Radicali: il momento della chiarezza, qui è la rosa, qui è la danza

Radicali: il momento della chiarezza, qui è la rosa, qui è la danza

Caro Direttore, mi chiedi che cosa accade nel mondo Radicale… Da dove partire…

Proviamo dal termine: Radicale. La Treccani impiega una trentina di righe per spiegare cosa si debba intendere con questo termine; che può essere sia aggettivo che sostantivo. Si scomoda addirittura il Dante del “Convivio”: “…lo fondamento radicale della imperiale maiestade…”. Un diluvio di “operazione radicale”, “radicale cambiamento”; infine, Radicale in politica: così si sono denominati svariati partiti nell’ultimo Settecento, Ottocento e moderni, “come l’attuale Partito Radicale di matrice laica e pacifista, che ha assunto negli ultimi decenni posizioni più intransigenti, distinguendosi per la battaglia in difesa dei diritti civili e delle libertà individuali, per il ricorso alla prassi della non violenza e a forme spettacolari di azione politica”. Ci siamo: è il “Radicale” che da aggettivo diventa sostantivo. La Treccani omette di riferire che cuore, cervello, “anima” di quel sostantivo ha un nome e cognome, Marco Pannella; ma tutti sappiamo che a partire dal 1960, Radicale come sostantivo nulla sarebbe stato, senza Pannella; al contrario, Pannella sarebbe ugualmente stato il Pannella che conosciamo (che crediamo di conoscere), anche senza il Radicale, partito e sostantivo.

In anni lontani, Pannella e letteralmente quattro gatti di radicali (sostantivo), ostinati e caparbi, decidono di chiamarsi Partito Radicale; hai voglia di dir loro che duecento “matti” sparsi per l’Italia non sono un Partit. Pannella, da mulo abruzzese, non se n’è mai date per inteso: “Partito”, e da lì non si smuoveva; magari cambiano i simboli: la donna con il berretto frigio; poi la rosa nel pugno; alla fine l’effige di Gandhi fatta da mille scritte “Partito Radicale” in tutte le lingue del mondo… Ma sempre Partito. Anomalo, bizzarro; ma Partito; e Radicale: sostantivo, beninteso. Con “regole” elaborate sessant’anni fa, immutate. Dici che la prendo alla lontana, per cercare di spiegare quello che succede e di cui riferiscono i giornali: “pannelliani” che sfrattano “boniniani”; ultras “pannellati” che muovono guerra agli eterodossi? Pazienza, ci arrivo; lo sai che i radicali sono logorroici…

Da sempre il Partito Radicale è una strana bestia. L’iscrizione, per esempio: automatica; paghi la quota, sei iscritto. Puoi obiettarmi: così si iscrivono tutti, premi Nobel, ergastolani, assassini, mafiosi. Sì. E’ proprio quello che è accaduto, e accade. Il premio Nobel si trova a condividere la tessera con l’ergastolano… Non finisce qui: gli iscritti non è possibile espellerli. Non esiste la possibilità tecnica, quand’anche ci fosse la volontà politica. Non ci sono probiviri, nessuno può stabilire se sia degni o indegni. Si può essere iscritti con doppie tessere: come lo furono Loris Fortuna, Salvatore Frasca, Fausto Gullo, Vittorio Vidali, e tanti altri che a farne l’elenco finirei fra un mese… I congressi, poi: tutti possono partecipare; tutti possono intervenire; tutti possono presentare documenti; tutti possono concorrere alle cariche; tutti possono votare. Guarda che tutti vuol dire proprio tutti. Basta essere iscritti. E’ l’unica “regola”. Votata la mozione, se passa con maggioranza qualificata, è vincolante: per gli organi eletti, non per l’iscritto. Piacciano o no, con queste “regole” i Radicali (Partito e sostantivo) sono andati avanti fino a oggi.

