Quando di una inchiesta si sa tutto, e un’altra è silenziata… Dal clamore su Salvatore Romeo al silenzio su Alfredo Romeo

Quando di una inchiesta si sa tutto, e un’altra è silenziata… Dal clamore su Salvatore Romeo al silenzio su Alfredo Romeo

Per stima, per fiducia, accade che siano stipulate polizze sulla vita di decine di migliaia di euro. Almeno così faceva Salvatore Romeo, ex braccio destro di Virginia Raggi, prima cittadina di Roma. A sua insaputa, assicura l’interessata. Non c’è motivo di dubitarne, che sono tante, le cose che accadono, sono accadute, a insaputa di Raggi. Del resto non è la sola, in questi turbolenti anni che invoca l’attenuante del a sua insaputa; e siamo al punto che questa fattispecie meglio sarebbe ufficializzarla, codificarla formalmente.

Per stima e affetto, ma non solo, se è vero quello che dichiara lo stesso Romeo: “Stipulo polizze da almeno vent’anni. Per me è una forma di investimento sicuro, il rischio è basso, il rendimento è buono”. Dunque: stima, fiducia, investimento. Si parla di circa 133mila euro di polizze: 33mila euro quella a nome di Raggi: il resto a persone dell’ambiente. I magistrati che indagano la pensano come Pio XI: “A pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina” (pensiero che solitamente si attribuisce a Giulio Andreotti; lui stesso però ha raccontato di averla ascoltata nel 1939,  dal cardinale Marchetti Selvaggiani, e a quel pontefice l’attribuiva).

Questi magistrati “peccatori” (e chissà se indovini), sono convinti che le polizze siano in realtà una forma di finanziamento mascherato, o in via subordinata un “pegno” dato per garantirsi qualcosa in cambio. Per il momento siamo nel campo della supposizione: gli stessi magistrati specificano che al momento nulla di penalmente rimproverabile è emerso. Però, essendo di dura cervice non si accontentano, e hanno disposto (o disporranno) nuovi accertamenti patrimoniali, da far seguire a quelli già disposti ed eseguiti; come rottweiler: addentato il polpaccio, sembrano intenzionati a non mollare la presa fino a quando non è pienamente spolpato. I giornali, avidi, seguono la scia del sangue, adeguatamente “nutriti” di carte, verbali, brogliacci, sussurri, “si dice”. Mitragliate su mitragliate, su Raggi e la sua giunta; ed è un po’ come sparare sulla croce rossa: le qualità amministrative della signora sono quelle che sono, un peggio delle peggiori aspettative. Perfino il “Quotidiano del Popolo” cinese spara tiro alzo zero.

Chissà se alla fine l’inchiesta porterà a quei risultati che al momento si fanno baluginare; magari, accade spesso, tutto si sgonfierà, sarà ridimensionato; penalmente parlando. Nella fiduciosa attesa del finale verdetto che dissipi dubbi possibili, o consolidi certezze acquisite o le smentisca, intere paginate su quotidiani e giornali; per non dire del mondo del web. Come chiude “L’ultima minaccia” di Richard Brooks, “E’ la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente!”. Indimenticabile battuta che ogni giornalista cita almeno una volta nella vita, per auto-celebrarsi e auto-assolversi. Piace un po’ a tutti indossare i panni della schiena-dritta Ed Hutcheson, anche se poi, effettualmente, si sta prostrati a vita.

Fatto è che a Roma, con leonino coraggio, ci si batte contro il Rodzich di turno. Poi basta fare un centinaio di chilometri, e Rodzich diventa impalpabile, evanescente. Un centinaio di chilometri direzione Napoli, per esempio. Un’inchiesta della procura di quella città, per esempio. Uno dei titolari è un magistrato italianissimo, ma dal nome inglese. Ha legato il suo nome a inchieste clamorose, coinvolti una quantità di imputati eccellenti. Per la maggior parte poi le inchieste al momento del giudizio non hanno retto. Succede (anche se nel caso di questo magistrato, succede spesso). Se però il Consiglio Superiore della Magistratura non trova nulla di che ridire, nulla di che ridire troveremo noi. Qui, almeno.

