Renzi “illuminato” dai miliardari californiani. Scalfari e Veltroni un minuetto per attaccare la sinistra del Pd. Rileggendo il discorso del Lingotto (2007) sembra di essere oggi. Matteo la brutta copia di Walter. L’errore, la nascita del Pd

Renzi “illuminato” dai miliardari californiani. Scalfari e Veltroni un minuetto per attaccare la sinistra del Pd. Rileggendo il discorso del Lingotto (2007) sembra di essere oggi. Matteo la brutta copia di Walter. L’errore, la nascita del Pd

Renzi è tornato dalla California ed è subito ricomparso in televisione, quella pubblica, si fa per dire, con interviste sui giornaloni, articoli che descrivono il suo viaggio-studio nella Silicon Valley, quante cose ha imparato. Sembra uno di quei giovani dell’Erasmus. Ha incontrato personalità del mondo della cultura, professori di gran fama che operano nei grandi centri dei miliardari californiani, ci tiene a dirlo per  smentire le voci maligne che hanno parlato di un “viaggio di affari”. La presenza di  Carrai, suo partner di fiducia in diverse imprese, quella della scalata al Pd, per dirne una insieme a quella di Da Empoli, consigliere personale in materia di cultura, hanno dato il segno a questa visita. “Sono andato per studiare quello che sta accadendo a fronte della rivoluzione tecnologica”, dice. “Ora che sono libero da impegni di governo, voglio vedere di persona quello che sta accadendo, discutere con personalità che hanno grande conoscenza ed esperienza”. Non a caso ha incontrato professori dell’Università di  Stanford come della Berkeley, considerate la “bibbia” del mercato del lavoro nell’era delle nuove tecnologie. Per non parlare di Fukuyama. “Giro il mondo per ossigenarmi il cervello”, ha detto. Figuratevi se noi possiamo criticarlo. Un candidato premier fornito di una solida cultura in materia di lavoro è come una assicurazione sulla vita. La realtà è che lui i veri “insegnamenti” li ha avuti non nei quaranta incontri, una bella fatica ma in quelli con manager, imprenditori, nello stato Usa più ricco di tutti, sede di  Apple, Google, Facebook, punta di diamante del capitalismo americano. Ma anche il più disastrato  dal punto di vista socio-economico, ambientale, dei servizi.

La desolazione  del più ricco degli Stati Uniti. L’autocritica dei democratici

Racconta Federico Rampini, corrispondente di Repubblica, di uno Stato in cui “se si blocca la Highway 17 che collega la costa dove abitano tanti lavoratori della Silicon Valley e si blocca molto spesso,  decine di migliaia di automobilisti vi rimangono intrappolati, partiti la mattina se ne tornano sconfitti il pomeriggio, senza mai essere arrivati a destinazione”. Ancora, la Tav San Francisco-LosAngeles attende da venti anni di essere costruita. Le infrastrutture cadono a pezzi, i servizi pubblici inesistenti, l’assetto idrogeologico è in abbandono”. Conclude Rampini: “E la California è lo  Stato più progressista, un feudo dei democratici da tanto tempo. Non raccontiamo che il problema americano si chiama Donald Trump. È tutto cominciato molto prima di lui, le responsabilità sono più condivise  di quanto tendiamo a credere”. Non è un caso che i Democratici proprio sul “miracolo” California abbiano aperto un processo di revisione critica su questo modello di sviluppo che non ha portato benessere. Forse Renzi non aveva cognizione ma i suoi consiglieri potevano dirgli che qualcosa non andava, certo in California ci sono le aziende ad alta tecnologia, studiano le auto senza conducente ed altri “miracoli”.

Bastava  leggere i testi di Luciano Gallino per farsi una cultura sull’innovazione tecnologica

Lui, il giovanotto di Rignano, se voleva farsi una cultura sui problemi del lavoro nell’era di Industria 4.0 come si definisce in Europa  la fase economica, poteva leggere libri, ricerche, studi  di Luciano Gallino, da poco più di un anno  scomparso. Una sessantina di pubblicazioni di alto valore scientifico e umano. Era considerato uno dei maggiori esperti italiani del rapporto tra nuove tecnologie e formazione, nonché delle trasformazioni del mercato del lavoro. I suoi principali campi di ricerca sono stati la teoria dell’azione e teoria dell’attore sociale, le implicazioni sociali e culturali della scienza e della tecnologia, gli aspetti socio-culturali delle nuove tecnologie di telecomunicazione. Ma no, ci sbagliamo, Renzi aveva bisogno dei consigli di chi opera per accrescere i profitti di miliardi, sfruttando il lavoro, di grandi manager nei confronti dei quali anche il suo amico Marchionne appare come un comprimario. Certo, come dice, è andato per studiare. Il “materiale” che ha raccolto gli servirà senza dubbio per mettere a punto il programma per il suo ritorno a segretario del Pd e, spera lui, a premier. Appuntamento al Lingotto, a marzo, là dove partì Walter Veltroni quando fondò il Pd, nel giugno del 2007, dissolto nei suoi obiettivi, dieci anni dopo.