Poi, purtroppo, la vita non è eterna. Quasi un anno fa Pannella se n’è andato. Ora “riposa” nel cimitero della sua amata Teramo. Ce ne saranno stati altri, ma io conosco un solo politico, lui, che dilapida il patrimonio suo e quello ereditato dalla famiglia per dare corpo alle sue idealità e ai suoi “sogni” politici. Un politico che non lascia beni materiali, “roba”; la cui “ricchezza” consiste in un patrimonio di idee e di esempio, di “metodo” (valga per tutti quell’incessante: “la durata è la forma delle cose”, mutuato da Henri-Luis Bergson). Pannella non se ne va d’improvviso, fulminato da infarto. La sua è stata una lunga, dura lotta contro due tumori; più quelli lo azzannano, più lui li combatte raddoppiando impegno politico: riunioni su riunioni, un continuo “fare” e “costruire” nelle stanze e nel salone di via di Torre Argentina 76. Un’agorà permanente, a tutti aperta, ognuno libero di intervenire, proporre, suggerire, o anche solo ascoltare. Ne avrò viste centinaia di quelle riunioni; immancabilmente, ogni volta, l’agorà comincia con lui che si guarda intorno e dice: “Emma, l’avete avvertita? Sapete dov’è, cosa fa?”. La risposta: “Le abbiamo lasciato un messaggio; comunque lo sa…”. Quelle riunioni sono tutte registrate e immesse nel sito di “Radio Radicale”, accessibili a chiunque ha voglia e tempo per sentirle.

Poi i tumori hanno il sopravvento, la lotta diventa disperata, difficile muoversi, parlare, anche; lo sanno tutti, lui per primo; la sede radicale diventa la sua abitazione, quella scomoda mansarda a via della Panetteria, dove vive da sempre. Ogni giorno, per cento giorni, una processione laica, per salutare, parlare, vedere il vecchio leone. Vengono da ovunque, per l’ultima carezza, l’ultimo abbraccio, chi non può invia sms, messaggi, lettere… Va Matteo Renzi, che con Pannella non ha mai legato; va Massimo D’Alema, va Silvio Berlusconi, va monsignor Paglia; vanno vecchi compagni di scuola, donne che da ragazze hanno avuto “affari” con lui: il ministro della Giustizia Andrea Orlando, “istigato” dall’infaticabile Rita Bernardini si porta dietro una delegazione di detenuti: “Marco”, gli dicono, “finora sei sempre venuto tu a trovarci, questa volta siamo venuti noi…”. E’ commovente vederlo con gli occhi umidi, emozionato e felice, quasi dimentico del dolore che lo opprime; e ancora: “Dov’è?”. Ovunque, potrebbe essere la risposta. Ma non alla Panetteria. Perché? Può mai esserci un “perché” in questo negare l’ultima carezza a chi, certo, ti ha chiesto tanto, ma tutto ti ha dato? E che vale piangerlo poi, se al momento giusto quella carezza, quell’abbraccio non ci sono stati? Fermiamoci qui, anche se episodi come questo sono importanti, se si vuole cercare di capire. Non tutto il “privato” deve essere “pubblico”; però è ben vero che tanto del “personale” è “politico”; e il “politico” spesso diventa “personale”: la politica si fa anche con “sentimento” (e perché no? Risentimento); se no diventa “affare”.

Agli inizi del settembre scorso, come prescrive lo statuto, una maggioranza qualificata di iscritti al Partito Radicale convoca il congresso: nel carcere romano di Rebibbia; evento storico: ricordi di un congresso di Partito in un carcere, in Italia o nel mondo? Beh, il 40° Congresso straordinario del Partito Radicale si svolge tra detenuti e agenti di custodia, e non saprei davvero dire chi abbia, alla fine, imparato qualcosa dell’uomo e della sua natura, se “loro” che la sera rientravano in cella, o noi, che uscivamo da quel luogo che ti gelava il cuore. Un Congresso straordinario per il luogo, il significato sotteso; e per la partecipazione: un numero elevatissimo di militanti. L’ultimo giorno, si presentano e discutono due mozioni: prevale quella che si pone, come obiettivi politici, il proseguire le lotte di Pannella: affermazione dello Stato di Diritto; conquista del diritto umano e civile alla conoscenza; riforma della Giustizia e dell’ordinamento penitenziario, a partire da un primo provvedimento, necessario e urgente di amnistia e indulto;  superamento dell’ergastolo; gli Stati Uniti d’Europa, secondo la “visione”  tratteggiata dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Fissati questi obiettivi, eccone un altro, parallelo, non meno impegnativo: la tassativa la chiusura del Partito Radicale se entro il 31 dicembre 2017 non si raccolgono almeno tremila iscritti; da confermare per il 2018.