Come sia l’inchiesta partenopea, al momento, è ben di più di una polizza a mia insaputa. “Il Mattino”, che di Napoli è il quotidiano, fornisce ragguagli e notizie nel fascicolo della cronaca: “Tangenti mascherate da consulenze, faccendieri bravi a districarsi nella pubblica amministrazione al soldo del proprio gruppo imprenditoriale. E’ questo lo scenario che emerge dalle indagini su Alfredo Romeo, all’indomani dell’ultimo blitz messo a segno in alcune sue aziende. Agli atti ora figurano contratti di consulenze, materiale che si aggiunge alla mole di carte (di documenti informatici) relativi a gare d’appalto, finanziamenti, sponsorizzazione a fondazioni, a società sportive e culturali…”.

La cronaca non è priva di spunti a dire il vero curiosi. Si racconta, per esempio che “tra i documenti che carabinieri e finanzieri hanno (invano) cercato durante le perquisizioni… anche il contratto di consulenza dell’ex deputato di Alleanza Nazionale Italo Bocchino, i cuoi rapporti con Romeo sono evidenziati in più punti del provvedimento dei Pubblici Ministeri di Napoli…”. L’ex parlamentare, beninteso, respinge nel modo più categorico addebiti e accuse; categorico esclude ogni addebito, assicura che il rapporto è stato ed è di massima trasparenza. Fino alla prova del contraria, crediamoci. Però colpisce quel “tra i documenti che i carabinieri e finanzieri hanno (invano) cercato”.  Se li hanno cercati invano, non sono nella disponibilità della procura. Che tuttavia sembra disporre di una quantità di intercettazioni definite “preziose per la ricostruzione del sistema Romeo, o meglio del consolidato (e presunto) protocollo criminoso” Romeo-Bocchino”. Come sia possibile che coesista il “consolidato” con il “presunto” prima o poi sarà chiarito e spiegato. Si viene però informati che le conversazioni tra i due (a cui si aggiunge l’ex presidente della regione Campania, Stefano Caldoro, peraltro non indagato) racchiudono il grumo di interessi di cui i tre parlano. Per ricapitolare: documenti cercati “invano”; consolidato, ma presunto “protocollo criminoso”; intercettazioni che racchiudono un grumo di interessi; due indagati, su tre che del grumo discutono.

Della stessa inchiesta parla – e diffusamente, come di chi sa bene orientarsi nei complicati meandri della inchiesta, o quantomeno dispone di un Virgilio che lo guida – “Il Fatto quotidiano”. Si riporta un brano del decreto di perquisizione: “Appaiono illuminanti alcuni passaggi delle numerose conversazioni intercettate all’interno del suo ufficio, intrattenute da Romeo, in particolare con uno dei faccendieri/facilitatori suoi visitatori abituali nel corso delle quali si fa espresso riferimento alla prospettiva di stipulare fittizi contratti di consulenza, pianificando, dunque la emissione e la utilizzazione di fatture relative a prestazioni inesistenti, da utilizzare per ‘mascherare’ il pagamento di vere e proprie tangenti erogate da Romeo per le consuete finalità, tutto ciò pianificando l’utilizzo strumentale di società estere, e in particolare di una società inglese, pure nella disponibilità dello stesso Romeo e dei suoi familiari”.

Si tratta di un passaggio decisivo dell’ordinanza: si parla esplicitamente di tangenti, e di intercettazioni che forniscono scenari “illuminanti”. Seguono ben altri nomi, rispetto a quelli di un ex parlamentare, o di un ex presidente di Regione. Si parla infatti (meglio: si scrive), di un “amico della famiglia Renzi, l’imprenditore di Scandicci, Carlo Russo…andava a parlare di operazioni che mescolano politica e affari…”. Si parla, infatti (meglio: si scrive), di questo amico “molto legato a Tiziano Renzi (padre di Matteo, ndr), che è stato il padrino di battesimo del suo secondo figlio”, e che “ha proposto all’imprenditore Alfredo Romeo di salvare “l’Unità”…”. Si parla, infatti (meglio: si scrive), di come Russo e Romeo “avrebbero discusso di pagamenti all’estero di consulenze che nascondevano, per gli investigatori, vere tangenti…”.

