Sorveglianza sanitaria: opportunità o rischio per i poliziotti? Silp Cgil: tutela della salute e tutela del posto di lavoro

Sorveglianza sanitaria: opportunità o rischio per i poliziotti? Silp Cgil: tutela della salute e tutela del posto di lavoro

È scientificamente acclarato: le patologie stress-correlate colpiscono con maggiore frequenza il personale delle forze di polizia. Da tempo il Silp Cgil, attraverso convegni professionali e seminari che hanno visto la partecipazione di esperti internazionali, sostiene questa tesi e chiede all’Amministrazione della pubblica sicurezza di colmare un vuoto: quello di migliorare la salute delle lavoratrici e dei lavoratori della Polizia di Stato. Lo scorso settembre, durante il proprio congresso, la Società italiana medicina del lavoro e igiene industriale (Simlii) ha elaborato le Linee guida per la sorveglianza sanitaria degli operatori dei Corpi di polizia. Linee guida che hanno l’ambizione di andare al di là di una applicazione acritica del D.Lgs 81/08. Il Capo della Polizia, Prefetto Gabrielli, ha accolto prontamente queste indicazioni, emanando il 2 gennaio il decreto ad hoc in materia di sorveglianza sanitaria e prevenzione della salute. In ordine ai delicati quanto importanti aspetti applicativi di questo decreto è in corso un confronto con le organizzazioni sindacali della Polizia.

Il riconoscimento della causa di servizio e  l’equo indennizzo

Questa premessa, che attualizza la questione, è necessaria per far comprendere al lettore, poliziotto o cittadino che sia, l’importanza del tema della sorveglianza sanitaria, che è nata da una esigenza clinica: assicurare che i lavoratori possano svolgere il loro mestiere in salute e sicurezza. Questo principio aveva molto valore trecento anni fa ed è valido ai giorni nostri. Quel che cambia, naturalmente, è il tipo e l’entità dei rischi. I lavoratori dei secoli scorsi dovevano fronteggiare rischi, soprattutto di natura chimica e fisica, per lo più sconosciuti e generalmente non controllabili. La visita medica è stata, per un lungo periodo, l’unico modo per individuare tempestivamente le malattie causate dal lavoro, prima che gli effetti fossero irreparabili. Il riconoscimento della “causa di servizio”, introdotta in Italia dopo la terza guerra di indipendenza, è stato allora un avanzatissimo strumento di giustizia sociale, per risarcire con un “equo indennizzo” coloro che erano costretti ad esporsi, per il bene comune, a rischi intollerabili. I servitori dello Stato erano così alleviati almeno per quel che concerne gli effetti economici delle malattie causate dal lavoro. Ma si ammalavano lo stesso. Fortunatamente oggi le cose non stanno più allo stesso modo. La tecnologia ha consentito di identificare e controllare i rischi. Il lavoro non è una maledizione biblica, ma, al contrario, è lo strumento attraverso cui il lavoratore accresce la propria autostima, la consapevolezza, il ruolo sociale, la professionalità. I rischi professionali sono tutti ben conosciuti e possono essere efficacemente controllati. La mancata prevenzione non è un incidente, piuttosto un reato.

Mutano le condizioni di lavoro, anche le procedure devono cambiare

Pertanto, se le condizioni di lavoro mutano, va riconosciuto che anche le procedure devono cambiare. Se continuassimo ad orientare tutte le risorse esclusivamente alla prevenzione dei rischi non più attuali, saremmo responsabili non solo di uno spreco di risorse pubbliche e di un danno erariale, ma anche di aver privato i lavoratori dei benefici che derivano da interventi efficaci. Un esempio è il lavoro al terminale video. Negli anni novanta i lavoratori addetti al “data entry”, che trascorrevano l’intera giornata davanti a schermi a fosfori verdi, in ambienti non adatti e con illuminazione incongrua, avevano un evidente bisogno non solo (e non tanto) di attente visite mediche, ma di urgenti ed efficaci interventi ergonomici. In questi anni l’evoluzione tecnologica ha completamente trasformato i posti di lavoro, tanto che c’è da chiedersi se abbia ancora senso un impegno sanitario cristallizzato da una norma di più di venti anni fa. Gli operatori di polizia, ad esempio, sono sottoposti oggi a sorveglianza sanitaria soprattutto per quel che riguarda il “lavoro a terminale video”, ma questo adempimento, se limitato al solo rischio professionale, è un atto meramente rituale e insignificante. Più in generale il livello di tutti i rischi professionali, chimici, fisici o biologici si è ridotto di uno o più ordini di grandezza sia negli ambienti industriali che nei servizi. Al tempo stesso è aumentata la consapevolezza delle questioni organizzative e dei rischi psicosociali che determinano oggi la maggior parte dei problemi di salute e sicurezza per i lavoratori in tutto il mondo, ma che, per ragioni storiche, non danno luogo in Italia a sorveglianza sanitaria obbligatoria. Inoltre il medico del lavoro, proprio in quanto medico, non può e non deve ignorare le condizioni di salute dei lavoratori e, se queste sono correlate a rischi non professionali, ha il dovere di promuovere i più corretti stili di vita.