Questa la mozione che impegna una presidenza del Partito creata ad hoc, e coloro che in questa mozione si riconoscono. Questa è la “regola” che il Partito Radicale si è dato per il 2017. Quel Partito che negli ultimi quindici anni, a spese sue e della Lista Pannella, ha consentito la creazione (letteralmente nutrendole) di varie organizzazioni per specifiche campagne, obiettivi mirati; anche qui, vale una prassi radicale consolidata, quella delle associazioni “di scopo”. Per dire: la LID – Lega per l’Istituzione del Divorzio – vive e opera fino a quando c’è la necessità di conquistare la legge; una volta varata, e vinto il referendum con il quale DC, MSI e Vaticano lo volevano abrogare, la LID si scioglie.

Negli ultimi tempi ecco che alcune di queste associazioni “di scopo” si strutturano in modo proprio; adottano agende politiche ed elettorali diverse dagli obiettivi originari; spesso teorizzano che è sufficiente essere Radicali come aggettivo, e si può tranquillamente fare a meno del sostantivo. Molti dirigenti di queste associazioni non sono neppure iscritti al Partito, gli statuti stridono con lo Statuto del Partito Radicale. Godono anche di buona stampa: Radicale aggettivo non preoccupa, non inquieta i “padroni del vapore”; anzi, li rassicura, li tranquillizza; tornano utili, “servono”. Si candidano a essere “alternativa” al Partito stesso: il Radicale aggettivo vuole sostituire il Radicale sostantivo. Perché l’operazione di sostituzione e cancellazione abbia successo, occorre progressivamente “fare” altro da quello che fa il Partito Radicale; soprattutto occorre “essere” altro; ed è quello che fanno, giorno dopo giorno, l’associazione detta “Radicali italiani” attualmente guidata da Riccardo Magi e Michele Capano; e l’Associazione Luca Coscioni, guidata da Filomena Gallo e Marco Cappato. Nessuna assunzione di responsabilità politica, nessuna assunzione di responsabilità finanziaria: e tuttavia sfrontata rivendicazione della piena legittimità dell’uso di strumenti pratici (indirizzari, telefoni, strutture) pagati dal Partito Radicale; per fare concorrenza al Partito Radicale, e ad esso sostituirsi.

Ora magari obietterai: non si può avere una “visione” diversa, ed anche opposta a quella della maggioranza? Certo. Come ti ho detto, gli obiettivi della mozione impegnano i dirigenti, non i militanti, che possono benissimo fare altro. Ma qui si ritorna al “sostantivo” e all’“aggettivo”, alla “regola”. Chiunque faccia pure “altro” se in “altro” crede, se “altro” interessa; e può benissimo essere un “altro” ottimo, ineccepibile.  Ma senza pretendere di essere Partito Radicale sostantivo, che si è dato una sua “agenda”, e quella vuole condurre in porto. Se poi un’altra “agenda” politica si vuole far adottare, è facile, semplice: ci si iscrive, innanzitutto. Poi, come diritto di ogni iscritto, si operi pure all’interno del Partito, come meglio si crede e si sa; si venga ai congressi, si presentino documenti, si raccolgano adesioni, ci si “conti”; e se ci si riesce, si “governi” pure la zattera radicale al posto di chi adesso la guida. Ma “giochini”  come quelli di volere la botte piena e la moglie brilla, non sono consentiti. Non perché ci siano volontà censorie e coercitive. Semplicemente perché il militante radicale non ci casca. Come ti ho detto, al congresso di Rebibbia una mozione che si richiama a Pannella e ai suoi obiettivi ha raccolto 179 voti; 79 l’altra: quella che i giornali definiscono di ispirazione “boniniana”. Tutti (e tutti vuole dire tutti) potevano venire al congresso di Rebibbia. C’è chi, ancora una volta, ha preferito l’assenza. Nessuna espulsione: la porta è sempre aperta; da quella porta si entra, e si esce, ognuno decide cosa fare in piena libertà, senza obblighi o costrizioni.  Nessuno chiede a nessuno da dove viene. Interessa se vuole fare un tratto di strada “con”. Duri una settimana, un anno, una vita; come vuole.

