Pd. Si lavora per scongiurare una scissione che invece appare sempre più probabile

Pd. Si lavora per scongiurare una scissione che invece appare sempre più probabile

Il tentativo nel Pd è quello di trovare un accordo sul percorso congressuale, aprire la nuova fase con un confronto sulle idee, sui programmi, allungare di una quindicina di giorni i tempi dell’assise. “Il congresso non può e non deve essere solo sulla leadership”, è il messaggio che invia il ministro della Giustizia, Orlando. Ma la deadline di Renzi resta la stessa: il congresso deve tenersi in ogni caso prima delle amministrative, concede al massimo che la data delle primarie possa essere quella del 7 maggio, anche se non si escludono del tutto le date del 23 e del 30 aprile. La finestra del voto anticipato si è chiusa anche per i renziani, ma al momento l’exit strategy per evitare la scissione non c’è ancora.

“Io”, si è sfogato Bersani con i suoi, “combatto per le idee, non per le liste. Se non si aggiusta il congresso, il Pd non c’è più”. Parole ‘tranchant’, di chi aspetta una “vera svolta”, altrimenti “la strada è segnata”. La rottura al Nazareno porterebbe Bersani e i suoi a costruire un campo largo del centrosinistra, ma il passaggio cruciale – viene sottolineato – è quello di domenica, all’assemblea convocata a Roma. Poi verrà il resto, spiegano dalla minoranza. La tensione nel Pd è quindi sempre più alta: lo testimonia la manovra della minoranza dem che ha raccolto una sessantina di firme contro i capilista bloccati. Il gruppo dem alla Camera si è riunito in tarda serata proprio per discutere della legge elettorale, e il capogruppo Rosato ha confermato che la proposta del Pd è il Mattarellum, ma si parlerà – giurano i possibili ‘scissionisti’ – anche di altro. Ovvero della necessità di trovare una strada per tenere uniti tutti. Ci sta lavorando Franceschini, si sta muovendo secondo questa direttrice Orlando che ha promosso l’iniziativa di un documento nel quale si chiede un confronto programmatico prima della scelta della leadership.

Alla riunione di ‘Rifare l’Italia’, la corrente dei ‘Giovani turchi’, si è arrivati alla conta, con il Guardasigilli, forte del sostegno anche di esponenti dem come Zingaretti, Fassino e Martina sulla necessità di un confronto aperto. “Abbiamo bisogno di un percorso largo e aperto, che ci permetta di ridefinire il progetto del Pd”, si legge nel documento in cui si sostiene la necessità di “sostenere con lealtà l’azione del governo Gentiloni”. Il confronto “non può e non deve esaurirsi nella sola scelta della leadership del partito”. “La proposta di un confronto programmatico, nella fase iniziale del percorso congressuale, ci sembra – si legge ancora – utile e condivisibile, per ricostruire un perimetro condiviso prima di avviare il processo di scelta della leadership”.

A tarda sera si tratta ancora, i capicorrente sono tutti al lavoro ma un dirigente del partito del gruppo dei ‘mediatori’ la mette così: “Non ci sono buone notizie, va a finire male. Se la loro condizione (della minoranza, ndr) è fare il congresso dopo le amministrative… Beh, c’è un limite a tutto”. E uno dei parlamentari più vicini a Matteo Renzi conferma: “Fare il congresso a fine giugno, inizio luglio? E perché? Così poi da luglio si va a settembre, da settembre a novembre…”. Di fatto, il finale sembra già scritto, le manovre di queste ore appaiono più mirate a lasciare il famoso cerino nelle mani dell’avversario e i due principali avversari già schierano le truppe. Renzi ha scritto una newsletter in cui annuncia per il 10 marzo una manifestazione al Lingotto, il luogo dove nacque il Pd di Walter Veltroni. Poi, nel pomeriggio, si presenta a sorpresa al Pd di Milano, come se già fosse in campagna congressuale.

Massimo D’Alema, intanto, tiene i contatti con Michele Emiliano, con Pier Luigi Bersani, con Enrico Rossi. Con tutti loro si troverà sabato alla presentazione del libro del presidente della Toscana, “Rivoluzione socialista”. Quello, secondo il presidente della fondazione Italianieuropei, dovrebbe essere il luogo e il momento per varcare il Rubicone. Il Pd, per D’Alema, è già archiviato: “I partiti sono diventati tutti delle macchine elettorali asfittiche. Quando c’ero io il mio partito aveva seicentomila iscritti poi ci siamo uniti per fare un partito più grande, ora siamo 180mila”. E poi: “C’è chi parla di scissione, di scomposizione, in realtà è il suo contrario, bisogna vedere se è possibile avviare un processo costituente, partendo dalla constatazione oggettiva che gli strumenti in campo non sono utili a questo. È questo il tema vero, non le date”. E in ogni caso, un po’ come Renzi, D’Alema già venerdì sarà a Lecce per un’iniziativa della sua associazione “Consenso”. Bersani e Emiliano, però, all’assemblea di domenica andranno. Lo hanno annunciato oggi entrambi, anche se l’ex segretario Pd precisa: “C’è un documento dei tre possibili candidati alla segreteria (Speranza, Rossi e Emiliano, ndr) ma non ci sono novità. Ma cosa deve fare uno per farsi telefonare?!”. La telefonata, precisa Bersani, “di per sè non risolve nulla. Ma almeno l’educazione…”. La trattativa, intanto, prosegue soprattutto tra la minoranza e la maggioranza renziana più critica o in movimento, come Franceschini e Orlando. “Il punto è semplice – dice un esponente della minoranza – se lui fa il congresso prima delle amministrative, ce ne andiamo. Noi gli offriamo di fare le primarie a fine giugno, inizio luglio. E intanto si può avviare il congresso e fare la conferenza programmatica”. Un percorso che, appunto, chi è vicino a Renzi considera impraticabile, perché – è il sospetto – nasconderebbe solo una manovra per farla andare per le lunghe. Altro discorso è la possibile candidatura di Orlando come sfidante di Renzi che, di fatto, con un congresso rapido in tempi brevi finirebbe per aiutare il segretario attuale. Il ministro della Giustizia ci sta pensando, ma pone delle condizioni. Dal fronte renziano arrivano segnali apprezzati, Fassino e Martina scrivono una nota per riprendere di fatto la proposta della conferenza programmatica fatta dal ministro in direzione e scartata senza troppa diplomazia da Renzi. Il motivo è semplice, spiega un deputato Pd: “Una candidatura Orlando incrinerebbe il racconto di un ‘congresso farsa’ che la minoranza usa come pretesto per andarsene”. Orlando, però, non è disposto a lanciarsi nell’arena a occhi chiusi. Il ministro, spiegano, vuole capire se la sua eventuale candidatura possa diventare davvero l’espressione di un’alternativa a Renzi. Essere il quarto candidato a sfidare il segretario, oltre a Speranza, Rossi e Emiliano, non avrebbe senso. Emiliano, però, non sembra intenzionato a fare passi indietro per sostenere il ministro. E, in generale, i bersaniani sembrano ormai ragionare da ex.

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