Sinistra Pd. La scissione si può evitare. Dipende dal segretario. I renziadi rispondono a ditate negli occhi. Rossi, Speranza, Emiliano, una grande manifestazione di militanti. D’Alema non parteciperà all’Assemblea nazionale

Sinistra Pd. La scissione si può evitare. Dipende dal segretario. I renziadi rispondono a ditate negli occhi. Rossi, Speranza, Emiliano, una grande manifestazione di militanti. D’Alema non parteciperà all’Assemblea nazionale

Se i direttori di Repubblica e la Stampa, giornali gemelli, Michele Serra, Claudio Tito, caporedattore del giornale di  De Benedetti, editorialisti, commentatori politici delle grandi testate si fossero degnati di mettere un occhio, magari di passaggio, all’assemblea che si è svolta a Roma, convocata da tre esponenti della sinistra Pd, tre candidati alla segreteria, Rossi, Speranza ed Emiliano, forse non scriverebbero più  tante corbellerie. Cesserebbero  di accusare chi ha il “difetto” di non condividere la politica e la gestione del Pd da parte di Renzi Matteo, di essere protagonisti di una “lotta di potere”, di ricercare “vendette personali”, di minacciare di lasciare il partito per una questione di date del congresso. “E’ dovere della minoranza – scrive con tono ultimativo Mario Calabresi – non arroccarsi dietro le rigidità delle richieste. Soprattutto non può permettersi di lasciarsi accecare  dalla voglia di una resa dei conti finale né chiedere a Renzi di rinunciare alla candidatura a segretario”. Ricorrendo a vecchi  slogan poi intima: “Il popolo della sinistra a cui dovete le vostre fortune, vi guarda, vi osserva forse per l’ultima volta”. E altre amenità. Ma che ne sanno costoro del popolo di sinistra? Al teatro Vittoria, a Testaccio, quartiere storico, ce n’erano più di cinquecento, sette, ottocento, all’esterno, che ascoltavano il “tridente”: Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, il promotore di una sua iniziativa per lanciare  l’associazione “Democraticisocialisti”, cui si erano uniti, alla vigilia della Assemblea nazionale di domani domenica che deciderà la convocazione del Congresso, Roberto Speranza candidato dell’area che fa capo a Bersani e Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia. Oggi in tre ma, nel caso in cui la scissione venisse evitata, diventerebbero “uno”, un solo candidato. Con loro Massimo D’Alema e l’ associazione “ConSenso”. Annuncia in una intervista a latere dei lavori  che non parteciperà all’Assemblea, un chiaro segnale, un dissenso netto nei confronti della politica renziana. “Si va verso la scissione?”, gli chiedono i giornalisti. E lui risponde: “Non è colpa mia. Se Renzi vuole tirare dritto le per le sue strade è chiaro che non possiamo accettare questa prepotenza. La questione è nelle sue mani”.

“Popolo di sinistra” che esiste ancora, partecipa, vuol contare. Una “lezione” per gli scribacchini

“Popolo di sinistra”, appunto, “vero, che esiste ancora, non condivide la politica renziana, vuole una svolta, o si dà vita a un nuovo inizio, una nuova sinistra”. Altro che “vendette”, “faide”, “rivalità” mai sopite e chi più ne ha più ne metta, pane quotidiano di scribacchini. “Popolo di sinistra” che partecipa, si esprime con gli applausi quando nei loro interventi Rossi, Speranza, Emiliano, espongono un “programma di governo”, criticano duramente le politiche del governo Renzi, parlano di lavoro, un’azione straordinaria per inserire i giovani nel mondo del lavoro, la scuola, la sanità, l’eguaglianza, la lotta alla povertà, un fisco equo e giusto, progressivo, il rapporto con i sindacati, le forze sociali, l’Europa che non si cambia solo a parole, la destra, “il nostro nemico da combattere”. “Siamo convinti -ripetono più volte i tre candidati alla segreteria – che occorra una svolta politica. Abbiamo bisogno di un partito partigiano che stia in modo netto dalla parte dei lavoratori e del lavoro. Non possiamo che essere favorevoli alle richieste di rivedere i voucher”.

