Pd. Vigilia sofferta prima della direzione, che i renziani giudicano “tecnica” e alla quale forse Renzi non ci sarà. D’Alema lancia la Costituente di centrosinistra

Pd. Vigilia sofferta prima della direzione, che i renziani giudicano “tecnica” e alla quale forse Renzi non ci sarà. D’Alema lancia la Costituente di centrosinistra

La verità l’ha detta Massimo D’Alema, nell’intervento che ha concluso il convegno sul tema “Lavoro, Eguaglianza, Cittadinanza: la sinistra per l’Italia e l’Europa” organizzato da ConSenso a Benevento. D’Alema ha detto che la direzione nazionale del Pd di martedì non potrà dire nulla di nuovo, e nulla ci si potrà attendere, perché ormai tempi e modi del congresso sono già stabiliti dallo Statuto. L’assemblea di ieri, 19 febbraio, ha aperto la procedura congressuale, che dovrà concludersi non oltre il 19 giugno. Tuttavia, prosegue D’Alema, in mezzo c’è l’appuntamento decisivo delle elezioni amministrative, che richiedono il loro tempo necessario, tra primarie di sindaci, selezione dei candidati nelle liste e campagna elettorale. Perciò, il congresso avrà luogo ad aprile, “cotto e mangiato”, afferma D’Alema citando Bersani, oppure, parafrasando Francesco Boccia, tra Pasqua e Pasquetta, che quest’anno cadono il 16 e il 17 aprile. Dunque, avverte ancora D’Alema, coloro che pensano di puntare sulla direzione per spostare le decisioni dell’ex segretario Renzi e della sua maggioranza, sono fuori tempo massimo, per ragioni regolamentari, statutarie.

D’Alema lancia la “Costituente di centrosinistra”

Ed è a questo punto che giunge, da Massimo D’Alema, la proposta di una “Costituente di centrosinistra”, una casa politica che riesca ad ospitare i delusi dal partito renziano. Ormai, per D’Alema, il Pd “ha perso il suo popolo” e dunque “occorre una svolta radicale nel centrosinistra”. A sostegno della sua tesi l’ex presidente del Consiglio ha fatto riferimento ai dati delle elezioni amministrative di Roma “dove il Pd ha vinto nei quartieri benestanti, come ai Parioli e a Prati, ma ha perso nei quartieri popolari”. Inoltre, ha aggiunto D’Alema, “un Pd che va contro i sindacati non l’ho mai visto. Occorre riaprire un dialogo coi sindacati dei lavoratori ed anche col mondo della scuola”. E infine, “le riforme renziane – ha aggiunto D’Alema – hanno privato il Pd di un apporto fondamentale e tradizionale come quello degli insegnanti: un mondo che va recuperato”. Insomma, D’Alema non utilizza la parola “scissione” per definire coloro che escono dal Partito democratico, ma fornisce un’analisi impietosa dei limiti e delle difficoltà di un partito che “non ha più nulla di sinistra”. E nemmeno parla di “campi” e campetti. Anzi. Lancia un invito generoso ai cattolici democratici, agli ex Ds delusi dal renzismo, ai giovani che hanno detto No al referendum costituzionale, ai sindacati, e in particolare alla Cgil, sottoposta a una sorta di annichilimento dalle politiche renziane, al punto da raccogliere 3 milioni di firme per tre quesiti referendari, uno dei quali cassato dalla Consulta, quello sulla pessima legge sul mercato del lavoro chiamata con stile renziano Jobs act.

Renzi conferma la diagnosi di D’Alema. Sarà una direzione “tecnica” alla quale non parteciperà o dove comunque non interverrà. Nel Pd, molti renziani convinti che la scissione porterà più voti al Pd

La conferma della diagnosi di D’Alema arriva indirettamente dallo stesso Matteo Renzi. L’intenzione di Renzi, in mancanza di un accordo con la minoranza, infatti, resta quella di tenere il congresso ad aprile. Ma domani all’insediamento della commissione non verrà decisa la data dell’assise. “È una riunione tecnica, non ci sarà alcun voto e Renzi non parteciperà nemmeno”, riferiscono fonti parlamentari dem. L’ex premier non intende alimentare ulteriormente polemiche ma è convinto, viene spiegato dalle stesse fonti, che l’uscita dei bersaniani potrebbe portare ulteriori consensi al partito democratico. Il Pd – questo il ragionamento – potrà presentarsi alle elezioni libero da vecchi veti. Al di là dei sondaggi che girano al Nazareno la tesi, quindi, è che alla fine ci si potrebbe anche guadagnare, non perdere. Nessuna ansia di capire cosa farà Emiliano. “Non possiamo mica fermarci con chi ha chiesto la testa di Renzi. Alla fine – prevede un ‘big’ della maggioranza dem – si candiderà”. La tentazione del governatore della Puglia sarebbe quella di presentarsi come sfidante del segretario uscente. Di ribadire che Renzi sta sbagliando nel chiudere la porta alla minoranza ma senza uscire. Sarebbe come il Partito dei Contadini…, ha spiegato ieri ad un ‘big’ dem, riferendosi al partito fondato nel 1920 che, pur partendo da idee socialiste riformiste, nacque e crebbe indipendente, con il solo scopo, ben precisato in uno slogan propagandistico: dare ai rurali una coscienza politica ed agli Italiani una coscienza rurale.