Fratoianni: “Continuiamo a chiedere al governo che fissi la data del referendum Cgil”

Dice Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana elencando le “scoperte” dell’ex premier fra cui il “lavoro di cittadinanza”, un’idea davvero geniale e innovativa, peccato che la usi contro la sacrosanta proposta di un reddito per chi non ce la fa. Si, Renzi è  proprio geniale. Che il lavoro è condizione di una cittadinanza degna è scritto nel primo articolo della Costituzione, quella che lui voleva demolire, e perché – sempre lui – ha fatto approvare il Jobs Act – di cui continua a cantare le lodi contro ogni ragionevole evidenza – che aveva come principale obiettivo quello di rendere più facile il licenziamento di chi un lavoro lo ha già. Roba da matti. Intanto noi – conclude Fratoianni – continuiamo a chiedere al Governo di fissare la data dei referendum sul lavoro della Cgil”.

Il programma “segreto” che l’ex premier lancerà al Lingotto. Solo promesse

Proprio al Lingotto, Renzi Matteo lancerà il suo programma, costruito in gran segreto con l’assistenza di Nannicini, ora suo consigliere personale, responsabile del programma del Pd, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Renzi regnante, autore, di fatto, del fallimentare Job act e dell’Ape, la flessibilità dell’età pensionabile che i lavoratori si devono pagare e che si annuncia come un nuovo fallimento. Il Messaggero lo intervista e rivela  le linee generali del progetto renziano. Un “retroscena” sul Corriere della sera  parla di meno tasse per tutti. Poi interventi per rafforzare tanti settori, dagli asili nido alla Difesa, il lavoro di cittadinanza che non si capisce come, quando. E per finanziare questo programma del paese di Bengodi. Basta intanto con gli interventi a pioggia. Sarà la lotta all’evasione fiscale a finanziare il programma. Poi l’ormai abusato attacco alla Commissione europea che non deve mettere i bastoni fra le ruote.

Due paginate di Repubblica per ricostruire la storia del Pd. Con qualche errore. Voluto

Non è un caso che chi porta il marchio originale del Lingotto, Walter Veltroni, sia stato intervistato da Eugenio Scalfari, due paginate, un vero e proprio soffietto a favore del Renzi. Già il titolo, ovviamente prima pagina, al posto dell’editoriale domenicale del fondatore di La  Repubblica, dice tutto: “Veltroni: la  sinistra che si spacca consegna il Paese alla destra populista”. Chiaro il messaggio. Siccome è la sinistra del Pd che se ne va ha la responsabilità della spaccatura. Scalfari con Walter rievoca le posizioni politiche ricoperte dall’autore del Lingotto, la nascita del Pds, gli incarichi che ha ricoperto. In particolare “quella di essere stato uno dei fondatori con Occhetto di quello che decideste di chiamare Partito democratico della sinistra – dice Scalfari – dando l’addio al partito comunista”. Poi ricorda che fu incaricato “all’unanimità dai vari tronconi della sinistra di procedere alla fondazione di un vero e proprio partito che tu chiamasti riformatore e che fu uno dei pochi momenti di vero vertice democratico, culminato con il tuo discorso programmatico al Lingotto di Torino”. Sarebbe interessante conoscere cosa intende Scalfari per “tronconi della sinistra” e quale organismo all’unanimità prese la decisione. Tutta la ricostruzione scalfariana mira ad addebitare alla sinistra del Pd le responsabilità della divisione che “apre la porta al populismo a rischio democrazia e Ue”. A Veltroni non viene neppure il dubbio che la responsabilità della attuale situazione sia della maggioranza del Pd, del segretario uscente, dell’ex premier. Lo stesso Veltroni delinea una situazione del Paese molto pericolosa, parla di un Occidente dove “c’è disagio, disuguaglianza, precarietà”. Delinea un quadro preoccupante  per l’Italia e, dice “noi dovremmo intervenire, invece di spaccarci non si sa su cosa”.