Epperò: nello stesso articolo si scrive che sono “accuse da provare e probabilmente penalmente irrilevanti”. Da provare e irrilevanti perché Russo e Romeo nelle loro conversazioni avrebbero “solo prospettato questo disegno”; un disegno però che non si è realizzato. Certo: se il disegno non si è realizzato, è più difficile provarne la rilevanza penale. Come tutto ciò sia conciliabile con l’illuminazione di certi passaggi delle numerose intercettazioni che consentono di ricavare il mascherato pagamento di “vere e proprie tangenti”, non è ben chiaro; come non è ben chiaro perché tirare in ballo l’amicizia di Russo con Tiziano Renzi, e da lì un interessamento per “l’Unità”: che, potrebbe essere, alla fine, “solo frutto di millanterie”; nei giorni in cui Russo parla con Romeo dell’“l’Unità”, quest’ultimo era “un imprenditore senza pendenze, assolto da tutte le accuse che nel 2009 lo avevano portato ingiustamente in carcere per la storia della gara del global service del comune di Napoli. Nessuno, tanto meno Russo, sapeva fosse indagato di nuovo per corruzione e altro dalla procura di Napoli…”. Sfugge poi che attinenza abbia, oltre il cosiddetto “colore”, il fatto che Russo sia amico di papà Renzi, ma anche della madre, “con la quale condivide la passione per i pellegrinaggi a Medjugorje”. Al momento, non risulta che sia contemplato il reato di pellegrinaggio…

Naturalmente si deve avere fiducia nell’operato della magistratura, anche se spesso il famoso detto “male non fare, paura non avere”, fa cilecca.

Naturalmente, come prescrivono tutti i codici di elementare civiltà giuridica, si è innocenti fino a quando un tribunale non decreta la colpevolezza.

Naturalmente, come dovrebbe essere, ma spesso non è, è l’accusa che deve dimostrare la colpevolezza di un imputato, non l’imputato la sua innocenza.

Naturalmente, insomma, tutto quello che s’usa dire, ripetere e ricordare in simili situazioni.

Però qui ci si trova a qualche fatto, oltre alle presunte intenzioni. Il fatto è che il generale dei carabinieri Tullio Del Sette, il comandante della regione Toscana Emanuele Saltalamacchia, e il ministro Luca Lotti sono indagati: si sospetta che abbiano rivelato l’esistenza di indagini sugli appalti Consip. Una “soffiata” che avrebbe consentito ai vertici della società pubblica che fa le gare per tutte le pubbliche amministrazioni di scoprire la presenza di “cimici” negli uffici. Tiziano Renzi, si legge su “La Verità”, sarebbe venuto a conoscenza di un’indagine da parte della procura napoletana fin dal novembre scorso…

Come finirà questa complicata e complessa vicenda lo sa il cielo. Magari le imputazioni risulteranno fondate; oppure qualcuno dovrà chiedere scusa a qualcuno. Per ora (per ora) la situazione che è sotto gli occhi di tutti è questa: di Virginia Raggi e delle polizze a sua insaputa si sa praticamente tutto; anche se, al momento non si ravvisa, nulla di penalmente rilevante. Nell’altra inchiesta, quella di Napoli, si ipotizza un “consolidato (e presunto) protocollo criminoso Romeo-Bocchino”, un grumo di interessi; un vorticoso giro di fatture che servono per “mascherare” il pagamento di vere e proprie tangenti; a torto o ragione si fa riferimento esplicito a persone ancora oggi di “peso” (domani chissà)…ecco: di tutto ciò si sa e si scrive poco o nulla.

Può essere che questo saperne poco o nulla sia, in fin dei conti, una cosa giusta; e che sia bene che magistrati e investigatori lavorino in serenità, senza pressioni “esterne”. Se però questo vale a Napoli, deve valere anche a Roma. Se al contrario, tutto e subito dobbiamo sapere sul conto di Raggi, tutto e subito si dovrebbe sapere su quello che accade ed è accaduto lungo quell’asse che per comodità definiamo Napoli-Firenze. D’accordo: non è una novità che ci siano inchieste “figlie”, e inchieste “figliastre”; ma questa non è una buona ragione, e comunque colpisce questa disparità di “attenzione”, questo essere orbi da un occhio. Se ne può intuire e comprendere la ragione. Giustificarla, no.

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