Faccio parte di chi conosce e frequenta questo Partito da una vita, Radicale sostantivo, non aggettivo. Tante esperienze esaltanti, formative; piccoli e grandi momenti di storia che mi fanno dire, all’inizio del mio crepuscolo, che sono contento di esserci stato; e non sono mancati momenti di amarezza. Anche ora, c’è un filo di malinconia, per comportamenti che non saprei come definire se non desolanti, avvilenti. Te la ricordi, la favola di Fedro, quella dell’atleta sbruffone e del suo interlocutore che ineffabile gli dice che le chiacchiere stanno a zero, “Hic Rhodus hic salta”? E’ la frase da dire, e ricordare, quando si vuole chiarezza, e chiari si vuole essere. Dopo tanta prudente attesa, la presidenza del Congresso del Partito Radicale ha deciso che è giunto il momento non della “rottura”, ma della chiarezza; gli iscritti e tutti i nominativi dell’indirizzario storico del Partito Radicale ha ricevuto una lunga lettera che descrive “fatti”, comportamenti. Secondo un machiavellismo d’accatto “il fine giustifica i mezzi” (ser Nicolò, però non lo ha mai detto). Uno dei “ritornelli” pannelliani era che i mezzi prefigurano i fini. Mezzi opachi squalificano il fine, e rivelano l’essenza di coloro che quei mezzi utilizzano.

Giornali e televisioni parlano, ora, di “espulsioni”, “scomuniche”… Ma no, tutto è più “semplice”: la Presidenza del Congresso Radicale, con quella lettera fuga equivoci con sapienza coltivati. Quella “lettera” segna il crinale tra la vita e la morte del Partito Radicale di Pannella: tremila iscritti, o tutto diventerà soltanto un bel ricordo. Checché dicano e facciano quanti in queste ore sostengono d’essere espulsi, epurati, “cacciati” per quello che dicono e fanno. Più “semplicemente” sono loro che se ne vanno, interessati ad “altro”, rispetto agli obiettivi fissati dalla mozione del congresso di Rebibbia. Il loro essere “altrove” è dato dalla volontà, più volte ribadita, di voler essere Radicali come aggettivo, e non sostantivo. Ricordi il vecchio Hegel? “Hier ist die Rose, hier tanze”, “Qui c’è la rosa, danza qui”. Il momento della danza è arrivato; o meglio: ci si accorge dell’esistenza di questa “danza”. Ma è da tempo che la si balla. Ora “semplicemente” è più visibile. Il tutto lo si potrebbe far risalire, pensa, a un Consiglio Generale del Partito Radicale del 4 gennaio 1989 a Bohini, in Slovenia; quella sera molti, stupefatti, ascoltarono un Pannella sillabare: “…Non chiedetemi una sola cosa, perché non sono in condizione di darla a voi: non chiedetemi di andare avanti senza rottura di continuità. Raddrizzare le gambe storte ai cani non è possibile…”. Le gambe ai cani no, non si raddrizzano. Di più: come dicono gli inglesi, “He bites the hand that feeds him”, si morde la mano che ti ha aiutato. Morso concreto, reale, del chiagni e fotti. Questo, accade, caro di

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