopra si indeboliscono, non sono più disposto a concedere neppure un minuto di proroga”. Il numero due ha avuto parole durissime contro Rajoy e i popolari: “vedrete che il prossimo congresso lo celebreranno in un centro penitenziario”. Errejon  si è lamentato del fatto che il Psoe, i socialisti, si erano impegnati a combattere i populisti, ovvero i militanti di Podemos, mentre “sono loro molto distanti dal popolo”. “Bene, noi siamo qui”, ha affermato Errejon in tono di sfida, insistendo su questo punto, il rapporto con i socialisti, che in parte lo divide da Iglesias e che egli vorrebbe invece più propositivo. Secondo Errejon, “Podemos non è entrato nella politica spagnola per essere una formazione che si limita alla protesta. Non siamo venuti a cantargliene quattro, ma a indicargli la via d’uscita”.

Il clima congressuale, in ogni caso, imponeva un abbassamento dei toni, come si diceva, e tanto Iglesias quanto Errejon hanno compiuto lo sforzo di attenervisi. Iglesias ha parlato esplicitamente di congresso “catartico”, il congresso del “sì, se puede”, dell’unità, dell’orgoglio e della vittoria. E ha concluso: “parlare del mio progetto per la segreteria generale significa parlare di Inigo Errejon e di Miguel Urbàn. Conto su di voi, compagni”. In sostanza, il congresso punta a trovare una sintesi tra le tre anime di Podemos: quella sociale e autonomista di Iglesias, quella più attenta all’alleanza coi socialisti di Errejon, e quella apertamente antagonista e anticapitalista di Urbàn. Il senso è quello di evitare la costruzione di nemici interni, come ha sostenuto proprio il leader degli anticapitalisti, Urbàn.

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