Un grande applauso accoglie “Bandiera rossa”.  No nostalgia, ma attualità di tante battaglie

Siamo certi che i soloni dell’informazione sarebbero inorriditi, avrebbero strabuzzato gli occhi, ad ascoltare “Bandiera rosssa” che ha dato il via, accolta da un grandissimo applauso, ai lavori che sono terminati verso le ore 14. Non la nostalgia, ma la consapevolezza di venire da lontano, con tante battaglie per il progresso dei lavoratori, degli sfruttati di ogni epoca. Tra i supporti video uno spezzone di “Guerre Stellari” in cui Yoda spiega a Luke Skywalker: “Devi sentire la forza intorno a te”. La platea del “Vittoria” e la folla all’esterno del teatro ha fatto sentire “la forza intorno a te” a chi si sta battendo non per distruggere il Pd ma per rifondarlo, una impresa molto difficile. Gli applausi a Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, seduti in prima fila, hanno questo significato, così come la presenza all’assemblea, condotta da Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità e deputato, presenti numerosi parlamentari: Nico Stumpo, Federico Fornaro, Davide Zoggia, Maurizio Migliavacca, Francesco Boccia, Guglielmo Epifani, La Forgia.

Nell’intervento, Roberto Speranza ha fatto cenno alla telefonata  che gli è arrivata dall’ex premier. Dalla platea una voce: “Dicci quello che ti ha detto”.  La risposta non è proprio ottimista: “Per avere la verità in questo Pd, a volte bisogna sperare in un fuori onda”. Il riferimento è alle critiche rivolte dal ministro Delrio al segretario del Pd che non aveva fatto neppure una telefonata. L’esito del colloquio non è di quelli che si possono definire positivi. “Gli ho fatto una domanda – dice – ma la vediamo solo noi questa scissione, che c’è già stata in una parte larga del nostro mondo? o il congresso è l’ultima opportunità per tenere assieme i nostri mondi, o non ce la faremo. Se le cose dovessero andare non come vogliamo sarà normale un nuovo inizio. Ma non sarà una casa chiusa, stretta e piccola in cui ci  si sente meglio perché ci sono i nostri colori e le nostre bandiere. Ci sarà bisogno di offrire al paese un nuovo centrosinistra”.

L’ira funesta del vicesegretario Guerini e dei renziadi. Nessuna apertura alla sinistra del partito

Non migliore sorte tocca a Emiliano, anch’egli “telefonato” da Renzi. Annuncia che il segretario del Pd si sarebbe convinto che il governo Gentiloni deve durare fino al 2018 quindi a fine legislatura. Poi rilancia: “Noi stiamo cercando di convincere” Renzi “che una conferenza programmatica può avvicinare le posizioni”. “Se Renzi si convincesse che è meglio che non lo fa più il segretario, perché può anche essere che prenda una decisione del genere”…. Incauto e ingenuo l’Emiliano, scatena le ire funeste della pattuglia dei renziadi, in prima fila il vice segretario Guerini. Smentisce tutto e infila le dita negli occhi degli esponenti della sinistra, come qualche giorno fa aveva detto Bersani. “Questa mattina – afferma Guerini – toni e parole che nulla hanno a che vedere con una comunità che si confronta e discute. Gli ultimatum sono irricevibili.” Poi bacchetta Emiliano: “La scadenza della legislatura non è nelle disponibilità né di Renzi né di Emiliano. Chi ha idee non abbia paura a confrontarsi nel Congresso”. Subito Bersani: “Gentiloni fino al 2018? Lo deve dire Renzi, non Emiliano. Il problema non è di tempi ma di linea”. Cosa deve fare il governo. La risposta arriva da Orfini Matteo, il presidente del partito. Un no su tutta la linea. Altra ditata negli occhi. Subito il congresso, prima delle amministrative, accompagnato da una “profonda discussione programmatica” prima della presentazione delle candidature. Una burla? Peggio. Ancora un dito nell’occhio. All’offesa risponde Emiliano con un ultimo appello: “Non costringete, con ragionamenti capziosi, questa comunità a uscire dal partito Democratico. Se qualcuno pensa che pur di rimanere siamo disposti a rinunciare ai nostri valori si sbaglia. Speriamo davvero di non dover dire o fare cose drammatiche nelle prossime ore. Ma se dovrà essere necessario non solo non avremo paura ma non entreremo in contraddizione con quello che siamo oggi”.  Già, oggi. Un altro giorno, forse decisivo non solo per il futuro del Pd ma del nostro paese.

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