Promozione della salute  esigenza sempre più pressante

La promozione della salute fa parte integrante della sorveglianza sanitaria anche secondo il citato D.Lgs 81/08. L’impostazione “salutogenica”, cioè il potenziamento dell’atteggiamento positivo, dell’impegno e delle motivazioni favorevoli, costituisce misura efficace per migliorare il benessere dei lavoratori, la loro capacità produttiva e la soddisfazione professionale.
Tutto questo, se calato nell’ambito della professione del poliziotto, pone interrogativi nuovi a cui dobbiamo saper rispondere come il dovere di poter intervenire nel modo giusto nei confronti di chi svolge un’attività di aiuto “stressante per definizione”. Negli ultimi anni l’esigenza di migliorare la salute dei lavoratori della Polizia di Stato è diventata sempre più pressante per molte ragioni. Spesso la salute dei singoli si è aggravata nel tempo causando seri danni agli operatori, vuoi perché non si è intervenuti – ex ante – impedendo l’accumulo nei soggetti colpiti da eventi post-traumatici, accadimenti mai seriamente trattati, in particolare sul versante psichico, sia preventivamente che successivamente, trascurando, in tal modo, gli effetti derivanti da attività che hanno comportato, nel tempo, sempre più crescenti livelli di “distress” tra il personale, ciò anche a causa di una prevenzione totalmente assente. Inoltre, l’evoluzione della società ha posto ai poliziotti richieste nuove, come l’assistenza all’immigrazione di massa o alle popolazioni colpite dalle sempre più frequenti calamità naturali e all’aumentato impegno per affrontare il dilagare del terrorismo globale. Anche l’invecchiamento della popolazione ha fatto sì che, in Polizia, l’età media dei lavoratori in divisa sia significativamente aumentata. Le responsabilità crescenti, le esigenze aumentate, le condizioni di lavoro non sempre ottimali determinano fatica, tensione, disagio, stress e, non di rado, malattie o traumi. Su questo punto siamo tutti d’accordo: bisogna intervenire.

Il ruolo dei medici della Polizia di Stato. Informazione e formazione

Ma come possiamo intervenire? La soluzione è certamente l’applicazione corretta di una disciplina che proprio gli italiani hanno inventato più di tre secoli fa: la medicina del lavoro. Si tratta, oggi come un tempo, di visitare i lavoratori, valutarne le esigenze di salute e applicare i rimedi. Per questo occorre proseguire sulla strada dell’informazione/formazione continua dei medici della Polizia di Stato per una efficace promozione della salute e della sorveglianza sanitaria. L’introduzione di una “sorveglianza sanitaria generale” ha pertanto lo scopo di identificare i rischi per la salute ed eliminarli o ridurli sul nascere (prevenzione), nonché quello di identificare i comportamenti corretti e favorirli (promozione della salute). Il lavoratore della Polizia di Stato deve essere aiutato ad identificare quali sono, nell’attività che svolge, gli aspetti più rischiosi per la sua salute e sicurezza. Dovrà conoscere, applicare e verificare le opportune misure di prevenzione. Al tempo stesso egli dovrà essere istruito a riconoscere i fattori di rischio che derivano dalla vita di tutti i giorni e ad applicare le buone pratiche per migliorare il proprio stato di salute. Il riposo, l’alimentazione, l’esercizio fisico, i turni di lavoro, il sonno sono solo alcune delle aree sulle quali si può e si deve intervenire per migliorare la salute.
Temi strategici per il benessere dei poliziotti che vanno però affrontati nel modo giusto, consapevoli di avere a che fare con persone che mai, prima d’ora, hanno ricevuto aiuto reale in termini di prevenzione e che, purtroppo, hanno sempre dovuto far fronte – da sole – agli effetti che i “disagi lavorativi” comportavano e comportano. È anche per tale motivo che questioni importanti come questa vengono spesso viste con una certa diffidenza all’interno della categoria, in particolare nel momento in cui, a fronte dell’insorgere di un vero problema di salute, si pensa che le soluzioni vere al problema non esistano e che, in molti casi, possa essere messo in pericolo, addirittura, anche il proprio posto di lavoro.

“Idonei paracadute” per chi, non per colpa loro, è oggi a rischio

La tutela della salute è, soprattutto per noi del Silp Cgil, il passo fondamentale per la tutela del posto di lavoro. Qui dobbiamo essere molto chiari: se le linee guida e i decreti scaturiti hanno lo scopo di fare in modo che nessun poliziotto arrivi più in condizioni di salute talmente gravi da mettere a rischio non solo la possibilità di lavorare, ma la vita stessa, come già successo sul campo, noi siamo favorevoli, ma occorre pensare e muoversi con cautela e con un approccio il più possibile costruttivo, anche in forma sperimentale, prevedendo, per analogia, i necessari o ulteriori “idonei paracadute” per quei soggetti che, per colpe non loro, sono oggi a rischio.
Ciò anche in ragione del fatto che il “fattore lavoro” è una delle concause che conduce alle patologie “sentinella” della sorveglianza sanitaria. Pertanto, se è vero che la cattiva gestione della nostra salute è il primo nemico da riconoscere, è altrettanto vero che l’amministrazione della pubblica sicurezza deve farsi carico anche delle responsabilità mai assunte nel passato, tutelando, in futuro, per i motivi che ho accennato, i propri lavoratori. L’obiettivo finale è certamente, anche per noi, quello di offrire ad ogni poliziotto un lavoro nel quale i rischi professionali siano sotto controllo e che egli potrà svolgere in uno stato di piena forma. Lo stesso potrà pero’ comprenderlo solamente se avrà al suo fianco una amministrazione che non tenterà di utilizzare, in nessun caso, strumenti come quello oggi in sperimentazione per scopi diversi dalle finalità finora elencate. Magari per dichiarare non idoneo ai servizi di polizia qualcuno che non sta troppo simpatico al dirigente di turno. E’ solo un esempio estremo, ma serve per far comprendere. E per lanciare un chiaro messaggio: la vigilanza sanitaria dev’essere una opportunità per vivere e lavorare meglio, non un rischio per fare un passo indietro professionalmente. Su questo il sindacato è destinato ad avere un compito di controllo e vigilanza fondamentale.

Daniele Tissone, segretario generale Silp Cgil

 

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