Il pressing della maggioranza su Michele Emiliano

È in corso un forte pressing affinché Emiliano si sfili dagli ‘scissionisti’, spiega chi gli ha parlato. “Ma dove va senza i nostri voti?”, si chiedono i bersaniani. Sono i fedelissimi dell’ex segretario i più decisi a staccarsi dal Pd. I vertici dem già hanno fatto un elenco di nomi in fuoriuscita: una ventina alla Camera e una quindicina al Senato. Ma a Montecitorio al nuovo gruppo si dovrebbero aggiungere anche Scotto e quegli esponenti di Sel che guardano ad una formazione più ampia. Si studia anche un possibile nome (tra questi ‘democratici e socialisti’, l’associazione di Rossi, e ‘Italia progressista’) ma non è stata presa ancora alcuna decisione. Si ragiona, per esempio, se inserire la parola ‘sinistra’, e una delle tesi è quella di evitare il riferimento nella definizione della nuova area. Di sicuro, però, il fronte che nascerà punterà proprio su un programma diverso da quello portato avanti da Renzi: l’obiettivo è battersi sui temi sociali, sulle tasse. In sostanza, sembra che questo programma potrebbe essere stato anticipato dall’intervento in Assemblea nazionale di Guglielmo Epifani, ex segretario della Cgil ed ex segretario del Pd: politiche sociali e del lavoro con più investimenti pubblici, fine delle politiche economiche di austerità, fine delle mance, puntare su riforme che risistemino i guasti provocati dalle leggi renziane su scuola, voucher e appalti, solo per citarne alcuni. Insomma, la costruzione di un programma di governo in totale difformità da quanto fatto da Renzi, “grazie ai 60 e oltre voti di fiducia”, come ha detto Epifani. Lo scenario che potrebbe dunque aprirsi è quello di possibili battaglie in Parlamento non solo sul sistema elettorale, quanto proprio sui provvedimenti economici e sulla prossima legge di stabilità, se dovesse essere questa maggioranza a portarla alla Camera e al Senato.

I renziani: “quello che Matteo aveva da dire l’ha detto in Assemblea. Ora basta”

La rottura dovrebbe materializzarsi domani, dopo la Direzione. Quella la dead line per capire se anche Michele Emiliano sarà della partita insieme alla minoranza ed Enrico Rossi. Per tutta la giornata il dialogo tra gli ‘scissionisti’ è proseguito. Ma non c’è un punto di caduta unitario. I bersaniani e il governatore della Toscana hanno ormai imboccato una strada senza ritorno. Mentre per il presidente della Regione Puglia i giochi non sono del tutto chiusi. Sebbene dalla cerchia renziana non arrivi alcun segnale. Dice un big della maggioranza Pd: “Quello che Renzi aveva da dire, lo ha detto ieri all’assemblea. Se Emiliano vuole partecipare al congresso, bene. Altrimenti farà le sue scelte… Non è che noi possiamo fermarci per Emiliano”. Gli appelli all’unità continuano a moltiplicarsi e da ultimo, oggi, anche Enrico Letta è intervenuto via Facebook: “Non può e non deve finire così”. Ma la decisione, almeno per quanto riguarda i bersaniani, è ormai presa. Gianni Cuperlo non li seguirà ed anzi, insieme ad Andrea Orlando e Cesare Damiano, sarebbe al lavoro per dar vita a una nuova area nel Pd. “C’è uno spiraglio che va allargato e la responsabilità maggiore di farlo è del segretario”, ha detto Gianni Cuperlo, intervistato da Riccardo Iacona, a Presa Diretta, su Rai3, parlando del “pericolo ravvicinato della scissione, una sconfitta per tutti: per chi resta e per chi se ne va”. “Io sento la gravità del momento”, e aggiunge: “Ma ieri dopo l’appello di tutti, il segretario, a sorpresa, non ha replicato”. “Molte cose avrebbe dovuto farle prima. Ma Renzi ha avuto la responsabilità di dividere, sia paese che partito, fino al referendum”. “Se sei la guida della sinistra devi cercare di tenere assieme il perimetro – conclude – . Avrebbe dovuto ascoltare le richieste che venivano fatte”, anche perché “di fronte alla nuova destra che è sovranista, aggressiva, rompere la forza del centrosinistra è una grave responsabilità”. Cuperlo rilancia così la palla nella metà campo renziana. E “il gioco dell’oca” nel Partito democratico riprende, senza sosta, mentre l’Italia sopravvive nella deflazione, è in attesa di una procedura di infrazione da Bruxelles, e i poveri diventano sempre più poveri, mentre si allarga il numero di coloro che non sono in grado di pagarsi le cure mediche, le scuole vivono la stagione più confusa dall’Unità, le università diventano luoghi di elite. Sono solo alcuni dei punti della eredità lasciata al nostro Paese da tre anni di governo Renzi. C’è ancora da sperare?

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