Neppure una domanda sulla politiche portate avanti dal governo renziano

Scalfari si guarda bene dal chiedergli un giudizio, una valutazione, sulle politiche portate avanti dal governo, i dati economici parlano chiaro, il lavoro è un optional, il quadro complessivo è negativo, la crescita non c’è, il debito si gonfia. Siamo a rischio di procedura di infrazione da parte della Commissione Ue. Niente, Scalfari prosegue nel minuetto, Veltroni sta al gioco, parla della crisi della sinistra in Europa, richiama la rivoluzione industriale inglese. Poi una, anzi due “perle”. La prima riguarda la legge elettorale. Afferma che il giorno dopo le elezioni “deve essere assicurato che il vincitore governi questo paese”. Una fissa di Renzi Matteo. Non è scritto da nessuna parte. Ad eleggere il presidente del Consiglio è il Parlamento. Non siamo una Repubblica presidenziale. I premi di maggioranza possono falsare il voto popolare.

Una gaffe clamorosa. “Il mio modello è Vittorio Foa”. Un grande dirigente con tante “scissioni”

La seconda riguarda il “mio modello, senza per questo paragonarmi a lui”. E indica Vittorio Foa. Un grande dirigente della sinistra, del movimento operaio, combattente antifascista, uno dei padri della repubblica. Nasce socialista. Nel 1964 per effetto di una scissione a sinistra del Psi nasce il Partito socialista italiano di Unità proletaria (Psiup), di cui Foa diventa dirigente nazionale. Nel 1972 contribuisce alla creazione del Pdup (Partito di unità proletaria) che  poi si unifica con Il Manifesto e nasce il Partito di Unità proletaria per il comunismo di cui Foa fa parte, poi si trasforma in Democrazia Proletaria (1975) e Foa viene eletto nelle circoscrizioni di Torino e Napoli ma rinuncia a favore di Silverio Corvisieri (Avanguardia operaia) e Mimmo Pinto (Lotta Continua). Nessun commento. Con Veltroni siamo amici da vecchia data. Una caduta di stile gli si può perdonare.

La sinistra imprigionata in schemi vecchi. La ripresa economica non è di destra né di sinistra

Però ci viene una curiosità. Andiamo a rileggere il discorso del Lingotto, giugno 2007, dove a  marzo  approderà Renzi. Quelle in cui lancia il Partito a vocazione maggioritaria. Si scopre che l’ex premier usa ora un linguaggio simile a quello di Veltroni, quasi una fotocopia. “L’Europa guarda a destra – diceva  Walter – perché la sinistra è apparsa imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l’hanno fatta apparire vecchia e conservatrice  e chiusa ad una società in movimento”. Parla di “logica dei blocchi sociali e delle pure tutele delle conquiste la cui difesa immediata finiva di privare di diritti altri pezzi di società”. Sembra Renzi quando annunciava la rottamazione e, ancora oggi, quando parla di sinistra intende conservazione. Lui è il nuovo. Leggiamo ancora: “Superiamo allora – affermava Veltroni al Lingotto – gli odi, i rancori e le divisioni che impediscono di guardare con lucidità alla situazione economica. La ripresa economica non è né di destra né di sinistra: è un bene per tutto il Paese, e tutti abbiamo il dovere di fare ciò che è necessario per prolungarla, rafforzarla, estenderla ai settori e ai territori che ancora non l’hanno agganciata. Un duraturo e moderno sviluppo economico non si ottiene se ciascun soggetto, ciascuna impresa, ciascuna categoria, si rinchiude in sé stessa come una monade isolata dal contesto esterno. Non si fa sviluppo con l’egoismo”.

Potremmo continuare. Proprio dal Lingotto parte la lunga, lenta agonia della sinistra. Non solo l’Ulivo, il percorso politico di cui Prodi e Veltroni tessono le lodi è stato un periodo travagliato, difficile. L’inizio della crisi di un partito che ne aveva messi insieme due, profondamente diversi. Potevano stare insieme in una alleanza di governo, un governo di centro sinistra. Ma una forza politica deve avere una sua originalità, un pensiero, una cultura, un progetto. Che sono altre cose di un programma di governo. Dall’intervista di Veltroni emerge una realtà: che la presenza di una forza organizzata di sinistra è una necessità non solo per l’Italia, ma per l’Europa. C’è un vento, forse ancora un venticello, che spira sul vecchio continente. Dicono i marinai che bisogna virare per prendere il vento nel verso giusto. Che fa muovere la barca.

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